Suolo e Salute

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ARRIVANO LE PRIME SENTENZE CONTRO IL GREENWASHING

ARRIVANO LE PRIME SENTENZE CONTRO IL GREENWASHING

Una Corte distrettuale tedesca proibisce al discount Netto di etichettare uno yogurt convenzionale con claim ambientali

In seguito a un esposto dell’organizzazione per la tutela dell’ambiente e dei consumatoti Deutsche Umwelthilfe e.V. la Corte distrettuale di Amberg ha proibito a Netto Marken-Discount Stiftung & Co. KG di utilizzare sul suo yogurt convenzionale il claim “gutes Futter aus umweltschonendem Anbau“ (buon cibo proveniente da coltivazione rispettosa dell’ambiente).

La Corte ha ritenuto che l’asserzione desse ai consumatori l’impressione che il mangime per l’alimentazione delle bovine da latte soddisfacesse requisiti ecologici particolari, mentre così non era.

Netto spiegava sul suo sito web che il mangime era di produzione OGM free e prevalentemente di produzione nazionale, caratteristiche che il tribunale non ha ritenuto sufficienti: il claim aumenta le aspettative di standard ecologici più elevati, che il mangime non soddisfa.

Il tribunale ha inoltre precisato che non è da ritenersi lecito fornire in etichetta affermazioni ambientali ambigue che poi sono precisate meglio sul sito aziendale: le spiegazioni devono essere riportate chiaramente direttamente sul prodotto: Netto avrebbe dovuto spiegare sul vasetto di yogurt cosa intendeva per “coltivazione rispettosa dell’ambiente”.

Nel suo comunicato, Deutsche Umwelthilfe e.V. definisce senza peli sulla lingua come greenwashing le dichiarazioni utilizzate dalla catena e si augura che la sentenza induca anche gli altri operatori a essere trasparenti nelle dichiarazioni di “superiorità” ambientale.

Leggi di più (in tedesco): https://der-betrieb.de/meldungen/greenwashing-urteil-gegen-netto/

AGRICOLTURA RIGENERATIVA E RISCHIO GREENWASHING

AGRICOLTURA RIGENERATIVA E RISCHIO GREENWASHING

Slogan di marketing o vera sostenibilità?

 

Da qualche tempo, per aggiungere confusione al consumatore, al residuo zero, al prodotto locale (km zero), alla non meglio determinata “agricoltura sostenibile” si è affiancata l’”agricoltura rigenerativa”.

Parafrasando il Così fan tutte di Mozart, “Che vi sia, ciascun lo dice; cosa sia, nessun lo sa”: dovrebbe trattarsi di un approccio agricolo che mira a ripristinare e migliorare la salute del suolo, la biodiversità e l’ecosistema, ma l’analisi della Food and Land Use Coalition “Aligning regenerative agricultural practices with outcomes to deliver for people, nature and climate” sulla letteratura scientifica (centinaia di pubblicazioni) e sui documenti di alcune multinazionali agroalimentari già nel 2023 aveva identificato la bellezza di 44 “agricolture rigenerative”, tutte diverse: Bayer ha la sua, Cargill ha la sua, Syngenta ha la sua.  Hanno la loro anche Nestlè, Barilla, Illy, tutte diverse, tutte tagliate su misura.

L’agricoltura no-tillage e le minime lavorazioni sono eccellenti tecniche agronomiche, ma se si affiancano all’uso di erbicidi han poco di eco-sostenibile e di rigenerativo.

Prima sarebbe necessario stabilire di cosa parliamo: naturalmente senza nulla togliere a chi è impegnato davvero nella transizione verso sistemi agricoli realmente sostenibili, ora come ora la massima parte delle autodefinite agriculture rigenerative non fornisce informazioni trasparenti, pertinenti e affidabili ed è grande il rischio che si tratti solo di claim autoreferenziali di marketing.
In ambito ISO è stato istituito un gruppo di lavoro che dovrebbe stabilire una volta per tutte cosa sia davvero “agricoltura rigenerativa”.

Paolo Bàrberi, professore ordinario di Agronomia e coltivazioni erbacee presso l’Istituto di Scienze della vita della Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, e tra i fondatori di Agroecology Europe, in un acuto editoriale su Terra e Vita n. 17/2025 mette in guardia sul rischio di scrivere regole per l’agricoltura rigenerativa che strizzino l’occhio al marketing più che alla vera sostenibilità.

 

Leggi qui l’editoriale: https://terraevita.edagricole.it/agricoltura-conservativa/lagricoltura-rigenerativa-eviti-il-rischio-greenwashing/

Qui il sito di Agroecology Europe: www.agroecology-europe.org.

AGRICOLTURA RIGENERATIVA E RISCHIO GREENWASHING

AGRICOLTURA RIGENERATIVA E RISCHIO GREENWASHING

Rigenerativa: vera sostenibilità o soltanto uno slogan accattivante?



Negli ultimi tempi si parla molto di “agricoltura rigenerativa”, che qualcuno propone come frontiera più avanzata della sostenibilità.

Molti, da Nestlè a Cargill, da Bayer a Corteva, da Barilla a Illy propongono la “loro” agricoltura rigenerativa, ciascuna però diversa dalle altre, cucita su misura alle proprie esigenze e impostazioni, con non poca confusione anche tra i consumatori.

Con l’abituale lucidità ne parla nell’editoriale di Terra e Vita n. 17/2025 Paolo Bàrberi, professore di Agronomia presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, dove coordina il Gruppo di Ricerca in Agroecologia e ha coordinato il Dottorato Internazionale in Agrobiodiversità.

Esperto esterno per la FAO, la Commissione Europea, EFSA, Masaf e MinAMB, Bàrberi è co-fondatore e vice-presidente di Agroecology Europe e membro del Consiglio Direttivo di AIDA, Associazione Italiana di Agroecologia: al mondo è tra le persone più titolate a fare il punto sulle pratiche agricole sostenibili.

Partendo proprio dalla constatazione che “Non esiste al momento una definizione universalmente accettata di agricoltura rigenerativa, nella scienza e nella pratica, né esiste una normativa di riferimento”, Bàrberi mette in guardia sul rischio di scrivere regole per l’agricoltura rigenerativa che strizzino l’occhio al marketing più che alla vera sostenibilità.

Leggi qui l’editoriale: https://terraevita.edagricole.it/agricoltura-conservativa/lagricoltura-rigenerativa-eviti-il-rischio-greenwashing/

SUOLO E SALUTE GOLDEN SPONSOR DELL’EUROPEAN ORGANIC CONGRESS 2025

SUOLO E SALUTE GOLDEN SPONSOR DELL’EUROPEAN ORGANIC CONGRESS 2025

Il biologico del futuro? Dovrà mantenere radici solide ed essere attrattivo per i giovani. Dovrà preservare la sua distintività, essere competitivo e sostenibile

Venerdì scorso si è concluso a Varsavia l’European Organic Congress 2025 (EOC2025). Il congresso, nell’ambito della presidenza polacca del Consiglio UE, è stato co-organizzato da IFOAM Organics Europe – anche grazie al supporto degli sponsor, tra cui Suolo e Salute – dalla Camera Polacca del Cibo Biologico (PIZE) e dal Ministero dell’Agricoltura polacco.

Ai tre giorni di lavori, dal 25 al 27 giugno 2025, hanno partecipato oltre 250 esperti del settore, tra agricoltori, ricercatori, tecnici, nonché diversi rappresentanti di istituzioni e organismi di certificazione. Sono state più di 10 le sessioni di confronto, con visite guidate presso un centro logistico specializzato nella vendita di prodotti biologici e presso un’azienda agricola bio. Si è trattato senza dubbio di uno degli appuntamenti più importanti dell’anno per il biologico europeo, con un obiettivo chiaro: “Strengthening Organic Roots for a Competitive and Sustainable 2050”. Il biologico del futuro, infatti, dovrà mantenere radici solide ed essere attrattivo per le nuove generazioni. Dovrà preservare la sua distintività, per contrastare il dilagante greenwashing; dovrà garantire redditività alle imprese e un prezzo equo ai consumatori. In sintesi, dovrà essere al tempo stesso competitivo e sostenibile. Insomma, le sfide che attendono il settore non sono poche.

Suolo e Salute, recentemente entrato a far parte del gruppo Cotecna, è stato golden sponsor dell’evento. Il commento di Alessandro D’Elia, general manager della società: “È stato un evento stimolante, un’occasione di crescita e di confronto con i diversi attori del biologico europeo. Il biologico è sano e può raggiungere gli obiettivi solo se manterrà il suo carattere distintivo e saprà essere competitivo, ovvero in grado di garantire la giusta redditività alle imprese e un prezzo equo ai consumatori. Da anni supportiamo le iniziative di IFOAM OE perché riteniamo fondamentale sostenere sia le azioni di presidio politico a tutela del settore, sia le iniziative di confronto e di rilancio del biologico europeo. E’ ben chiaro, non ci sarà futuro se il settore non sarà in grado di attrarre i giovani.”

La politica agricola dell’UE dopo il 2027 dovrà sostenere la crescita del biologico, non solo a parole ma anche con i fatti, trattandosi dell’unico sistema agricolo sostenibile regolamentato nell’Unione.

È ancora necessario lavorare molto sulla promozione delle “esternalità positive” derivanti dall’applicazione del metodo biologico, magari coinvolgendo direttamente i consumatori e le nuove generazioni. I giovani hanno bisogno di sentirsi parte attiva del cambiamento. L’agricoltura biologica, infatti, rappresenta una delle risposte più forti alla crisi climatica, idrica e alla perdita di fertilità del suolo.

Come ha affermato Luis Carazo Jimenez, della DG AGRI della Commissione Europea:

L’agricoltura biologica è una grande storia di successo, nonostante le sfide. Questo settore ha un enorme potenziale e offre prospettive a lungo termine: quindi, restiamo positivi!”

Prossimo appuntamento per il biologico europeo è l’Organic Summit 2025 in Danimarca, che si terrà il 18 e 19 agosto. Il summit si concentrerà sul ruolo cruciale dell’agricoltura biologica nella trasformazione del sistema alimentare globale.

Fonte: Suolo e Salute

MIGLIORARE LA BIOECONOMIA EUROPEA RAFFORZANDO I SISTEMI DI CERTIFICAZIONE

MIGLIORARE LA BIOECONOMIA EUROPEA RAFFORZANDO I SISTEMI DI CERTIFICAZIONE

Il progetto BioReCer (Biological Resources Certifications Schemes) per sviluppare nuove linee guida

BioReCer (Biological Resources Certifications Schemes), realizzato grazie ad un finanziamentpo della UE, è un progetto che si pone l’obiettivo di migliorare la bioeconomia europea rafforzando i sistemi di certificazione per la sostenibilità, la circolarità e la tracciabilità delle risorse biologiche.

Gli attuali risultati del progetto saranno utilizzati per sviluppare nuove linee guida per gli schemi di certificazione esistenti, includendo criteri aggiornati per la sostenibilità, la circolarità, l’origine e la tracciabilità delle risorse biologiche.

 

Obiettivi principali:

  • Migliorare i sistemi di certificazione per garantire trasparenza e fiducia nei prodotti bio-based.
  • Integrare nuovi criteri di certificazione per valorizzare le risorse biologiche derivate dai rifiuti.
  • Supportare l’economia circolare, riducendo la dipendenza dai combustibili fossili.

 

Risultati chiave:

  • Analisi dei flussi di materie prime in quattro settori (pesca, silvicoltura, agricoltura e municipalità), evidenziando lo scarso utilizzo dei residui organici.
  • Sviluppo del BioReCer ICT Tool (BIT), una piattaforma digitale che traccia l’origine delle materie prime, calcola le emissioni di CO₂ e supporta le aziende nella conformità agli standard di sostenibilità.
  • Creazione di un toolkit di standardizzazione, con oltre 149 standard nazionali e internazionali e 26 schemi di certificazione.
  • Raccomandazioni politiche per incentivare l’uso di residui organici nei prodotti bio-based e contrastare il greenwashing.

 

BioReCer si avvia alla fase finale, con la pubblicazione di linee guida per certificare la sostenibilità, l’origine e la tracciabilità delle risorse biologiche. Il coinvolgimento degli stakeholder rimane essenziale per influenzare le decisioni politiche e industriali.

 

Per approfondimenti:

https://biorecer.eu/

https://www.innovationnewsnetwork.com/biorecer-driving-the-eu-bioeconomy-through-smarter-certification/55982/

GREENWASHING E CARBON CREDIT, UNA DIRETTIVA PER FARE CHIAREZZA

GREENWASHING E CARBON CREDIT, UNA DIRETTIVA PER FARE CHIAREZZA

Il Consiglio dei ministri dell’Ambiente dei 27 Paesi membri dell’Unione traccia la cornice della Direttiva Green Claims: gli slogan ambientali e climatici devono essere dimostrati

Non solo la Nature Restoration Law (vedi la prima notizia di questa newsletter), il Consiglio Ue sdogana anche la nuova Direttiva Green Claims.

Nodi green da sciogliere

I ministri dell’Ambiente europei hanno infatti voluto affrontare i più spinosi nodi “green” ancora da sciogliere nel corso della riunione del Consiglio Ue svolto in Lussemburgo il 17 giugno.

Una riunione particolarmente prolifica, visto che i ventisette Paesi membri hanno raggiunto l’accordo su una serie di proposte relative alla Direttiva Green Claims, un provvedimento volto a contrastare il greenwashing e a fornire ai consumatori informazioni affidabili e verificabili per decisioni d’acquisto più ecologiche, proposto per la prima volta nel marzo 2023 e approvato dall’Europarlamento un anno dopo (Suolo e Salute ne ha parlato qui).

Alcuni recenti casi giudiziari (vedi il ricorso di Ifoam Organics Eu contro il sistema Ecoscore) mostrano che la necessità di portare chiarezza riguardo alle indicazioni ambientali presenti sulle etichette dei prodotti agroalimentari è ormai inderogabile. L’orientamento generale espresso il 17 giugno dal Consiglio costituirà la base per i triloghi sulla forma finale della direttiva, i cui negoziati inizieranno nel nuovo ciclo legislativo.

Dichiarazioni da dimostrare

La proposta di Direttiva si rivolge alle dichiarazioni ambientali esplicite e alle etichette ambientali volontarie utilizzate dalle aziende per promuovere i loro prodotti. Include anche i sistemi di etichettatura ambientale esistenti e futuri, sia pubblici che privati, specificando gli obblighi per ciascun comparto. Le aziende devono utilizzare criteri chiari e prove scientifiche aggiornate per corroborare le loro asserzioni. Le dichiarazioni e le etichette devono essere chiare, comprensibili e specifiche rispetto alle caratteristiche ambientali dichiarate. Un principio fondamentale ribadito dalla bozza di direttiva è la verifica ex ante delle dichiarazioni ambientali da parte di esperti indipendenti, per garantire la loro veridicità prima della pubblicazione. Tuttavia, è prevista una procedura semplificata per esentare alcune tipologie di asserzioni dalla verifica di terze parti, purché le imprese forniscano un documento tecnico di conformità.

I sistemi di etichettatura ecologica EN ISO 14024 tipo 1 riconosciuti ufficialmente in uno Stato membro saranno esentati dalla verifica se rispettano le nuove norme. Il riconoscimento in un Paese permette dunque la validità in tutta la UE.

Crediti di carbonio, il ruolo dell’agricoltura

La direttiva affronta anche il tema spinoso delle dichiarazioni relative al clima, comprese quelle che coinvolgono i crediti di carbonio, introducendo nuovi requisiti. Le aziende devono fornire dettagli sul tipo e la quantità di questi crediti, dichiarando anche se sono permanenti o temporanei. Verrà fatta una distinzione fra crediti per azioni climatiche e crediti di compensazione, cioè tra quelli che dovrebbero avere un effetto “addizionale” e quelli che invece bilanciano un’attività inquinante. In entrambi i casi, i problemi di metodologia hanno finora dimostrato la fallacia del sistema di “finanziarizzazione” del clima. Positivo, al riguardo, il commento di Copa-Cogeca, la centrale di rappresentanza delle associazioni agricole a Bruxelles. «Questo approccio sui carbon credit prende in considerazione la realtà delle aziende agricole e dà la giusta flessibilità all’uso dei crediti di carbonio nel mercato volontario».