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UK, MARKS & SPENCER TAGLIA I PREZZI DEI PRODOTTI BIOLOGICI

UK, MARKS & SPENCER TAGLIA I PREZZI DEI PRODOTTI BIOLOGICI

La catena abbassa i cartellini di 50 referenze bio, scommettendo in maggior fidelizzazione del cliente e maggiori volumi di vendita

 

Nel core business M&S (una catena di fascia alta) la vendita di abbigliamento e accessori è centrale, ma non scherzano nemmeno gli alimentari di lusso: del fatturato complessivo UK+ Irlanda del nord, oltre 17 miliardi nell’anno fiscale 2025/2026, poco meno di 10 derivano dal food.

Ma la sua percezione come negozio di alta gamma fa sì che sia poco utilizzato come punto vendita principale per i grandi acquisti settimanali e lo sia di più per acquisti rapidi o quando serve qualcosa di speciale per far bella figura o concedersi una coccola.

L’azienda punta ad aumentare le dimensioni del suo business alimentare e a diventare il punto di riferimento anche per la spesa regolare; dalle sue analisi è emerso che un terzo dei suoi clienti alimentari acquista prodotti biologici occasionalmente.

Con l’operazione di taglio prezzi annunciata mira ad attirare nuovi clienti alla categoria e a incentivare gli attuali acquirenti ad aumentare frequenza e intensità della spesa.

La catena ha dichiarato che si tratta di un investimento proprio, attuato con la riduzione dei margini, che sarà neutro per quanto riguarda i rapporti coi fornitori.

La strategia comporta anche la predisposizione di Foodhalls di maggiori dimensioni, che consentano di offrire ai clienti una gamma più ampia e un’esperienza di acquisto migliorata.

Senza per questo trasformarle in uno shop in shop, in alcuni punti vendita M&S sta testando aree biologiche multi temperatura, in modo da permettere ai clienti di acquistare comodamente in un’unica area prodotti ambient, refrigerati e surgelati.

Alex Freudmann, amministratore delegato di M&S Food, ha dichiarato: “Vogliamo diventare un rivenditore di alimentari a 360 gradi, offrendo ai clienti più motivi per fare acquisti nei nostri punti vendita più spesso e per più prodotti di cui hanno bisogno settimanalmente. Il biologico è una categoria con un enorme potenziale. È il motivo per cui stiamo investendo oltre 4 milioni per abbassare i prezzi su più di 50 articoli biologici di base, mettendo assieme la qualità che il mercato ci riconosce e un approvvigionamento biologico di grande valore. È un altro passo importante per rendere M&S accessibile a più clienti e sostenere la nostra ambizione di far crescere il business alimentare”.

Potete dare un occhio qui https://www.marksandspencer.com/food/l/food-brands/organic?searchRedirect=organic  alla gamma biologica a marchio della catena, che comprende Organic Parmigiano Reggiano Cheese, Organic Italian Plum Tomatoes, Organic Italian Chopped Tomatoes, Organic Balsamic Vinegar of Modena, Organic Italian Fusilli.

IL BIO TRA LE RIGHE: QUELLO CHE I NUMERI NON DICONO

IL BIO TRA LE RIGHE: QUELLO CHE I NUMERI NON DICONO

A un mese dalla presentazione dei dati ISMEA, una rilettura dei numeri per cogliere i segnali, interpretare le dinamiche del mercato e capire dove sta andando il biologico italiano

Il 23 settembre, giornata europea del biologico, ISMEA ha presentato un’anticipazione del rapporto “Bio in Cifre 2026”, curato per conto del MASAF.

Il documento, per quanto non esauriente come nelle versioni complete precedenti, è denso di cifre, sulle quali è possibile trarre alcune considerazioni.

Nel 2025 la superficie che ha concluso la conversione al biologico è rimasta sostanzialmente immutata, con una contrazione dello 0.5%.

È vero che non siamo abituati a riduzioni nemmeno decimali (per quanto rallentando la tendenza emersa negli anni precedenti, con un + 32.4% nel decennio, nel complicato 2024 la superficie biologica già convertita cresceva del 3,4% e nel 2023 del 4,5%), ma anche se van tenuti presenti, gli zero virgola in più o in meno non sono di per sé indicatori attendibili di successo o insuccesso.

Ben più significativa è invece la contrazione delle superfici in fase di conversione, che segnano un netto -24.4%, anche se l’andamento è assai diversificato: la SAU aumenta in Sicilia, Toscana, Basilicata e Liguria, mentre si contrae in Emilia Romagna. Campania, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia. In sostanza nel 2026 e 2027 avremo meno superficie biologica.

E’ comunque da registrare che a calare sono essenzialmente i prati permanenti (-14.4%), di poco i seminativi (-2.6%) e le colture permanenti (-1.6%), mentre aumentano le superfici a colture industriali (+48,6%), colture proteiche da granella (+27,9%), brassicacee (+28,2%), agrumi (+5,1%); sostanzialmente stabili i cereali (+1,5%).

In parallelo all’andamento dei prati permanenti, abbastanza generalizzata è la contrazione del patrimonio zootecnico, salvo che per ovini e numero di arnie.

In contrazione il numero delle imprese agricole (-2,6% produttori esclusivi), ma in crescita (+2.1%) quello dei produttori che effettuano anche attività di trasformazione: una situazione sostanzialmente statica, un anno di attesa. Tutto sta a capire di attesa di che.

Non emerge dai dati presentati, che sono molto sintetici (attendiamo a breve un dettaglio più esaustivo), ma dall’esperienza sul campo è possibile attribuire buona parte del rallentamento, oltre alla contrazione della zootecnia, alla situazione complessa del comparto vitivinicolo, che è analoga a quella del comparto enologico generale: flessione dell’export, penalizzato soprattutto dai dazi e dalla conseguente contrazione della domanda negli Stati Uniti, ma andamento faticoso anche sul mercato interno, influenzato in parte dall’’inflazione, ma soprattutto dalle nuove abitudini di consumo, che hanno condotto alla disaffezione di parte degli ultimi produttori arrivati, meno radicati sul mercato: convinti di intercettare un mercato brillante, ne hanno trovato uno più complicato del previsto.

Non si tratta affatto di crisi sul versante dei consumi: vino a parte (e annata 2024 di scarica per l’olio d’oliva), i consumi domestici continuano a crescere, e ben più dell’inflazione: con una crescita del 9,2% (era stata del 3,8% nel 2024) lo sviluppo non è solo in valore, ma anche in volume, con ISMEA che conclude “Il biologico mostra dinamiche di crescita più favorevoli rispetto al totale agroalimentare in diversi comparti”, con incrementi più significativi per latte e derivati (+17,7% bio vs +5,9% categoria complessiva), uova fresche (+14,9% bio vs +14,2%), il netta dissonanza con la riduzione del patrimonio bovino e avicolo ; crescono anche gli “altri prodotti alimentari (+10,0% bio vs +6,3%).

La tendenza positiva non si è conclusa a dicembre 2025, ma prosegue per il primo semestre 2026, che registra vendite in crescita del 4,0% su base annua, rispetto al +2.3% osservato per l’intero comparto alimentare.

Il regolamento UE 848/2018 (seguito da un’ottantina di regolamenti delegati, di esecuzione e di rettifiche, oltre che da una dozzina di decreti nazionali: è questa la tanto sbandierata semplificazione?) attribuisce alla produzione biologica il compito di provvedere a un mercato specifico che risponde alla domanda di prodotti biologici da parte dei consumatori, e con una crescita in valore del mercato del 9.2% è fuor di dubbio che lo abbia svolto.

Ma prende anche atto che fornisce al pubblico beni che contribuiscono alla tutela dell’ambiente, al benessere degli animali e allo sviluppo rurale, grazie all’interazione tra le migliori prassi in materia di ambiente ed azione per il clima, all’alto livello di biodiversità, alla salvaguardia delle risorse naturali, all’applicazione di criteri rigorosi in materia di benessere degli animali e a norme rigorose per la trasformazione.

Si tratta di beni pubblici, il costo dei quali non può essere lasciato solo sulle tasche dei consumatori di prodotti biologici.

Al di là della comprensibile intenzione di promuovere sempre e comunque la produzione agricola nazionale, va onestamente ammesso che fa disastri ambientali: l’ultimo “Rapporto nazionale pesticidi nelle acque” redatto dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) denuncia la presenza di residui di pesticidi nel 55.6% delle acque superficiali e nel 23.2% delle acque profonde.

I dati di monitoraggio rilevano presenze superiori ai limiti definiti dalla norma (concentrazioni che non devono essere superate, per tutelare la salute umana e l’ambiente basate sui livelli di tossicità di tipo acuto e cronico) nel 28,3% dei punti di monitoraggio per le acque interne superficiali e nel 6,8% di quelli delle acque sotterranee.

Le esternalità negative dell’agricoltura gravano sulla fiscalità generale, in barba all’articolo 191 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) e del principio “chi inquina paga” che enuncia: i costi dell’inquinamento, della prevenzione e della bonifica devono essere sostenuti da chi ha causato il danno, non dalla collettività.

Nel 1992 Stadtwerke München, la utility pubblica di Monaco di Baviera si è resa conto che i livelli di nitrati nell’acqua potabile della città erano aumentati del 250% in diciotto anni e che nello stesso periodo era aumentata la presenza di pesticidi.

Posta di fronte alla scelta se costruire un costoso impianto di filtrazione oppure pagare i contadini nella valle di Mangfall perché adottassero pratiche biologiche a basso impatto, ha scelto i contadini: era più economico pagare la conversione biologica di 185 agricoltori e allevatori piuttosto che filtrare l’acqua di rete  avvelenata.
Attraverso il programma Ökobauern la città ha iniziato a pagare la conversione degli agricoltori nel bacino di utenza, coprendo perdite di reddito, investimenti e costi di certificazione per diciotto anni. Si sono convertite 185 aziende agricole su circa 4.650 ettari, una delle più grandi aree biologiche omogenee della Germania.
Risultato: i livelli di nitrati sono scesi da 15 mg/l a circa 7 mg/l, così come sono scesi drasticamente i livelli di pesticidi.  Il costo dell’intero schema di protezione è di 0,005 euro per metro cubo d’acqua, contro un costo stimato di 0,23 euro al metro cubo per l’impianto di filtrazione che hanno evitato: sostenere gli agricoltori che adottano pratiche sostenibili è quarantasei volte più economico.

Il costo dell’agricoltura convenzionale c’è sempre stato, solo che non si vedeva, era nascosto nella bolletta dell’acqua, nel sistema sanitario e nelle infrastrutture di sanificazione. Monaco ha deciso di renderlo visibile e di agire prima che fosse troppo tardi.

Ogni città con terreno agricolo nel suo bacino idrico e ogni Paese è di fronte alla stessa scelta, ma in maggior parte sceglie l’impianto di filtrazione e sanificazione, perché non ha una visione complessiva.

Se vuoi risparmiare sul riscaldamento, installi i doppi vetri e metti un cappotto isolante, non lasci le finestre spalancate in pieno inverno.
L’acqua pulita inizia nei campi, progettando paesaggi rigenerativi e sistemi agricoli che proteggono il suolo e producono cibo senza intossicare l’approvvigionamento idrico.

Per cui quando leggiamo che rispetto al 2024 le superfici in fase di conversione al biologico sono diminuite, non dobbiamo cadere nella semplificazione di ritenerlo un fatto interno al settore biologico: riguarda la qualità del suolo e delle acque superficiali e delle falde profonde, nelle quali se non si interviene con decisione aumenterà il carico di sostanze etichettate come “Molto tossico per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata”, è una questione che riguarda tutti.

Come ne usciamo?

Intanto, facciamo uscire la semplificazione dalle buone intenzioni e traduciamola in pratica reale: 80 regolamenti fanno tremare i polsi al più preparato degli operatori agricoli e sono tali da scoraggiare i neofiti.

Ripeschiamo la vecchia e sana assistenza tecnica, mettendo in relazione ricerca e produzione, sostenendo le scelte operative degli agricoltori in una fase d clima impazzito.

Sosteniamo in tutti i modi la produzione biologica (acquisti verdi della pubblica amministrazione, campagne d’informazione e promozionali) perché solo attraverso il suo continuo sviluppo garantiremo la sua fornitura di beni pubblici, tutela ambientale, sviluppo rurale e occupazione sostenibile di qualità. E, visto che le organizzazioni agricole generaliste, nonostante ormai abbiano tutte attivato una propria sezione bio, continuano a esprimere timidezza nei confronti della produzione biologica, sarebbe auspicabile che le associazioni storiche del settore ritrovassero un ruolo più attivo e propositivo, recuperando lo spirito e il protagonismo degli esordi.

Se si basa sui costi nascosti della contaminazione dei suoli, delle acque e dei territori (che, a conti fatti, ci costano decine di volte quanto costerebbe sostenere la produzione biologica di qualità) l’eccellenza delle produzioni agroalimentari italiane è solo un’enunciazione, vuota e a ben vedere ingannevole.

 

Fonte: Suolo e Salute

IL MONDO DEL BIOLOGICO EUROPEO SI INCONTRA IN IRLANDA

IL MONDO DEL BIOLOGICO EUROPEO SI INCONTRA IN IRLANDA

Suolo e Salute: golden sponsor dell’European Organic Congress 2026. Al centro: resilienza, politiche europee, mercato e futuro del biologico

Sarà Cork, una delle più belle città d’Irlanda, la capitale del biologico europeo dal 6 all’8 ottobre. Stakeholders, ricercatori, imprese, rappresentanti delle organizzazioni di settore e delle istituzioni si riuniranno per il European Organic Congress 2026, organizzato da IFOAM Organics Europe insieme alle organizzazioni irlandesi del biologico.

“Organics: A Strategic Investment in Europe’s Resilience” è il tema scelto per questa edizione: un titolo che porta al centro del dibattito il contributo dell’agricoltura biologica alla resilienza dei sistemi alimentari europei, in una fase segnata da cambiamenti climatici, nuove esigenze dei consumatori e trasformazioni del mercato.

Il congresso arriva inoltre in un momento importante per le politiche agricole dell’Unione europea. Tra i temi in discussione ci saranno il futuro bilancio comunitario, le politiche di sostegno al biologico e la revisione delle norme europee sulla produzione e sull’etichettatura biologica, con particolare attenzione anche alle conseguenze sul commercio internazionale.

Ampio spazio sarà dedicato al mercato biologico, con un’analisi delle tendenze del 2026, dei comportamenti dei consumatori e delle prospettive di crescita. Non mancherà uno sguardo al futuro, attraverso i lavori sulla Organic Vision 2040, il percorso che punta a delineare le priorità del movimento biologico europeo per i prossimi anni e che confluirà nelle iniziative per il 25° anniversario di IFOAM Organics Europe nel 2027.

Tra le novità del congresso anche la presentazione di un nuovo chatbot dedicato alla normativa biologica, pensato per aiutare agricoltori e operatori a orientarsi tra le disposizioni legislative.

Suolo e Salute sarà presente al congresso – essendo anche golden sponsor dell’evento – sostenendo l’importante lavoro di IFOAM Organics Europe e confermando il proprio impegno nel confronto europeo sul futuro dell’agricoltura biologica.

Il congresso si chiuderà l’8 ottobre con una giornata sul territorio: visite ad aziende biologiche irlandesi e occasioni di confronto diretto con gli operatori locali. Un modo per portare il dibattito dalle istituzioni e dalle sale congressuali alla realtà quotidiana delle imprese agricole.

Cork diventa così, per tre giorni, una sorta di osservatorio sul futuro del biologico europeo: regole, mercato, innovazione e capacità di affrontare le sfide dei prossimi anni saranno i temi al centro del confronto.

Fonte: https://www.europeanorganiccongress.bio

IL BIOLOGICO? PER SETTE EUROPEI SU DIECI LA SUA QUALITÀ È SUPERIORE

IL BIOLOGICO? PER SETTE EUROPEI SU DIECI LA SUA QUALITÀ È SUPERIORE

La maggioranza dei cittadini europei sa che i prodotti biologici rispettano norme specifiche, ritiene che siano ottenuti con pratiche migliori e siano più buoni, ma anche che siano più costosi.

Lo svela un’indagine di Eurobarometro

 

La Direzione generale per l’agricoltura e lo sviluppo rurale (DG AGRI) della Commissione europea ha commissionato un Eurobarometro sulla percezione dei cittadini sull’agricoltura e sulla politica agricola europea.

Gli Eurobarometro sono sondaggi sull’opinione pubblica condotti regolarmente su una vasta gamma di argomenti a partire dagli anni ’70 in tutti gli Stati membri: contano così su di un archivio formidabile che consente di conoscere non solo le opinioni dei cittadini europei, ma anche come si sono evolute nell’arco di oltre cinquant’anni.

 

Secondo il rapporto, più di otto intervistati su dieci concordano sul fatto che i prodotti biologici rispettano norme specifiche in materia di pesticidi, fertilizzanti, antibiotici e OGM (84%, +2% rispetto alla precedente indagine dell’estate 2024), sono ottenuti con migliori pratiche ambientali (82%, +3%) e rispettano standard più elevati di benessere animale (82%, +3%).

Poco più di sette su dieci (72%, dato invariato) dichiarano che i prodotti biologici sono di qualità superiore rispetto agli altri prodotti alimentari, mentre sono più di sei su dieci (62%, -2%) quelli che sostengono che hanno un sapore migliore.

 

Plebiscitaria la valutazione sul prezzo d’acquisto: il 91% (dato invariato rispetto all’indagine 2024) concorda sul fatto che i prodotti alimentari biologici sono più costosi rispetto agli altri prodotti alimentari.

Il diverso livello di sviluppo del mercato biologico nei Paesi membri è testimoniato dalle percentuali di chi ritiene che i prodotti alimentari biologici siano difficili da reperire nei supermercati, nei negozi o nei mercati della propria zona di residenza (44%, -1% rispetto alla precedente indagine) e la maggioranza di chi non è d’accordo (52%, +1%).

 

Alla richiesta di indicare le due principali responsabilità degli agricoltori nei confronti della società, poco più della metà degli intervistati cita la fornitura di alimenti sicuri, sani, sostenibili e di alta qualità (52%, +5 punti percentuali rispetto all’estate 2024). Si tratta della responsabilità indicata più di frequente, al primo posto in tutti gli Stati membri;

Tre intervistati su dieci citano come importante la garanzia di un approvvigionamento alimentare stabile nell’UE in ogni momento (30%, +3%), seguiti da chi indica la tutela del benessere degli animali allevati (27%, +1%) e la fornitura alla popolazione di una varietà di prodotti di qualità (24%, dato invariato).

Circa un intervistato su cinque cita la protezione dell’ambiente e la lotta ai cambiamenti climatici (21%, +%), mentre una quota leggermente inferiore indica la creazione di crescita e posti di lavoro nelle zone rurali (18%, -%) e la promozione e il miglioramento della vita nelle aree rurali (16%, -2%).

Per quanto riguarda gli italiani, il 57% conosce il logo biologico europeo, il 32% il logo del commercio equo e solidale, il 31% il marchio DOP e il 30% quello IGP (sempre un po’ meno della media europea).

 

Questa è una sintesi davvero estrema, la pubblicazione (64 pagine, più le schede di sintesi per ogni Paese) è ricca d’informazioni e merita il download.

 

Da questa pagina accedi al rapporto complessivo e alle schede di ciascun Paese: https://europa.eu/eurobarometer/surveys/detail/3687

ROMANIA, 8 MILIONI IN UN ALLEVAMENTO BIOLOGICO DI POLLI

ROMANIA, 8 MILIONI IN UN ALLEVAMENTO BIOLOGICO DI POLLI

Anche in Europa orientale il biologico offre prospettive agli operatori, che investono nello sviluppo

Intendiamoci, non è una piccola azienda agricola familiare, anche se così è nata.

La Carmistin (https://carmistin.ro) riunisce ormai oltre 50 aziende agricole, fattura circa 400 milioni di euro ed è per il terzo anno consecutivo al primo posto per fatturato nella sua categoria di business; tuttora interamente a capitale romeno, anche tramite acquisizioni di allevamenti e piattaforme (non ultima la divisione mangimistica rumena di Cargill), è diventata il primo operatore nazionale nella carne di pollo, con oltre 10mila tonnellate al mese vendute in 40 Paesi; è anche il maggior produttore nazionale di mangimi, con una capacità attuale di oltre 735.000 tonnellate all’anno e con l’obiettivo di raggiungere il milione di tonnellate entro il 2030.

L’azienda ha annunciato in questi giorni l’apertura del suo terzo allevamento biologico (il primo era stato inaugurato nel 2023) a Săhăteni, composto da 12 rifugi mobili; il sistema consente agli uccelli di razzolare all’aperto tutto il giorno su terreno che concimano con le proprie deiezioni; i rifugi proteggono i volatili da intemperie e predatori. Gli animali crescono lentamente in condizioni naturali e l’età minima di macellazione è di 71 giorni.

Anche la produzione biologica è completamente integrata: l’azienda controlla tutte le fasi essenziali della filiera, dalla coltivazione della materia prima alla trasformazione nel proprio mangimificio.

L’azienda dichiara che l’investimento di 8 milioni arriva in un contesto in cui i consumatori sono sempre più attenti all’origine degli alimenti e al modo in cui vengono prodotti, alla ricerca di cibo di buona qualità, il meno possibile lavorato, da produttori che abbiano cura di come producono cibo e del benessere degli animali.

Oltre al pollo, il portafoglio comprende anche uova biologiche, allevamenti di suini e bovini.

La superficie agricole biologica in Romania è di poco inferiore agli 800mila ettari (per metà seminativi) ed è pari al 5.7% della SAU totale, le aziende agricole biologiche sono meno di 15mila; i consumi domestici sono contenuti (sotto l’1% della spesa alimentare, contro circa il 4% dell’Italia), ma in crescita costante anche se moderata, il che motiva gli investimenti delle aziende più attente all’evoluzione del mercato.

 

Vedi https://www.zf.ro/companii/retail-agrobusiness/carmistin-the-food-company-a-investit-8-milioane-de-euro-intr-o-ferma-de-pui-de-carne-bio-23246070

https://carmistin.ro/

BIOLOGICO, CRESCE ANCHE L’IMPORT

BIOLOGICO, CRESCE ANCHE L’IMPORT

Appena presentato un rapporto che analizza in dettaglio le importazioni da parte degli operatori italiani di prodotti biologici da Paesi terzi

Nell’ambito del progetto di ricerca PRO4DATI BIO per il monitoraggio dei dati del settore dell’agricoltura biologica finanziato dal MASAF, il CIHEAM Bari in collaborazione dell’Università Politecnica delle Marche ha presentato il rapporto “INTERSCAMBIO COMMERCIALE DEI PRODOTTI BIOLOGICI Importazioni da Paesi terzi: Dati e Tendenze” aggiornato al 31 dicembre 2024.

Il rapporto è più analitico sui movimenti diretti tra importatori italiani e fornitori dei Paesi terzi (esempio: le banane dall’Ecuador sbarcate a Genova) e più sintetico sui movimenti di prodotti da Paesi terzi che siano stati immessi in libera pratica in altri Paesi UE (cioè i prodotti sbarcati a Rotterdam o a Amburgo e successivamente forniti a operatori italiani dagli importatori olandesi o tedeschi, comunque in quantità contenuta in meno di 750 tonnellate).

Non si tratta di trascuratezza da parte degli autori: l’attuale situazione della normativa e dell’organizzazione degli scambi consente un quadro complessivo molto dettagliato delle importazioni da parte del complesso degli operatori europei (fornito regolarmente ogni anno da parte dei servizi della Commissione), ma le analisi delle cosiddette triangolazioni (cioè dei prodotti extra UE forniti però in seconda battuta da un altro Paese UE) diventano meno agevoli e continueranno a esserlo finchè non saranno istituiti codici doganali specifici per i prodotti biologici.

Fatta questa doverosa premessa, il rapporto è comunque assolutamente prezioso e consente di individuare le principali categorie merceologiche e i relativi paesi di origine

Il lavoro evidenzia che nel 2024, 313 operatori italiani hanno importato un volume totale di 270mila tonnellate di merce biologica, superiore del 7% rispetto all’anno precedente, praticamente raddoppiando le quantità negli ultimi dieci anni.

In buona parte si tratta di prodotti che non sono in concorrenza con le produzioni europee: basta pensare alle 25mila tonnellate di banane dall’Ecuador, alle 27mila tra Peru e Colombia, alle 15mila tonnellate fra caffè verde e cacao, alle oltre 16mila di zucchero di canna. Ma sono importate anche produzioni tipicamente mediterranee come l’olio vergine d’oliva (24mila tonnellate, in gran parte dalla Tunisia), il riso (33mila tonnellate, ma in buona parte riso Basmati) e il grano duro (27mila tonnellate).

In volume le categorie più significative sono cereali e frutta, con provenienza più significativa da America latina, Europa non UE, Africa e Asia. Se invece si analizza la situazione dei singoli Paesi fornitori, al primo posto c’è la Turchia, seguita da Pakistan ed Ecuador.

La pubblicazione, ricca di dati, si può scaricare gratuitamente a pagina

https://sinab.it/wp-content/uploads/2026/09/PRODATIBIO_Importazioni-da-Paesi-terzi_2025_14.09.2026.pdf