La Corte in Lussemburgo dà ragione all’Italia: il divieto nazionale di seminare OGM rientra tra le prerogative dell’autorità e non viola il diritto europeo
Qualcuno ricorderà il caso dell’agricoltore friulano Giorgio Fidenato, militante pro OGM che nel 2021 aveva sfidato il divieto in vigore a livello nazionale seminando mais geneticamente modificato MON 810. Di conseguenza, le autorità gli avevano ordinato di trinciare e interrare le piante (ingiunzione alla quale Fidenato non aveva dato esecuzione, per cui all’abbattimento delle colture avevano dovuto provvedere gli agenti del Corpo forestale dello Stato) e gli avevano inflitto sanzioni per 50 mila euro.
Fidenato aveva presentato ricorso ai giudici nazionali, che si erano risolti a chiedere alla Corte di giustizia UE la verifica della validità delle disposizioni nazionali di divieto, anche alla luce dei principi di libera circolazione delle merci, libertà d’impresa, non discriminazione e proporzionalità.
La Corte di Giustizia Ue ha respinto le contestazioni dell’attivista pro OGM, confermando che la procedura attivata dall’Italia nel 2015 è perfettamente in linea con il diritto dell’Unione, che riconosce agli Stati membri un ampio margine di manovra nella gestione dei propri territori agricoli, ivi compresa la facoltà di vietare la coltivazione di OGM senza nemmeno fornire giustificazioni, sempre che il titolare dell’autorizzazione (in questo caso la multinazionale Monsanto, poi acquistata da Bayer nel 2018) non si sia opposto entro trenta giorni dal provvedimento.
Secondo la sentenza, divieti nazionali non creano discriminazioni tra agricoltori né violano la libertà d’impresa, ma tutelano la scelta di un Paese di preservare i propri modelli agricoli tradizionali, senza la necessità di giustificare le proprie decisioni di politica agricola nazionale.
Potete leggere la sentenza in italiano a pagina https://infocuria.curia.europa.eu/tabs/jurisprudence?lang=IT&searchTerm=%22C-364%2F24%22&sort=DOC_DATE-DESC

