Suolo e Salute

Mese: Settembre 2022

L’AZIENDA DI GIOVANNA, STORICA REALTÀ SICILIANA CERTIFICATA DA SUOLO E SALUTE, ARRIVA A 25 ANNI DI VINI BIO

L’AZIENDA DI GIOVANNA, STORICA REALTÀ SICILIANA CERTIFICATA DA SUOLO E SALUTE, ARRIVA A 25 ANNI DI VINI BIO

Veri custodi del territorio e sostenitori dei vitigni autoctoni siciliani, Gunther e Klaus Di Giovanna, eredi di una delle più antiche famiglie del vino in Sicilia, festeggiano a Sambuca (Ag) e Contessa Entellina (Pa) 25 anni di produzione certificata da Suolo e Salute con i “Bio Days”.

Tra i pionieri del biologico in Sicilia, l’azienda agricola Di Giovanna festeggia i venticinque anni dalla prima certificazione biologica e traccia la linea del futuro nel segno dell’enoturismo, del legame con il territorio e della produzione a impatto ridotto sul clima e sull’ambiente.

I fondatori Aurelio e Barbara Di Giovanna, hanno passato il testimone ai figli Gunther e Klaus, che continuano nella loro missione di una delle più intraprendenti famiglie del vino in Sicilia, veri custodi del territorio sin dal lontano 1968.

Nel cuore dei monti sicani

Nelle tenute di Contessa Entellina (Pa) e Sambuca di Sicilia (AG) i Di Giovanna puntano su vitigni siciliani autoctoni come Nero d’Avola, Nerello Mascalese, Grillo, Catarratto e su alcune varietà internazionali come Chardonnay, Syrah e Merlot coltivati nei cinque vigneti di famiglia situati nelle piccole Doc di Contessa Entellina e Sambuca di Sicilia, nel cuore delle Terre Sicane. Cento ettari in tutto di cui 65 a vigneto bio.

L’inaugurazione di una nuova cantina

Nell’anno del venticinquesimo anniversario (1997-2022), i membri della famiglia Di Giovanna lanciano i “25 anni Bio Days”, appuntamenti con istituzioni locali, stampa, wine influencer, clienti horeca, agenti e winelover, per far conoscere l’azienda, il suo percorso, i vini e l’olio Gerbino. Per l’occasione, la cantina inaugura la nuova sala degustazione affacciata sui Monti Sicani e la collaborazione con l’Executive chef Davide Gallina del Donna Floriana, ristorante dei Mangia’s Resort, che proporrà, per occasioni speciali, wine&food experience esclusive, con un menù studiato sulla base delle caratteristiche dei vini.

Le motivazioni della quinta generazione

Durante gli incontri dedicati all’anniversario, Gunther e Klaus Di Giovanna – quinta generazione della famiglia – ripercorrono la storia e le scelte degli ultimi 25 anni. «Il nostro impegno nella produzione in biologico – spiega Gunther Di Giovanna -, sia in vigna che in cantina, ha origine dalle profonde motivazioni che caratterizzano la nostra storia familiare». «L’attenzione alla sostenibilità è una scelta di vita che non nasce da opportunità commerciali, anzi.  Non è stato facile nei primi anni ’90 fare capire al mercato il vino biologico, ma oggi possiamo dire di aver vinto una sfida difficile».

Per Di Giovanna il biologico è un metodo di produzione rigoroso e sottoposto a controllo da parte di enti di certificazione terzi, una circostanza che spinge a investire al meglio le competenze tecniche.

La scelta di convertire l’intera azienda al metodo biologico puntava a preservare la biodiversità del territorio. Oggi l’azienda si classifica tra le prime in Sicilia certificate bio e, dopo 25 anni di fedeltà al metodo biologico, si propone come leader nel suo segmento di mercato, esportando l’85% della produzione in molti paesi del mondo. Un traguardo raggiunto partendo dalla sperimentazione intrapresa dai fondatori Aurelio e Barbara Di Giovanna, protagonisti della rivoluzione enologica siciliana dagli anni ’70, sostenuta e innovata dai figli Gunther e Klaus.

IL BIOLOGICO PUNTI SULLE RISORSE UMANE

IL BIOLOGICO PUNTI SULLE RISORSE UMANE

La formazione di tutti i diversi Attori del Sistema è un asset più che mai strategico e fondamentale in questo momento per il mondo del Biologico. L’appello lanciato al Sana di Bologna da AssocertBio.

La formazione delle risorse umane, sia nel Sistema di Controllo e Certificazione sia lungo tutta la filiera del Biologico, dalla produzione alla distribuzione, rappresenta un valore centrale, un fondamento per l’intero settore e un’opportunità per le nuove generazioni. È l’appello lanciato da AssocertBio al mondo del biologico durante la 34° edizione del Sana, il salone internazionale del biologico e del naturale.

 Il ruolo di Assocertbio

Durante i quattro giorni di incontri e dibattiti che hanno scandito l’appuntamento bolognese, sono stati tanti gli spunti di riflessione e le sfide messe sul piatto di un settore in cui AssocertBio gioca un ruolo da protagonista, rappresentando più del 95% delle certificazioni bio del nostro Paese.

La competenza al centro

In un contesto come quello attuale, contraddistinto da un rallentamento dei consumi interni, ma allo stesso tempo da un aumento del numero degli operatori bio così come da una significativa crescita dell’export, aumenta la consapevolezza dell’importanza di puntare sulle persone e sulle competenze. «L’entrata in applicazione, a partire dal 01 gennaio 2022, del nuovo regolamento europeo, è avvenuta in un contesto a dir poco complesso, contraddistinto dall’aumento del prezzo delle materie prime, dei costi energetici e dell’inflazione» commenta Domenico Corradetti, segretario generale della associazione che rappresenta dodici enti certificatori del Biologico italiani.

La riforma del Reg. 2018/848

«Il Reg. (UE) n. 2018/848 oltre a disporre che la produzione biologica sia soggetta a “controlli ufficiali” – conformemente al regolamento (UE) 2017/625 – rende ancora più centrale il ruolo degli operatori, che devono rispondere a diversi adempimenti (ad esempio l’implementazione di un sistema di gestione bio, la redazione di una relazione tecnica, l’adozione di misure preventive e precauzionali, ecc.), che presuppongono il saper disporre di un mix di competenze e conoscenze».

Formazione professionale continua

Secondo Domenico Corradetti, segretario di AssocertBio, la formazione e il continuo aggiornamento, utili e strategici per il futuro del comparto, dovrebbero riguardare non solo le aziende ma anche tutte le figure professionali che, insieme alla filiera, costituiscono il Sistema del Biologico: si va, ad esempio, dal personale degli Organismi di Certificazione agli Ispettori, dall’Autorità Competente (Ministero, Regioni e province autonome) fino ai centri di assistenza agricola e ai consulenti.

«Siamo tutti chiamati, ogni giorno e con sempre maggior forza, a rassicurare il consumatore, che in un quadro contraddistinto da grandi incertezze, ha ancor più bisogno di garanzie su quello che acquista per la sua alimentazione. Noi enti di certificazione giochiamo un ruolo fondamentale: non a caso il Decreto Controlli (Dlgs 20/2018) ha stabilito dei requisiti ben precisi per il personale, per gli Ispettori e i professionisti che collaborano con gli Organismi di Certificazione del Biologico in termini di esperienza, di formazione iniziale e di titoli di studio.

Il bio sale in cattedra

In merito a questi ultimi segnaliamo la necessità di aumentare il numero di ore di lezione (in aula e di esercitazioni) dedicate all’insegnamento del metodo di produzione Biologico (in tutte le fasi e per tutte le tipologie di attività) nella Didattica prevista negli Istituti Tecnici così come nei corsi di Laurea delle Facoltà di Agraria. La conoscenza della legislazione del comparto, prerequisito fondamenta-le, non può che essere, infatti, complementare alla conoscenza delle tecniche del metodo di produzione: la combinazione di questi due fattori potrebbe essere una delle leve da utilizzare affinchè la virtuosità del sistema Biologico italiano continui ad eccellere.

Atteggiamento costruttivo

All’interno di un momento storico cruciale per il mondo del Biologico, secondo AssocertBio il ruolo di un’associazione è quello di riuscire a stimolare in modo costruttivo il settore. Diventa quindi fondamentale dare vita a una community di figure sempre più preparate e in grado anche di veicolare in maniera corretta le informazioni che poi vengono fornite ai consumatori finali. «Oggi gli operatori devono avere a disposizione, direttamente o tramite consulenti e collaboratori, una cassetta degli attrezzi molto composita e ricca di strumenti.

Il “Giurista del biologico”

Vi è la necessità di fare della formazione un obiettivo da condividere con l’intero settore del Biologico. Va in questa direzione, ad esempio, il Corso di Alta Formazione per “Giurista del Biologico” – organizzato dall’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna in collaborazione con il Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali (Mipaaf) e Ismea – la cui seconda edizione è stata presentata   – lo scorso 10 settembre al Sana – in uno specifico convegno durante il quale siamo stati chiamati anche noi di AssocertBio a dare un contributo».

Si tratta di un passaggio culturale da compiere tutti insieme, che comporta saper vivere la formazione non solo come un dovere, ma come un’opportunità di crescita e miglioramento, utile per individuare i punti di criticità trovando gli strumenti per risolvervi. «La parola d’ordine – conclude Corradetti-  deve essere: formazione continua».

L’AUSTRIA PUNTA A RAFFORZARE IL RECORD DI SUPERFICIE BIO IN EUROPA

L’AUSTRIA PUNTA A RAFFORZARE IL RECORD DI SUPERFICIE BIO IN EUROPA

Ok a nove piani strategici nazionali Pac da parte della Commissione. Tra questi spicca l’Austria, l’unico Paese già in regola con l’obiettivo Farm to Fork del 25% di bio e che ora punta al 30%. L’Italia manca ancora all’appello

La Commissione europea ha dato il via libera Piani strategici nazionali Pac di Austria e Lussemburgo. Salgono così a nove i Paesi che hanno avuto il via libera da Bruxelles per l’attuazione della nuova Politica agricola comune. Il 31 agosto scorso avevano infatti ricevuto disco verde i Piani di Danimarca, Finlandia, Francia, Irlanda, Polonia, Portogallo e Spagna.

Gli obiettivi del Green deal

Restano 19 piani da approvare (il Belgio ne ha due) tra cui quello italiano, perché le norme Pac entrino in vigore, come previsto, il 1° gennaio 2023. I piani strategici nazionali sono una delle novità assolute della riforma approvata a livello Ue nel dicembre 2021. Sono lo strumento con cui gli Stati devono indicare come intendono spendere i 270 miliardi di euro di sostegno agli agricoltori europei (tra aiuti al reddito, sviluppo rurale e misure di mercato) tra il 2023 e il 2027, per realizzare gli obiettivi economici, sociali e ambientali di una Pac chiamata a realizzare gli obiettivi tracciati dalle strategie Farm to fork e Biodiversity del Green Deal (25% di superficie bio, riduzione del 50% dei prodotti chimici per la difesa e del 20% di fertilizzanti).

L’Italia può puntare al primo posto

Tra gli impegni che spiccano nel Piano austriaco quello di arrivare a regime con il 30% di bio. Il Lussemburgo invece punta solo al 20%, ma paradossalmente è l’obiettivo del piccolo paese dell’Europa centrale il più impegnativo. L’Austria infatti è già oggi al vertice del biologico europeo, l’unico che ha già raggiunto e superato il target  assegnato da Bruxelles (25,7%). Il Lussemburgo è invece oggi tra i fanalini di coda con una quota del 4,6%. L’impegno del paese alpino risulta quindi, a conti fatti, poco ambizioso e consentirebbe all’Italia di raggiungere la vetta europea se gli impegni anticipati in occasione del Sana (25% nel 2027, 30% nel 2030) verranno messi nero su bianco sul nostro Piano ormai in dirittura di arrivo.

IL BIOLOGICO ABBATTE I CONSUMI ENERGETICI DI UN TERZO

IL BIOLOGICO ABBATTE I CONSUMI ENERGETICI DI UN TERZO

Il dato emerge da un’analisi Coldiretti. In occasione del Sana illustrate le pratiche virtuose adottate dalle aziende agricole bio per fare fronte alla crisi energetica

Con la crisi energetica è boom per l’agricoltura biologica. «Un metodo di produzione – commenta Maria Letizia Gardoni , presidente di Coldiretti Bio – che consente di tagliare di un terzo i consumi energetici attraverso l’utilizzo di tecniche meno intensive, le filiere corte e la rinuncia ai concimi chimici di sintesi prodotti attraverso un grande dispendio energetico».

Una marcia in più sul fronte della neutralità climatica ribadita da Coldiretti in occasione della 34° edizione di Sana.

Un notevole vantaggio per un Paese come l’Italia in cui i terreni coltivati a bio hanno raggiunto quasi 2,2 milioni di ettari in Italia, il massimo di sempre.

Tutti questi dati emergono da un’analisi Coldiretti diffusa nel corso della manifestazione bolognese.  In occasione della quale Coldiretti ha messo in mostra valide esempi questi di buone pratiche funzionali al piano di riduzione dei consumi energetici.

«L’Emilia-Romagna  – ricorda Marco Zanni, direttore di Coldiretti Modena  – oggi è la quarta Regione in Italia per superficie coltivata a bio e per numero di operatori biologici. Sono oltre 7mila le aziende agricole biologiche, con un incremento dell’85% dal 2014 e una superficie totale che supera i 200mila ettari rappresentando circa il 18% della Sau regionale».

Le pratiche virtuose dei bioagricoltori

Tra le esperienze che abbattono i consumi illustrate dai giovani imprenditori di ColdirettiBio:

  • l’uso di sostanze naturali e 100% Made in Italy per concimare i terreni e sostituire i fertilizzanti provenienti dall’estero, rincarati anche del 170% con un effetto valanga sulla spesa delle famiglie,
  • il riutilizzo degli scarti di produzione (foglie, gusci, paglia, ecc.) per garantire energia pulita,
  • fino al potenziamento delle filiere corte con la vendita diretta che abbatte i trasporti.

In questo modo si riesce a ridurre i consumi di energia in media del 30% rispetto all’agricoltura tradizionale ma in alcuni casi, come ad esempio per le mele, si arriva addirittura al -45%.

L’impennata dei prezzi dei fertilizzanti

I concimi di sintesi (azotati, fosfatici o potassici) sono, infatti, ottenuti con procedimenti fortemente energivori e l’Italia – ricorda Coldiretti – è dipendente dall’estero per la produzione di questi prodotti. L’aumento dei costi dei fertilizzanti chimici è dovuta proprio a tali dinamiche e l’agricoltura bio, puntando esclusivamente su concimi organici e minerali, evita il ricorso a queste sostanze, valorizzando la zootecnia, che rappresenta una risorsa nazionale anche in termini di sostanza organica che gli allevamenti mettono a disposizione per rendere più fertili i nostri suoli.

Concimare la terra attraverso l’uso del letame, il compostaggio dei residui organici e anche i residui degli impianti di biogas, favorisce così la resilienza delle aziende agricole biologiche – rileva Coldiretti – e rappresenta un modello produttivo in grado di contrastare la dipendenza da mezzi di produzione esterni alle aziende. Ma, puntando sulla filiera corta, il biologico riduce anche i tempi di trasporto dei prodotti e, con essi, le emissioni in atmosfera, tagliando le intermediazioni con un rapporto diretto che avvantaggia dal punto di vista economico agricoltori e consumatori.

L’ESPERIENZA DELL’AZIENDA VITIVINICOLA LE BAITE, TRA LE PRIME CERTIFICATE DA SUOLO E SALUTE

L’ESPERIENZA DELL’AZIENDA VITIVINICOLA LE BAITE, TRA LE PRIME CERTIFICATE DA SUOLO E SALUTE

Stefano Baldessin, enologo/viticoltore pioniere del metodo biologico ha creato con la sua azienda Le Baite di Basalghelle di Mansuè (Tv) un’isola verde nel mare del Prosecco

Stefano Baldessin è un motivato pioniere del metodo biologico fin dalle origini e l’azienda Le Baite di Basalghelle di Mansuè (Tv), ancor prima di essere vitivinicola, è da sempre un esempio di ricerca esasperata del massimo grado di ecosostenibilità, un modello ante litteram di economia circolare. La versione digitale del mensile VVQ di Edagricole ha pubblicato un ampio reportage su questa realtà da sempre vicina a Suolo e Salute.

L’insegnamento del professor Garofalo

In questa realtà di 13 ettari situata vicino alle rive del fiume Livenza, al confine tra Veneto e Friuli, la vite è sempre stata coltivata, ma il padre Rino Baldessin aveva puntato dapprima sull’allevamento da latte per realizzare un ciclo chiuso in anticipo sui tempi. Fin dagli anni ’80 dello scorso secolo i Baldessin avevano infatti aderito con entusiasmo all’agricoltura organico-minerale, un modello antesignano del bio teorizzato dal professor Francesco Garofalo, fondatore nel marzo 1969 dell’Associazione Suolo e Salute. I formaggi freschi e naturali trasformati da Rino direttamente in azienda con soluzioni tecnologiche originali e venduti con il marchio Le Baite hanno saputo imporre un nuovo stile alimentare attento alla natura e alla salute poi imitato anche da altri brand decisamente più attrezzati, prima che la globalizzazione e le scelte politiche sulle quote produttive mettessero in crisi il settore del latte.

Stefano ha guidato la svolta con la coraggiosa scelta di convertire la stalla e il caseificio in cantina, trasferendo anche nel vino lo stesso modello di ciclo chiuso per realizzare tutta la produzione (coltivazione, vinificazione, presa di spuma) in azienda, nel massimo rispetto dei dettami dell’agricoltura biologica. Le Baite, infatti, è stata una delle prime aziende agricole a credere in questo modello di certificazione, come testimonia lo stesso numero dell’attestato: 00091, uno dei primi rilasciati dall’ente “Suolo e Salute”.

Un’isola verde nel mare del Prosecco

L’azienda vitivinicola Le Baite prende il nome da un vicino convento benedettino e ha i fianchi coperti da  due sorprendenti aree naturali:

  • il bosco di Baselghelle, un sito con un grande valore naturalistico perchè rappresenta l’ultimo “relitto” delle grandi foreste planiziali che occupavano questa regione prima dell’intervento umano;
  • i Prà dei Gai, un ampio bacino di espansione di 400 ettari, realizzato dalla Serenissima per assorbire le piene del Livenza, tutt’ora coperto da prati e incolti, tra l’ameno borgo medievale di Portobuffolè, uno dei più belli d’Italia, e l’abitato di Mansuè.

Un’isola verde risparmiata dagli eccessi dell’antropizzazione. Baselghelle è il baricentro di una delle più estese doc italiane, quella del Prosecco Doc. Una denominazione di successo in cui però, nonostante l’esempio di realtà come l’azienda Le Baite, il biologico non ha mai preso veramente piede. Colpa di “San” Prosecco, una benedizione calata dall’alto di cui ha giovato tutto l’esteso territorio che va da Trieste fino alle porte di Padova, che ha spinto tanti fortunati produttori a concentrarsi più sul vitigno che sul territorio o sul metodo di produzione.

Biodiversità varietale

Non è così per Baldessin: nella sua azienda la Glera non ha cannibalizzato le altre varietà e costituisce solo una parte minoritaria della superficie aziendale, arrivando al 50% dei vigneti solo se si sommano gli altri vitigni a bacca bianca Chardonnay e Verduzzo. Il restante 50% è a bacca rossa: Merlot di cloni diversi, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Carmenère e l’autoctono Raboso Piave. Il tutto dà origine a 13 etichette certificate biologiche e vegane, senza solfiti aggiunti, nelle diverse tipologie:

  • Bollicine (dove il Prosecco nelle tre versioni Brut, ExtraDry e frizzante è affiancato da Idem, uno spumante Brut rosè ottenuto da Raboso);
  • i Monovitigno di Verduzzo, Chardonnay, Merlot e Cabernet;
  • le Selezioni.

Queste ultime sono le produzioni limitate in cui Baldessin esprime tutta la sua propensione a sperimentare tecniche di vinificazione poco impattanti sull’ambiente e sulla salute dei consumatori. Barbaro è un taglio bordolese con aggiunta di Raboso, fermentato con lieviti autoctoni, sottoposto a follature manuali, e affinato in piccole botti di Rovere. Genium è un Raboso ottenuto da macerazione prolungata e invecchiato in tonneaux per 2/3 anni per arrotondare il tipico spunto “ruvido” dei tannini di questa varietà. Arcaico è un blend di Chardonnay e Verduzzo, un bianco parzialmente vinificato come un rosso, con una lenta fermentazione e un prolungato affinamento “sur lies” in piccole anfore di ceramica, dove Baldessin ha l’accortezza di evitare ossidazioni spinte («cerco più complessità e struttura, ma non voglio produrre orange wine che nascondono l’impronta del vitigno e del territorio»).

I pregi delle lunghe macerazioni

Una ricerca di equilibrio che caratterizza anche il 137Carmenère, ottenuto da uve di vecchie vigne sottoposte a lunga macerazione, metà in piccole vasche d’acciaio e metà nelle anfore di ceramica. «I polifenoli – spiega Stefano Baldessin – estratti durante la lunga macerazione, garantiscono longevità al vino, e la tenuta del colore anche invecchiamento».

 

 

IL NUOVO SVILUPPO RURALE INVESTE SUL BIOLOGICO (MA I CONTI IN MOLTE REGIONI GIÀ NON TORNANO)

IL NUOVO SVILUPPO RURALE INVESTE SUL BIOLOGICO (MA I CONTI IN MOLTE REGIONI GIÀ NON TORNANO)

Intervento di Angelo Frascarelli che su Terra e Vita spiega come si realizzerà il trasferimento di 360 milioni dal primo al secondo pilastro per sostenere l’agricoltura bio. Ma in nove Regioni la dotazione risulta già tagliata

Le strategie dell’Unione europea, Green Deal e “Farm to Fork”, spingono per una crescita dell’agricoltura biologica nei prossimi anni. Alla luce di questa scelta, l’agricoltura biologica sarà particolarmente sostenuta nella futura Pac, con dotazioni aggiuntive nel periodo 2023-2027. È quanto ricorda Angelo Frascarelli, presidente di Ismea, in un articolo pubblicato sul settimanale Terra e Vita.

Entro il prossimo 30 settembre il nostro Paese deve consegnare a Bruxelles il piano strategico nazionale emendato delle osservazioni apportate dalla Commissione alla prima versione. Una delle più importanti riguarda proprio il bio (con quali azioni concrete puntate ad anticipare al 2027 l’obiettivo del 25% della Sau nazionale?).

Il nostro Paese ha scelto di sostenere il bio solo attraverso lo Sviluppo Rurale (nessun ecoschema dedicato) ma ha previsto il trasferimento di 360 milioni di euro dal 1° al 2° pilastro (90 ogni anno), destinati a sostenere la conversione e il mantenimento del metodo di produzione biologico.

«Il maggior sostegno – commenta il professore – potrebbe essere salutato come un successo per l’agricoltura biologica, ma le risorse pubbliche non bastano, anzi possono creare pericolose illusioni, se non sono accompagnate da una crescita del mercato».

Farm to fork

Bruxelles ha innescato un deciso cambiamento di prospettive per il biologico, diventato in poco tempo da movimento alternativo a strumento politico per realizzare la strategia Farm to Fork (25% di sau bio).

Al 2020, le superfici biologiche occupano il 9,1% della Sau europea, con notevoli differenze tra gli Stati membri. Mentre alcuni presentano percentuali molto vicine all’obiettivo target del 25% (l’Austria ad esempio lo ha già superato), altri registrano valori molto bassi, in particolare quelli dell’Est Europa. L’Italia si trova tra i Paesi più “virtuosi”, con una percentuale del 17,4% di biologico sulla Sau totale (Sinab 2021).

Il piano europeo per il bio

L’attuale trend di crescita delle superfici biologiche a livello di Ue non è sufficiente per raggiungere l’obiettivo della strategia Farm to Fork. Per incentivare ulteriormente lo sviluppo del biologico Frascarelli ricorda che Commissione Ue ha pubblicato, nel marzo 2021, un piano di sviluppo per l’agricoltura biologica che si basa su tre assi (e 18 azioni):

  • alimenti e prodotti biologici per tutti: stimolare la domanda e garantire la fiducia dei consumatori;
  • stimolare la conversione e rafforzare l’intera catena del valore;
  • migliorare il contributo dell’agricoltura biologica alla sostenibilità.

Il concetto è quello che la semplice conversione di nuovi terreni al metodo di produzione biologico non sia sufficiente per la crescita del settore, ma dovrà essere accompagnata da un aumento dei consumi e della domanda di prodotti biologici.

Un trasferimento di 360 milioni

Bruxelles nel regolamento attuativo della nuov Pac Il Reg. Ue 2021/2115 (art. 103) prevede la possibilità per uno Stato membro di trasferire al Feasr (Fondo europeo agricolo di sviluppo rurale) fino al 25% della dotazione dei pagamenti diretti (Feaga – Fondo europeo agricolo di garanzia).

L’Italia ha deciso un trasferimento di risorse dal Feaga (1° pilastro) al Feasr (2° pilastro) per 505.141.168 di euro, corrispondenti a 126.285.292 di euro annui. I trasferimenti sono destinati ai seguenti interventi (tab. 1):

– giovani agricoltori per 36,2 milioni di euro annui dal 2024 al 2027, per un totale di 145,14 milioni;

– interventi sull’agricoltura biologica per 90 milioni di euro annui dal 2024 al 2027, per un totale di 360 milioni.

Risorse sottratte dalle Regioni

La dotazione aggiuntiva di 90 milioni per l’agricoltura bio è stata ripartita tra le Regioni.

Il 2° pilastro della Pac, finanziato dal Feasr, prevede l’obbligo di un cofinanziamento nazionale di circa il 50%; di conseguenza, il trasferimento di 360 milioni di euro dal 1° pilastro genera una dotazione di circa 720 milioni nel 2° pilastro a disposizione degli interventi per l’agricoltura biologica. Tale cifra si aggiunge alle risorse che le Regioni hanno impegnato per la Misura 11 dei Psr a sostegno dell’agricoltura biologica nella programmazione 2014-2022. Oltre ai sostegni diretti, l’agricoltura biologica potrà beneficiare di altri importanti Interventi della nuova politica di sviluppo rurale, tra cui lo scambio di conoscenza e informazioni, nel nuovo sistema dell’Akis (Agricultural Knowledge Innovation Systems), che dovrà accrescere le conoscenze sulle pratiche agricole biologiche per aumentare produttività e sostenibilità.

Una recente lettera inviata a tutte le Regioni italiane dalle associazioni del biologico denuncia che dall’analisi della ripartizione delle risorse per la prossima programmazione dello Sviluppo rurale, ben nove amministrazioni regionali hanno deciso di corrispondere al bio meno risorse rispetto a quanto concordato con il Governo.

La nuova misura 11 si chiamerà SRA29

Nella programmazione dello sviluppo rurale 2023-2027 non si parla più di misure e quindi di Misura 11 “Agricoltura biologica”, ma di tipologie di Intervento.

Il sostegno all’agricoltura biologica rientra all’interno del Piano Strategico Pac (Psp) nella tipologia di Intervento A) pagamenti per Impegni ambientali, climatici e altri impegni in materia di gestione, con un apposito Intervento SRA29 “Pagamento al fine di adottare e mantenere pratiche e metodi di produzione biologica”.

SRA29 sarà quindi il codice identificativo del sostegno all’agricoltura biologica nello sviluppo rurale 2023-2027.

L’intervento si applica a tutte le tipologie colturali e ai prati permanenti, prati pascoli e pascoli, esclusi i terreni a riposo, e si articola in due azioni:

– Azione 1 Conversione all’agricoltura biologica;
– Azione 2 Mantenimento dell’agricoltura biologica.