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DUBBI DALLA COMMISSIONE E DAGLI STATI MEMBRI SUL «SISTEMA DI QUALITÀ NAZIONALE PER IL BENESSERE ANIMALE» ITALIANO

DUBBI DALLA COMMISSIONE E DAGLI STATI MEMBRI SUL «SISTEMA DI QUALITÀ NAZIONALE PER IL BENESSERE ANIMALE» ITALIANO

Stop temporaneo al nuovo SQNBA, il sistema italiano di certificazione del benessere animale. Se ne riparlerà l’anno prossimo

 

Il «Sistema di qualità nazionale per il benessere animale» istituito dal decreto interministeriale 2 agosto 2022 (modificato poi nell’ottobre 2024 e nel luglio 2025) mira a introdurre gli standard per la certificazione degli allevamenti che rispettano specifici requisiti di benessere animale.

Come previsto dalla procedura TRIS per la prevenzione degli ostacoli tecnici al commercio, il governo

ha notificato il progetto di normativa alla Commissione europea e agli altri Stati membri nel giugno scorso, prima della sua approvazione definitiva.

 

Nel periodo di esame della proposta, diversi Paesi europei e organizzazioni di settore hanno sollevato le loro obiezioni; anche la Commissione europea ha contestato alcuni aspetti (in particolare gli spazi previsti per i vitelli, che ha contestato essere inferiori alla superficie minima stabilita dalla normativa UE: per i vitelli tra le tre e le otto settimane allevati in gruppo il disciplinare italiano prevede almeno un metro quadrato per capo, quando la direttiva europea fissa invece in almeno 1,5 metri quadrati lo spazio minimo per animale di peso inferiore a 150 kg).

Dall’Austria le maggiori preoccupazioni per i possibili ostacoli agli allevatori stranieri e per gli oneri burocratici aggiuntivi.

Secondo Vienna il sistema di certificazione SQNBA è concepito in modo tale che, contrariamente a quanto indicato nella notifica, gli operatori di altri Stati membri non potranno parteciparvi: la certificazione presuppone l’utilizzo del sistema informativo ClassyFarm del Ministero della Salute italiano, direttamente collegato alla Banca Dati Nazionale e al registro elettronico dei trattamenti veterinari, sviluppati esclusivamente per il contesto italiano e non interoperabili con i sistemi informatici degli altri Stati membri: i prodotti realizzati al di fuori dell’Italia non possono essere certificati.

La Spagna ha chiesto chiarimenti sull’accesso al sistema e sulla corretta indicazione dell’origine dei prodotti; la Francia ha sottolineato la necessità di riconoscere certificazioni equivalenti già esistenti, come BoviWell, lo strumento di audit e valutazione francese sviluppato per misurare e migliorare il benessere animale negli allevamenti di bovini da latte e da carne basato sul protocollo europeo Welfare Quality®.

Dalle organizzazioni lattiero-casearie tedesche è stata sollevata la preoccupazione per possibili discriminazioni commerciali. Anche da parte loro è stata sottolineata la criticità dell’obbligo di utilizzare piattaforme e banche dati solo italiane, il che complica l’adesione degli operatori degli altri Paesi membri che utilizzano i rispettivi (e diversi) sistemi informatici nazionali.

Ha sollevato anche contrarietà il mancato riconoscimento automatico di enti di certificazione, veterinari e standard equivalenti in uso negli altri Paesi.

Il parere circostanziato della Commissione e quello dell’Austria hanno comportato che il periodo di standstill (la sospensione della possibilità di adottare il provvedimento) è stato fino al 28 dicembre 2026, termine entro il quale l’Italia non dovrà solo controdedurre, ma anche valutare le modifiche necessarie per garantire il rispetto delle norme europee e la trasparenza delle etichette, la concorrenza leale, con la possibilità per gli allevatori di tutti gli Stati membri di accedere equamente alla certificazione e l’effettiva tutela del benessere animale.

E’ quindi materialmente impossibile che il decreto venga emanato nella sua versione definitiva entro quest’anno.

Non è certo la prima volta che si registrano scollamenti tra i diversi Paesi membri e tra loro e la Commissione, molto più probabili quando, invece di regolamenti (che sono atti giuridici vincolanti che devono essere applicati così come sono nell’intera Unione europea) si adottano Direttive, che devono essere attuate da disposizioni nazionali, su cui può scappare la mano.

Basta pensare alle procedure d’infrazione che la Commissione ha dovuto avviare contro Francia e Spagna) in relazione ai requisiti di etichettatura ambientale degli imballaggi, contestando possibili barriere al mercato unico e incongruenze tra i requisiti nazionali e le normative comunitarie.

Alla fine le questioni si risolveranno, ma vien da chiedersi se non era possibile pensarci prima, evitando di sprecare tempo e di trovarsi con un quadro giuridico non ben determinato.

Leggi di più: https://technical-regulation-information-system.ec.europa.eu/it/notification/28061

https://technical-regulation-information-system.ec.europa.eu/es/notification/28061/message/117076/EN