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L’EXPORT ITALIANO BIO VOLA FINO IN MESSICO

L’EXPORT ITALIANO BIO VOLA FINO IN MESSICO

Sui vini l’Italia al primo posto davanti a Francia e Cile: l’analisi di Nomisma per la piattaforma Ita.Bio

«Biologico rimane una parola magica per crescere nell’export». È il commento della rivista Terra e Vita per la crescita delle esportazioni delle derrate agroalimentari bio anche verso mercati inusuali come il Messico. Dopo i focus di approfondimento su: Usa, Cina, Canada, Emirati Arabi, Scandinavia e Giappone lo scorso 7 giugno la piattaforma Ita.Bio ha dedicato infatti il suo approfondimento in streaming al Paese latino americano.

Con un valore di 59 milioni di euro, il Messico si posiziona solo al 35esimo posto nella classifica globale del bio in termini di quota di mercato. Il trend è però molto positivo, con una crescita del +12% solo nell’ultimo anno e una previsione di un +7% medio annuo fino al 2026, guidato da una consumer base giovane e sempre più attenta a benessere e salute.

È quanto emerge dalla indagine di Nomisma presentata nel sesto forum ITA.BIO, la piattaforma online di dati e informazioni per l’internazionalizzazione del biologico Made in Italy promossa da ICE Agenzia e FederBio.

I numeri chiave

Il settore bio in Messico è in crescita: +14% il numero di aziende bio e +10% le superfici solo nell’ultimo anno, nonostante rappresentino ancora solo lo 0,2% sul totale della superficie agricola complessiva.

Con una spesa pro-capite inferiore a 1 euro a persona, il biologico in Messico rappresenta ancora una piccola nicchia di mercato che interessa soprattutto specifici target di popolazione (giovani e famiglie con figli al di sotto dei 12 anni), tanto che la quota di consumatori bio non raggiunge il 30% nelle upper class delle grandi città.

Dimensioni però che sottintendono enormi potenzialità di crescita, supportate anche dal graduale ma costante cambiamento negli stili di vita e nei consumi alimentari delle famiglie messicane. Un percorso verso abitudini più sane, fortemente trainato dal Governo messicano, che negli ultimi anni sta lottando duramente, attraverso divieti e tassazione, per combattere contro uno dei più alti tassi di obesità al mondo.

Il trend salutistico

Dunque trend salutistici e maggiore attenzione alla qualità dei prodotti che i messicani portano a tavola, lo dimostrano i dati della consumer survey originale di Nomisma, realizzata nel mese di maggio su un campione di popolazione residente nelle principali città e con redditi medio-alti: negli ultimi 2-3 anni il 46% degli intervistati ha aumentato in generale il budget dedicato alla spesa alimentare, il 36% ha speso di più per acquistare prodotti gourmet di importazione e il 28% dichiara di aver incrementato gli acquisti di prodotti di origine vegetale.

In tale contesto si inserisce il consumo di prodotti biologici, che risulta infatti legato principalmente a una scelta salutistica: il 72% dei consumatori che acquista prodotti biologici lo fa perché sono più sicuri per la salute, perché possiedono proprietà nutritive migliori (secondo il 54%) e, in generale, perché hanno qualità superiore (37%).

 I canali distributivi

Se è vero che il biologico in Messico passa soprattutto da iper e supermercati generalisti (Walmart, La Comer, Chedraui,…) tanto che quasi 2/3 acquista bio principalmente presso questo canale, i ristoranti e i wine bar evidenziano comunque grosse potenzialità: ad oggi solo l’8% ha consumato pasti bio fuori casa, ma dalla fine del 2021 ad oggi, i consumi away from home in Messico presentano un trend di crescita costante, con una quota crescente di consumatori che ritiene importante la presenza di ingredienti o piatti bio nel menù di un ristorante. Altri canali di interesse per il biologico sono gli specializzati bio (punti vendita come Hanseakit o Ingredienta) che vengono scelti come punto di riferimento dalla consumer base.

 

Per accrescere diffusione, consapevolezza e interesse verso il biologico, è però indispensabile che il consumatore messicano venga informato di più e meglio riguardo le caratteristiche e le garanzie che il bio offre: l’80% degli user bio dichiara infatti di non aver informazioni sufficienti e dettagliate sulle caratteristiche e i valori degli alimenti biologici (quota che supera il 90% per i non user di bio). Nello specifico, solo due su dieci conoscono la differenza tra biologico e convenzionale e più di 1 consumatore su 2 vuole avere informazioni più dettagliate sulla tracciabilità dei prodotti bio e sul legame dieta salutare e sostenibilità ambientale.

L’accoppiata Made In Italy-Bio fa bene al vino

Italia top quality nel food&wine: nel percepito dei consumatori messicani, l’Italia si posiziona al secondo posto, alle spalle dei vicini Stati Uniti, tra i Paesi che producono i prodotti alimentari di maggiore qualità. Per il vino l’Italia è sul gradino più alto del podio, davanti a Cile e Francia.

Senza dubbio il Made in Italy bio ha ottime prospettive di sviluppo su questo mercato: 2  consumatori su 3 si dicono certamente interessati ad acquistare un prodotto biologico italiano se lo trovassero presso il punto vendita che frequentano abitualmente. Per gli incerti, il prezzo elevato è l’ostacolo rilevante che potrebbe però essere superato grazie a una buona comunicazione e informazione sul prodotto, in particolare in merito al buon impatto sulla sua salute.

 

LA VOGLIA DI SPERIMENTARE SALVA I VINI DI QUALITÀ DAL CLIMATE CHANGE

LA VOGLIA DI SPERIMENTARE SALVA I VINI DI QUALITÀ DAL CLIMATE CHANGE

L’esperienza di Massimo Maggio, patron dell’azienda Maggio Vini: attenzione alla natura, al biologico certificato da Suolo e Salute e alla “circolarità” della produzione, nel cuore del territorio assolato del Cerasuolo di Vittoria docg

Un’isola nell’isola. La rivista VVQ dedica un approfondimento a Maggio Vini, una realtà importante per il vino biologico siciliano, certificata da Suolo e Salute.  È una delle punte di diamante dell’enologia del Cerasuolo di Vittoria, l’unica docg presente in Sicilia. Un territorio in provincia di Ragusa con caratteristiche ambientali e climatiche uniche, nell’estrema punta meridionale della Trinacria. I rigogliosi grappoli d’uva ghermiti dall’aquila presente nello stemma comunale testimoniano la storica vocazione vitivinicola di questo territorio. Le coordinate geografiche spingono però Vittoria verso latitudini “africane”, posizionandola più a sud di Tunisi. E la scarsa altitudine raggiunta qui dai Monti Iblei mentre degradano verso il Mar Mediterraneo determina temperature medie decisamente elevate, più calde rispetto al resto dell’isola.

Inutile nasconderlo: la viticoltura di Vittoria è una delle più esposte all’impatto del climate change e per continuare a fare grandi vini occorre studiare e sperimentare, coltivare grandi competenze per migliorare continuamente il proprio standard di produzione.

Il legame con il territorio

Una necessità che per Massimo Maggio, terza generazione di questa famiglia di produttori, rappresenta un impegno quotidiano. Assieme alla sorella Barbara ha deciso di non spezzare il legame famigliare che lo lega a questa terra. Ha investito nella modernizzazione della cantina, salvaguardando però la tradizione dell’antico palmento. «Lo abbiamo – dice – restaurato conservando intatte le tracce di chi nei secoli è passato da cui, producendo il vino con la nostra stessa passione».

Il biologico come scelta di vita

Ne ha valorizzato i vigneti puntando sul recupero dei vitigni autoctoni, magari per scoprire il nuovo Frappato (il rosso profumato che assieme al Nero d’Avola costituisce la formula del Cerasuolo). Ha giocato la carta della naturalità di un territorio dove l’alternanza tra gli insediamenti civili, a partire dalle tracce archeologiche risalenti alla Magna Grecia, e le aree naturali protette testimonia una radicata cultura di rispetto ambientale. Per tutelare questa impronta ha puntato decisamente sul biologico assieme a Suolo e Salute, che certifica le tenute di Maggio Vini sin dalle prime conversioni, a cavallo del giro di boa del Millennio.

«Vigna del Pettineo – asserisce –, la tenuta di circa 60 ettari che è il cuore della nostra azienda, è per noi biologica da sempre, ovvero dall’inizio degli anni 2000 quando abbiamo iniziato a gestirla». Si tratta di una tenuta storica cresciuta attorno all’antico borgo omonimo, dove per decenni diverse famiglie hanno vissuto a pochi passi l’una dall’altra, dandosi una mano l’un l’altra nella piccola produzione vinicola e condividendo cantina e bottaia. «Oggi l’abbiamo trasformata in uno dei luoghi della nostra ospitalità, con i vigneti di Frappato, Nero d’Avola e di Grillo allevati ad alberello alternati a siepi, cespugli fioriti, erbe aromatiche, alberi da frutto che danno riparo e nutrimento ad uccelli ed insetti così come i muretti a secco diventano, oltre che testimonianze storiche, rifugio per i rettili. I nostri interventi e studi si spingono oltre sempre rivolti a preservare la bellezza della natura. «È stata la conversione al biologico – riconosce Maggio – ad accendere la miccia: da semplice scelta tecnica, metodo di produzione con disciplinari da seguire, è diventata per noi in breve tempo una filosofia di vita, un modo di vivere lavorare e produrre in armonia con la natura».

Top di gamma e novità trendy

Tra le corsie e gli stand dell’ultima edizione di Vinitaly, nel padiglione 2 siciliano, sempre più costellato di realtà biologiche, i top di gamma pluripremiati delle riserve bio “Vigna di Pettineo Cerasuolo di Vittoria Docg”,  e dei monovitigno sempre bio Vigna di Pettineo Frappato, Nero d’Avola e Grillo hanno riscosso un notevole successo per l’intensità e lo spessore. Ma sono le novità trendy e fun come il Luna nascente, uno spumante extra-dry prodotto con metodo Charmat da uve Frappato, a testimoniare la vocazione di questo motivato produttore per la sperimentazione.

Lingue di fuoco tra gli alberelli

«Quest’ultima – si rammarica – è in realtà un punto dolente per questo angolo di Sicilia». Le ricerche in viticoltura vengono infatti eseguite quasi sempre in areali “del Nord”, con altre caratteristiche pedoclimatiche. «Dobbiamo fare tutto in proprio. Ad esempio nell’inerbimento». «Lo adottiamo per difendere i terreni dall’erosione, oltre che favorire lo sviluppo di microrganismi e insetti, ma l’inerbimento totale, 2 mesi all’anno, nasconde pericolose insidie nella nostra zona».

Non per la competizione idrica. «La temevamo, ma con gli opportuni accorgimenti di gestione del suolo si può evitare». «I problemi che si sono manifestati sono invece di tipo, diciamo, “sociale”». «Quando è andato a fuoco – racconta- il terreno vicino lasciato a sterpaglia, le lame di fuoco si sono incuneate nei vigneti ad alberello, alimentate proprio dalle erbe seccate dal sole». «Quindi ora non applichiamo più l’inerbimento perenne, bensì lo rimuoviamo in estate parzialmente, lasciando strisce che coprono circa un quarto della tenuta per garantire la disseminazione delle erbe spontanee».

Biochar “dinamizzato”

Altra sperimentazione in proprio è stata proprio quella per la gestione della fertilità e della capacità idrica dei terreni attraverso il biochar. «È stata un successo: abbiamo carbonizzato il legname delle potature degli alberi da frutto in una carbonaia aziendale e poi lo abbiamo “attivato”, ovvero arricchito con letame e microrganismi per favorire la biodiversità del suolo (e ridurne la polverosità)». Con il clima secco e la forte insolazione il terreno di Vigna del Pettineo tenderebbe infatti a seccarsi, «Invece in questo modo non succede: il suolo rimane in salute e attivo. Sono ormai dieci anni che lo rivitalizziamo in questo modo».

Varietà reliquia

Altre prove sperimentali hanno riguardato il patrimonio ampelografico siciliano. Maggio Vini ha infatti partecipato al progetto di ricerca coordinato dall’Istituto vite e vino (Irvo) sulle varietà reliquia siciliane.

«Non si possono ancora utilizzare per etichette commerciali perché non sono iscritte a registro, ma dalle degustazioni sono emerse tipologie interessanti come il Cutrera (a bacca bianca), caratterizzato da maturazione tardiva, in grado di preservare un’eccellente acidità per basi spumanti anche a questa latitudine». «E un altro vitigno sconosciuto – che spero non rimanga tale – è l’Orisi (a bacca nera), caratterizzato da una decisa impronta fruttata e in grado di donare una “botta” di colore».

Magari potrà un giorno entrare nel disciplinare del Cerasuolo di Vittoria docg. Nella Vigna del Pettineo i vitigni Nero d’Avola e Frappato, autoctono di questa area, caratterizzato da eleganza e aroma floreale e speziato costituiscono ancora oltre il 75% della superficie, scalfita solo recentemente dall’avanzata di Grillo e Catarratto.

Bollicine circolari

«La nostra produzione – testimonia Maggio – è indirizzata per quasi il 95% all’estero, verso mercati sensibili come la Germania e il Nord Europa, dove il tema della sostenibilità e del biologico sono un vero biglietto da visita».

«L’attenzione per il territorio – mette in evidenza- per l’ambiente e la sostenibilità non può però essere il più possibile condivisa». «Per questo abbiamo deciso di non concentrarci solo su linee esclusive per mercati top, ma produrre anche linee più accessibili». L’ampiezza della gamma è così diventata uno dei tratti distintivi di Maggio Vini. «Luna Nascente, il metodo charmat da uve frappato, nasce da esigenze di circolarità». «Ovvero per non disperdere i grappoli che vengono diradati prima della raccolta per preservare questo vitigno caratterizzato da grappoli serrati». La vendemmia parziale anticipata di 15-20 si è infatti rivelata l’ottimo per la produzione delle basi spumante del Luna Nascente, un vero testimonial della filosofia spreco zero.

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GUNTHER DI GIOVANNA: «L’IMPRONTA DEL BIO IMPREZIOSISCE I TERRITORI VITATI»

GUNTHER DI GIOVANNA: «L’IMPRONTA DEL BIO IMPREZIOSISCE I TERRITORI VITATI»

Grande successo a Vinitaly per le etichette dell’azienda biologica siciliana certificata da Suolo e Salute. Gunther Di Giovanna ribadisce l’importanza della certificazione per raggiungere i mercati di tutto il mondo

L’elegante aromaticità del Grillo Helios 830 metri, testimone del terroir irripetibile del vigneto “Fiuminello”, situato alle pendici del Monte Genuardo, in un incontaminato areale a parco naturale, tra le provincie di Agrigento e Palermo, nel cuore della Sicilia.

La morbidezza del Vurria Nero d’Avola Doc Sicilia, caratterizzato da sentori di amarena e frutti di bosco e piacevoli note speziate. La migliore interpretazione dal cru completamente diverso della Tenuta Miccina, caratterizzato da terreni magri, sassosi e tufacei.

L’assoluta novità della svolta naturale del Rufulia Pét-nat Catarratto Igp Terre Siciliane. Un metodo ancestrale imbottigliato senza filtrazione ottenuto dalle uve Catarratto prodotte nel vigneto San Giacomo.

Contraddistinto da un bouquet complesso di agrumi, frutti gialli oltre della persistente sapidità, vero marchio di fabbrica di questa apprezzata cantina biologica siciliana.

Una gamma vincente

La gamma dei vini dell’azienda Di Giovanna, portabandiera della tradizione del biologico siciliano e certificata da Suolo e Salute da 26 anni, ha ottenuto un forte apprezzamento nel corso dell’ultima edizione del Vinitaly. In una videointervista raccolta da Lorenzo Tosi e pubblicata sulla versione digitale del magazine VVQ, Vigne, Vini & Qualità Gunther di Giovanna, che rappresenta assieme al fratello Klaus la quinta generazione di una delle più originali famiglie del vino in Sicilia, ha spiegato che la domanda di sostenibilità continua ad essere fortissima e che «la certificazione – assicura Gunther – e la serietà di un metodo di produzione che si basa sulla terzietà dei controlli e sulla reciprocità, continua ad essere la chiave che apre i mercati di tutto il mondo». E questo vale per qualsiasi paese di destinazione.

L’impronta del bio

Nelle cinque tenute aziendali dislocate tra Contessa Entellina (Pa) e Sambuca di Sicilia (Ag), l’azienda Di Giovanna continua a puntare sulle chance di vitigni autoctoni come Nero d’Avola, Nerello Mascalese, Grillo, Catarratto e su alcune varietà internazionali come Chardonnay, Syrah e Merlot. Ma secondo Gunther l’elemento che più impreziosisce il terroir aziendale, al pari della tipicità, è l’impronta indelebile di un territorio unico in cui la certificazione biologica contraddistingue più del 70% delle superfici agricole.

VOLANO IN GIAPPONE I VINI BIO E SOSTENIBILI MADE IN ITALY

VOLANO IN GIAPPONE I VINI BIO E SOSTENIBILI MADE IN ITALY

Cresce di un terzo l’export di vini italiani nel Paese del Sol Levante. Una survey di Alleanza delle Cooperative svela che buona parte di questo incremento è legato al successo dei nostri vini biologici e in particolar modo di quelli con imballaggi ecosostenibili

Giappone chiama Italia. Buone notizie per la vendita di vini italiani nel Sol Levante, dove hanno registrato una crescita in volume del 28,6% nel 2022, attestandosi a 200 milioni di euro (dato Ismea). Un successo trainato in particolare da una crescente richiesta da parte del mercato nipponico di vini “sostenibili”,  biologici oppure con packaging leggeri e facilmente riciclabili.

La ripresa dopo la pandemia

Lo rende noto alla 55a edizione di Vinitaly l’Alleanza Cooperative Agroalimentari a seguito di una rilevazione interna con le sue associate particolarmente impegnate nella vendita sui mercati esteri. L’incremento a due cifre delle vendite di vino è dovuto in particolar modo alla fine delle chiusure dovute alla pandemia. Finalmente le persone hanno iniziato a consumare di più, uscire di casa e riscoprire la socialità. Sono state riaperte le frontiere: prima il Giappone era chiuso all’ingresso degli stranieri, oggi invece c’è un forte aumento di visitatori in un paese dalla grande vocazione turistica.

Imballaggi riciclabili

Ma la novità più importante che emerge dalle rilevazioni fatte dalle cantine di Alleanza è la grande richiesta di vini biologici e di vini sostenibili con un packaging leggero. I giapponesi apprezzano il vino in lattina e in particolare il vino in tetrapak in confezioni da mezzo litro, materiale al quale guardano molto positivamente perché si tratta di un materiale facilmente riciclabile. Nel Paese dei crisantemi è molto importante un concetto di sostenibilità piena.

Ecologico, economico, elegante

La preferenza per il packaging da mezzo litro è anche dovuta al fatto che scegliere vino nelle classiche bottiglie di vetro sia assai più costoso, perché in Giappone le procedure di smaltimento dei rifiuti sono molto rigorose e il cittadino deve corrispondere un contributo a seconda del peso dei propri sacchetti di rifiuti. Dal momento che il tetrapak è compostabile e occupa pochissimo spazio, il problema si risolve con tre “e”: in modo ecologico, economico ed elegante, offrendo prodotti di qualità in confezioni dall’aspetto degno della loro storia.

Cantine cooperative, campionesse di export

Da una recente indagine sul grado di internazionalizzazione delle cooperative vitivinicole realizzata da Ismea per Alleanza delle cooperative, il fatturato generato dall’export delle cantine aderenti ad Alleanza cooperative tra il 2010 e il 2022 ha registrato una crescita del 130%, con un trend superiore all’andamento delle esportazioni nazionali di vino che nello stesso periodo sono cresciute del 101%.

IL PROSECCO PIACE SE È SOSTENIBILE

IL PROSECCO PIACE SE È SOSTENIBILE

In Italia il 28% dei consumatori sceglie il Prosecco in base alla presenza di attributi green (come il bio e il marchio di sostenibilità). All’estero l’interesse è ancora maggiore: 32% in Germania, 36% in Svezia e 40% negli Usa. É quanto emerge dall’originale analisi di Nomisma per il Consorzio di Tutela della doc Prosecco presentata in occasione della 55° edizione del Vinitaly.

Il biologico rappresenta, insieme alla sostenibilità, uno dei principali driver di acquisto del Prosecco. Un trend che coinvolge trasversalmente – seppur con entità diverse – i consumatori di tutti i principali mercati di riferimento del principe delle bollicine italiane. Nello specifico, in Italia il 28% dei consumatori sceglie il Prosecco da consumare proprio sulla base della presenza di attributi green (come il bio e la sostenibilità ambientale e sociale). All’estero l’interesse è ancora maggiore: si va dal 32% dei consumatori tedeschi per arrivare al 36% di quelli svedesi e al 40% di quelli statunitensi.

È quanto emerge dal sistema di survey che Wine Monitor Nomisma conduce da anni per il Consorzio di Tutela della doc Prosecco. Lo scopo è quello di monitorare i comportamenti di consumo del Prosecco nei principali mercati mondiali e valutare le potenzialità di sviluppo del vino spumante più venduto nel mondo, tra cui quelle legate alla certificazione di sostenibilità. Lo studio è stato presentato in occasione della 55a edizione della kermesse veronese.

La diffusione e la percezione dei vini sostenibili

In Italia il 9% dei consumatori di spumanti ha acquistato negli ultimi 12 mesi un vino certificato l’identikit dell’acquirente è ben definito: millennials, di genere maschile con titolo di studio e reddito elevato. Tali caratteristiche socio-demografiche si ritrovano anche in Germania e Svezia, dove la quota di soggetti che consumano vini sostenibili è più elevata rispetto all’Italia (in particolare nel caso del Paese Scandinavo) e pari rispettivamente al 10% e 15%.

Dalle consumer survey condotte da Wine Monitor Nomisma per il Consorzio di Tutela della DOC Prosecco emerge anche la migliore reputazione di cui godono questi vini. Si tratta, infatti, di prodotti che secondo i consumatori presentano un maggior rispetto dell’ambiente ma anche una maggiore tracciabilità, così come un più alto rispetto per lavoratori e cittadini. La sostenibilità non è difatti solo sinonimo di maggiore attenzione all’ambiente ma presenta anche forti connotati di natura sociale.

Opportunità da cogliere in Germania, Regno Unito e Usa

«Nomisma – dichiara Emanuele Di Faustino, Responsabile Industria, Retail e Servizi del centro sudi bolognese-  supporta da anni il Consorzio di Tutela della doc Prosecco e le aziende consorziate con originali analisi di market intelligence».

«Lo studio presentato a Vinitaly – continua – dimostra che il bio e la sostenibilità rappresentano un driver per valorizzare ulteriormente questa denominazione a livello globale». «In Germania, ad esempio, si collocano al secondo posto tra i fattori che potrebbero motivare a spendere di più per una bottiglia di Prosecco con una quota del 25%, valore che sale al 29% tra i consumatori degli USA, primo mercato di destinazione del Prosecco».

Nel Regno Unito (seconda destinazione del Prosecco) il 39% dei consumatori pensa che i vini bio & sostenibili saranno tra i più rilevanti trend di consumo dei prossimi 2/3 anni, tale quota sale al 47% negli Stati  Uniti e al 49% in Germania, rispettivamente primo e terzo mercato di export per il Prosecco doc.

Per soddisfare le esigenze, sempre più evolute, dei consumatori di tutto il mondo, il sistema Prosecco da anni investe per incrementare il livello di sostenibilità ambientale e sociale della denominazione.

IL BIO FA BENE AL TERRITORIO  E ALLA QUALITÀ DEL BRUNELLO

IL BIO FA BENE AL TERRITORIO E ALLA QUALITÀ DEL BRUNELLO

Tredici vendemmie bio certificate da Suolo e Salute hanno assicurato all’azienda Col d’Orcia la possibilità di preservare la biodiversità e la storicità di un territorio considerato patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Un impegno che ora si affianca a quello della certificazione di sostenibilità Equalitas per soddisfare le richieste di attenzione alla tutela sociale richiesta nei mercati del Nord Europa. Il Patron Marone Cinzano: «Il futuro continua però a essere bio»

È il percorso che sta tracciando l’azienda Col d’Orcia, storica realtà al confine sud ovest dell’areale di produzione del Brunello di Montalcino Docg. La ricerca dell’equilibrio tra produzione e ambiente è la molla che ha spinto Francesco Marone Cinzano, proprietario dell’azienda, a puntare sul biologico, certificato da Suolo e Salute sin dal 2010. «Ma ricorriamo agli inerbimenti – specifica- all’interramento del letame e al sovescio da oltre 40 anni». Una sfida affrontata con decisione, rappresentando per anni il vigneto bio più esteso della Toscana e costituendo, sei anni fa, il comitato di produttori Montalcino bio, per promuovere la responsabilità collettiva sulla necessità della salvaguardia della biodiversità di un territorio unico.

Il “buon governo” del paesaggio

Un’attenzione giustificata dal rispetto di un paesaggio riconosciuto come patrimonio dell’umanità dall’Unesco. L’attuale aspetto della Val d’Orcia è infatti da collegare direttamente alle sistemazioni agrarie compiute ai margini della via francigena nel corso del tardo Rinascimento, seguendo gli ideali di buon governo. «In questo territorio il vigneto non è mai stato predominante, ma accompagnato da vaste aree cerealicole, olivicole e a bosco». Un orientamento rispettato nell’azienda Col d’Orcia, il cui vigneto copre “solo” 145 ettari, meno della metà dell’intera superficie aziendale (dove trova spazio un’ampia macchia mediterranea).

La ricetta per unire qualità e attenzione all’ambiente

Accurata gestione del suolo, attenta selezione clonale, bassa resa per ettaro, rigorosa cura manuale delle uve consentono ai vigneti di esprimere al meglio le straordinarie potenzialità ambientali di questa zona unica. Recenti prove quadriennali del dipartimento Diproves dell’Università Cattolica di Piacenza hanno evidenziato, in altri areali, un effetto significativo causato dalla copertura vegetale perenne del suolo sui parametri di qualità dei vini prodotti come il contenuto in antociani e polifenoli totali dei vini rossi.

L’effetto del bio

Marone Cinzano non è sicuro dell’effetto del biologico sulla durata dell’invecchiamento di referenze come il Brunello Riserva Poggio al Vento, top di gamma ottenuto da un cru aziendale caratterizzato da un suolo ricco di sabbia e calcare, in grado di assicurare acidità elevate e tannini fini e vellutati.

«L’attenta gestione della copertura dell’interfilare – dice – ha comunque assicurato una migliore gestione idrica dei suoli, con effetti positivi nella prevenzione fitosanitaria nelle annate critiche per i livelli di precipitazione e assicurando maggiore resilienza nelle ultime annate, quando l’effetto climate change si è fatto evidente anche in Val d’Orcia».

L’attenzione al sociale

Una certificazione biologica che negli ultimi tempi di sta affiancando anche a quella Equalitas per i vini sostenibili. «In questo incide – spiega Marone Cinzano – l’attenzione alla sostenibilità sociale che manifestano in particolare alcuni mercati del Nord Europa».

La sostenibilità del vino non ha infatti un significato univoco in ogni Paese. In Scandinavia ad esempio sono predominanti aspetti come il rispetto del lavoro e della parità di genere. Con le ispezioni degli organismi di controllo dei distributori di riferimento che arrivano a verificare le date di scadenza dei medicinali negli armadietti pronto soccorso destinati ai lavoratori.

La marcia in più del biologico

Una doppia certificazione di prodotto e di processo che rafforza l’impegno e la riconoscibilità di Col d’Orcia sui mercati internazionali senza “tradire” le convinzioni di Marone Cinzano. «Il biologico – dice – è il metodo che garantisce di più l’ambiente e la salute delle persone e per avere la conferma basta eseguire un’analisi multiresiduo sui vini ottenuti con questo metodo di produzione». «Il futuro è bio – conclude Marone Cinzano – non ci sono dubbi su questa necessità».