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NONOSTANTE LA STASI DELLE POLITICHE AGRICOLE, NASCE IL BIO-DISTRETTO DEL RISO PIEMONTESE

NONOSTANTE LA STASI DELLE POLITICHE AGRICOLE, NASCE IL BIO-DISTRETTO DEL RISO PIEMONTESE

È stato presentato al pubblico alcuni giorni fa il Bio-distretto del riso, nato nel febbraio scorso in Piemonte, per mano di sette imprenditori dei territori della Baraggia, del Biellese e del Vercellese.

Uno degli strumenti più innovativi diffusi in Italia, raggiunge anche la regione piemontese nella produzione del riso; per un’espansione attuale di circa cinquecento ettari collocata ai piedi delle Alpi, che prevede il raddoppiamento nell’arco di un futuro prossimo.

In linea generale, i terreni dedicati alle risaie nel nord Italia – tra Piemonte e Lombardia per intenderci – sono trattati con erbicidi, anticrittogamici, insetticidi; sistemi di coltivazione che risalgono alla prima industrializzazione agricola, mai aggiornati e poco sensibili al tema della sostenibilità.

Il Bio-distretto del riso in Piemonte è quindi una preziosa innovazione, in un terreno che sta esperendo la diminuzione della presenza di glifosato e dei suoi metaboliti di circa dieci volte rispetto all’utilizzo ordinario.

La scelta alla base della nuova coltivazione è stata il recupero di semi e varietà diffuse un secolo fa, varietà più forti di quelle invece selezionate negli ultimi decenni, non bisognose di elementi chimici che ne agevolino la sopravvivenza.

Molte delle varietà di piante selezionate come per esempio il Rosa Marchetti, sono inoltre resistenti al Brusone, un fungo del riso molto diffuso in Lombardia, capace di aggredire la pianta in ogni sua parte. Per le varianti più delicate invece, si utilizza l’irrorazione con lo zolfo.

I coltivatori hanno inoltre recuperato l’utilizzo di piante allopatiche ricavate dalla fermentazione del sovescio, naturalmente erbicide, molto ricche per il terreno poiché sparse sui campi prima della semina, a funzione concimante e di pacciamatura. Un cambio radicale per il terreno, in questo modo orientato a una ripulitura dai residui delle coltivazioni chimiche e alla riduzione di un terzo delle emissioni di CO2.

C’è chi si interroga sulle ragioni per il quale questo modo di praticare la risicoltura, sia stato avviato così tardi, considerando che, l’Unione Europea già nel 2009 affrontava il tema della Difesa Integrata – la strategia che consente di limitare i danni derivanti dai parassiti delle piante, utilizzando tecniche disponibili nel solo rispetto dell’ambiente e della sua salute -, individuando in questa, l’alternativa concreta all’agricoltura di tipo chimico.

Undici anni dopo, all’interno di una relazione sul tema da parte della Corte dei Conti, vengono di nuovo valutate le riduzioni dei pesticidi attraverso l’introduzione di veri e propri cambiamenti sistemici, volti a favorire la diversità strutturale e biologica e ridurre la resistenza attuata dagli organismi nocivi, ai principi attivi attraverso metodi agroecologici. Segue quindi la presa d’atto che i paesi membri non abbiano legittimato come tassativa, l’applicazione di questa strategia, denotando differenze tra un paese e l’altro, sostanziali.

Trascorrono decenni e di nuovo ci si continua a interrogare sulla stasi delle politiche agricole, così lente e monolitiche di fronte a un Green Deal che auspica il 25% della superficie a bio entro il 2030.

Stasi che si spera venga messa in discussione, oltre che dai risicoltori biocome abbiamo visto, ora attivi e operosi rispetto a un nuovo modo -, anche a livello più generale, attraverso il Recovery Plan e conseguenti e inedite azioni di investimento sostenibile, riservate all’agricoltura biologica.

Fonte: Il fatto quotidiano

JUNK FOOD: L’AGRICOLTURA SOSTENIBILE RAPPRESENTA UN’ALTERNATIVA, IL PENSIERO DI BITTMAN

JUNK FOOD: L’AGRICOLTURA SOSTENIBILE RAPPRESENTA UN’ALTERNATIVA, IL PENSIERO DI BITTMAN

Il vero prezzo del junk food non è rappresentato dal suo valore economico, conveniente solo all’apparenza.

Lo racconta Mark Bittman, giornalista e autore americano, che argomenta la riflessione nel suo libro dal titolo: “Animal, Vegetable, Junk: A history of food, from sustainable to suicidal”.

Cibo a buon mercato, di scarsa qualità, nato negli Stati Uniti ma ormai diffuso da anni in tutto il mondo, che sostiene e alimenta un sistema alimentare basato su agricoltura e allevamento intensivi, un sistema fortemente industrializzato.

Circa 84 milioni di persone in America, consuma un hamburger con patatine almeno una volta al giorno, in macchina o al negozio, il cibo rimane lo stesso: saturo di calorie, zuccheri, grassi, privo di vitamine o sostanze ricche dal punto di vista nutrizionale.

Un cibo immediato, facile da consumare così come da procacciare poiché subito disponibile. Dal costo fortemente ridotto per cui accessibile a tutti. Questi i vantaggi evidenti, ma a costo di quali svantaggi, all’apparenza invisibili?

Bittman lo definisce cibo ultra trasformato, un cibo impossibile da creare da soli, immaginato per risultare super invitante e attivare i centri di piacere del nostro cervello nonché la produzione di dopamina, co-responsabile dei meccanismi di quest’ultimo.

Ma la vera trasformazione, questo cibo la attua oltre che sul nostro sistema alimentare e ambientale, sul nostro corpo, sostiene il giornalista. La sanità pubblica lo conferma.

Il 21% del totale della spesa sanitaria americana è infatti rappresentato da malattie causate da una cattiva alimentazione: obesità, ipertensione, diabete, malattie di tipo cardiaco.

La proposta di Bittman? Mettere nelle condizioni le persone di acquistare cibo nutriente. Avviare investimenti dunque, in frutta, verdura e metodi per produrne di qualità.

Agricoltura sostenibile dunque, resa accessibile dall’attuazione al consumo dei prodotti. Agricoltura che implichi suoli sani, non trasformati, come il cibo che Bittman propone di combattere; che agevoli gli agricoltori nel loro lavoro fin dalle basi, bandendo pesticidi e antibiotici negli allevamenti. Per il miglioramento di un sistema di vita più salubre per chi si adopera dalla semina alla produzione, così come per chi consuma.

Fonte: Cambia la Terra

AGROECOLOGIA: LA CHIAVE D’ACCESSO ALLA RIVOLUZIONE GREEN, SECONDO IL WWF

AGROECOLOGIA: LA CHIAVE D’ACCESSO ALLA RIVOLUZIONE GREEN, SECONDO IL WWF

La soluzione per conciliare un miglioramento della sicurezza alimentare globale e allo stesso tempo salvaguardare la natura e la sua biodiversità, risiede nell’agroecologia.

A sostenerlo è il WWF – World Wide Fund for Nature (WWF Olanda), che nel suo rapporto intitolato: “Farming with Biodiversity – Towards naturepositive production at scale”, evidenzia la stretta correlazione esistente tra natura e agricoltura.

Come conciliarle quindi, considerando la minaccia che il nostro sistema alimentare, rappresenta in questo momento per la biodiversità?

Uno degli elementi messi in campo dal rapporto è quello del rispetto: un’agricoltura rispettosa della natura, può solamente contribuire alla sicurezza alimentare e cooperare, ai fini della conservazione e legittimazione dell’habitat per gli animali selvatici e del collegamento tra le riserve naturali.

Al contempo, i processi naturali e la biodiversità dei suoli invece, possono favorire fortemente la produzione agricola, sostenendone uno sviluppo sano.

L’agricoltura rispettosa della natura, prende proprio il nome di agroecologia e il suo obiettivo è la produzione di cibo in equilibrio con la natura.

L’approccio agroecologico prevede e incoraggia la diversificazione del tipo di colture seminate e tende a valorizzare le competenze degli agricoltori locali, massimi conoscitori dei terreni che lavorano. La valorizzazione del sapere di questi ultimi, comporta spesso un minore utilizzo e quindi dipendenza, da agrofarmaci e fertilizzanti a favore dei terreni coltivati. Rese agricole e redditi dei lavoratori, risultano così meno precari nonostante il fenomeno del cambiamento climatico.

Il rapporto racconta ancora, di come l’agroecologia si stia diffondendo, perché già messa in pratica in diverse parti del mondo, in realtà aziendali piccole come grandi.
È però necessario un cambiamento incisivo, al fine di proteggere la natura e nutrire le persone in modo sano. Per realizzarlo occorre che gli agricoltori vengano sostenuti da governi, finanziatori e dalla filiera agroalimentare, soprattutto dai punti vendita con il giusto prezzo pagato alla fonte.

L’agroecologia sopraggiunge come la chiave quindi, per spalancare la porta della rivoluzione verde nel rispetto e in cooperazione con la natura. Una possibilità di cambiamento che il rapporto del WWF sposa e argomenta, nell’intento di stimolare lavoratori, scienziati, governi e imprese e nell’indicare una strada percorribile verso il cambiamento.

Fonte: Sinab

AGRICOLTURA BIOLOGICA: SCELTA STRATEGICA PER UNA RIPRESA SOSTENIBILE, SECONDO CONFEURO

AGRICOLTURA BIOLOGICA: SCELTA STRATEGICA PER UNA RIPRESA SOSTENIBILE, SECONDO CONFEURO

Il confronto sul futuro del settore biologico sta giungendo finalmente a un punto di svolta. Ad approssimarsi infatti, è la convocazione del Tavolo di Partenariato sul Piano Strategico nazionale (PSN), che scenderà nel vivo dello sviluppo della politica agricola e dei fondi che la sosterranno.

Racconterà molto la ripartizione delle risorse del Recovery Plan destinate al settore, dichiara Andrea Michele Tiso, Presidente di Confeuro – Confederazione degli agricoltori europei e del mondo. La porzione riservata al biologico, indicherà il tipo di investimento che il Governo intende affrontare rispetto a un sistema di produzione di tipo sostenibile.

I numeri restituiscono i dati di un settore biologico legato all’agricoltura, in forte crescita e salute. Non scommettervi dal punto di vista strategico all’interno delle risorse di rilancio del paese, sarebbe un errore, aggiunge Tiso, anche ai fini del Green Deal e della sua realizzazione. È determinante infatti per produrre effetti sul lungo termine, non rimandare gli investimenti necessari oggi.

I dati dimostrano che dal 2010, gli ettari di superficie coltivata a metodo biologico, sono aumentati del 79%, arrivando ai 2 milioni nel 2019. Anche gli operatori del settore hanno visto una crescita del 69%, per un incremento generale continuativo e costante che la politica non può più non considerare.

È giunto il tempo di una valorizzazione del settore e della sua forza rivoluzionaria, forza che merita di essere canalizzata nel riconoscimento di questo, tra i pilastri strategici della ripartenza green europea.

Fonte: Agricultura

DISTRETTO BIOLOGICO TERRE MARCHIGIANE: MARTEDÍ 27 APRILE LA CONFERENZA STAMPA

DISTRETTO BIOLOGICO TERRE MARCHIGIANE: MARTEDÍ 27 APRILE LA CONFERENZA STAMPA

Avrà luogo oggi, 27 aprile 2021 alle ore 11.00, presso la Sala ex Consiglio Comunale del Municipio di Urbino, in Via Puccinotti 1, la conferenza stampa indetta dal neonato Distretto biologico Terre Marchigiane insieme alla Confcommercio Pesaro e Urbino/Marche Nord.

Il progetto, proposto lo scorso anno da AnaBio Marche, avanza nella sua forma, con lo scopo di unire le eccellenze del territorio all’interno del settore agroalimentare, nello strumento innovativo di organizzazione territoriale che è il Bio-distretto.

Non più unità produttive isolate, bensì luoghi di intreccio e messa in relazione per lo sviluppo economico e sociale di un’area che interessa diversi Comuni nella provincia di Pesaro e Urbino, tra i quali: Pergola, Frontone, Serra Sant’Abbondio, San Lorenzo in Campo, Fratte Rosa, Mondavio, Terre Roveresche, Monte Porzio, Sant’Ippolito, Fossombrone, San Costanzo, Cagli.

La conferenza vedrà l’esamina di tre punti: La presentazione del Distretto biologico Terre Marchigiane; La presentazione delle nuove adesioni e dei Soci parte del Distretto, tra cui il Comune di Urbino e Confcommercio Pesaro e Urbino/Marche Nord; L’adesione al Distretto Biologico seguita dall’intervento del Vice Presidente della Giunta Regionale, Mirco Carloni.

All’evento non mancheranno: Maurizio Gambini – Sindaco di Urbino e i Sindaci dei comuni associati; Sara Tomassini – Presidente del Distretto Biologico Terre Marchigiane; Amerigo Varotti – Direttore Generale di Confcommercio; Mirco Carloni – Vice Presidente della Giunta Regionale.

Per motivi legati alla normativa da Covid-19, sarà necessario confermare la propria presenza all’indirizzo e-mail: segreteria@ascompesaro.it o al numero: 0721/698205.

Sarà inoltre possibile collegarsi alla conferenza stampa tramite la piattaforma Zoom raggiungibile attraverso il link seguente: https://zoom.us/j/94560855138

LO IUS NATURAE DI BARTOLOMIOL: IL PRIMO VINO CERTIFICATO EPD IN ITALIA

LO IUS NATURAE DI BARTOLOMIOL: IL PRIMO VINO CERTIFICATO EPD IN ITALIA

Lo Ius Naturae, Prosecco Superiore Docg Brut Millesimato, prodotto dalle uve dei filari del Parco della Filandetta, nucleo biologico dell’azienda della famiglia Bartolomiol, è il primo vino italiano ad essere certificato Epd – Environmental Product Declaration. Il biologico è da molti anni certificato da Suolo e Salute.

Epd è l’unica certificazione di qualità ambientale attualmente valida a livello internazionale (ISO 14025), rilasciata dall’ente di Stoccolma che presiede l’International Epd System.

L’Ente, che ha visto scadere i suoi regolamenti specifici nel 2017 per quanto riguarda gli spumanti e nel 2019 per i vini fermi, ha adottato una riscrittura delle proprie linee guida, che è stata portata avanti a partire dal 2018 in collaborazione con un team italiano: tra cui la stessa azienda Bartolomiol, la Fattoria Maliziosa, e Indaco2 – società spin off dell’Università di Siena, per l’analisi del Ciclo di Vita dei vini dell’azienda.

Tenendo presente l’analisi del Ciclo di Vita del prodotto, viene appunto stilata la sua Dichiarazione Ambientale; le regole quindi per un corretto ciclo dell’intera filiera produttiva: dalla vigna alla cantina, dall’imbottigliamento alla produzione.

Tra gli indicatori considerati, uno è la Carbon Footprint, la quantità di gas serra emessa nell’atmosfera nel corso dei vari passaggi che compongono la filiera.

Per quanto riguarda lo Ius Naturae, l’emissione è risultata di 1.54 kg CO2eq, il 22% in meno rispetto alla media emessa a livello internazionale. Senza contare, per quanto riguarda il caso specifico di Bartolomiol, che l’impronta carbonica viene compensata da un terreno boschivo di oltre 3 ettari, collocato nei pressi del Monte Cesen, parte della tenuta che la famiglia tutela con attenzione.

La vicepresidente dell’azienda, Elvira Bartolomiol, racconta l’importanza del traguardo raggiunto; risultato che segue ad alcune scelte già intraprese negli anni precedenti. A partire dal 2011 infatti, l’azienda ha introdotto il protocollo Green Mark, procedura che chiarisce le pratiche da adottare all’interno del vigneto.

L’azienda tuttavia non si ferma nella sua conversione alla sostenibilità, ha infatti già avviato un lavoro di certificazione che andrà presto a investire l’intera produzione vitivinicola.

 

 

Fonte: Wine News