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PAC EUROPEA 2023/27: L’OBIETTIVO DI UN FUTURO PIÙ VERDE, EQUO E SOSTENIBILE

PAC EUROPEA 2023/27: L’OBIETTIVO DI UN FUTURO PIÙ VERDE, EQUO E SOSTENIBILE

Risale a pochi giorni fa, l’accordo raggiunto tra il Consiglio e il Parlamento europeo, sul futuro della Politica Agricola Comune relativa al periodo 2023/27.

Sebbene l’intesa non sia ancora stata ufficializzata – il Parlamento europeo dovrà confermare la sua posizione in seduta plenaria -, si affaccia la prospettiva di una PAC più equa, green e sostenibile.

Da quanto emerso, il quadro dipinto per l’Italia è piuttosto favorevole.
A partire dal 2023 infatti, per i sette anni successivi, dei 340 miliardi di bilancio europeo destinati alla Pac, 38 miliardi di euro saranno a favore dello stato italiano.

Un pacchetto di “compromesso” da sostenere, commenta il Ministro delle Politiche Agricole, Stefano Patuanelli, in quanto i motivi per essere soddisfatti sono superiori a quelli di frustrazione.

L’accordo raggiunto tra il Consiglio e il Parlamento europeo, prevede alcune novità: prima tra tutte, l’introduzione di Piani strategici nazionali per il quale gli Stati membri avranno potere e responsabilità di attuazione diretti.

L’autonomia aumenterà dunque e così la possibilità di tenere conto delle effettive condizioni locali. La nuova PAC intende supportare ciascuna realtà nazionale, nella creazione di Piani strategici “su misura”, in linea però con gli obiettivi dell’Unione europea verso una transizione green e sostenibile.

La seconda novità introdotta dalla nuova Politica Comune sarà quella degli Ecoregimi; strumenti chiave per il raggiungimento del Green Deal europeo.
Circa 49 miliardi di euro infatti, saranno a questi, destinati; nell’arco dei cinque anni successivi al 2023.

Gli Ecoregimi consistono di pratiche agronomiche rispettose dell’ambiente, tra queste: l’agricoltura a metodo biologico, le pratiche di allevamento che tutelano il benessere degli animali e le pratiche agricole a bassa emissione di carbonio.

L’intenzione è quella di incentivare queste buone pratiche, destinando inoltre il 35% dei fondi per lo sviluppo rurale alla loro promozione.

I beneficiari della Pac, dovranno rispettare una condizionalità sociale, in altre parole, considerare il diritto sociale e del lavoro europeo, se desiderano ricevere i fondi.

Ogni azienda dovrà impegnarsi a rispettare l’obbligo di dedicare almeno il 3% dei suoli coltivabili alla biodiversità e ad elementi non produttivi. Con la possibilità ulteriore di ricevere, attraverso gli ecoregimi, un sostegno per raggiungere il 7%.

Gli Stati dovranno inoltre, ridistribuire il 10% dei fondi ricevuti a favore delle aziende agricole di più piccole dimensioni, descrivendo nel Piano strategico nazionale, la pianificazione di questa ridistribuzione.

Un altro 3% dei fondi destinati a ciascuno stato, dovrà essere impegnato per il sostegno dei giovani agricoltori.

Per coloro che non rispetteranno la condizione sociale, il Parlamento europeo ha messo in campo la penalizzazione attraverso sanzioni maggiori di quelle fino ad ora esistite. Circa il 10% dei diritti degli agricoltori verrà quindi sacrificato, al fine di una maggiore trasparenza richiesta dall’UE.

Un’ulteriore riserva agricola pari a 450 milioni di euro, sarà messa in campo, col fine di rafforzare la posizione sul mercato delle piccole e medie imprese e dei giovani aspiranti agricoltori. La finalità è quella di contrastare l’abbandono dei campi e il direzionamento verso le grandi agricolture intensive.

Una nuova intesa dunque, sembra essere sulla via della conquista.
Un accordo mirato a una transizione green, a tutela della biodiversità, che intende consolidare le realtà agricole più fragili e incentivare quelle che si propongono di nascere; per favorire la prospettiva di un futuro più verde, equo e sostenibile.

Fonte: Agronotizie

EUROPA E BIOLOGICO: UNO STUDIO RIVELA LE POTENZIALITÀ AMBIENTALI E ALIMENTARI

EUROPA E BIOLOGICO: UNO STUDIO RIVELA LE POTENZIALITÀ AMBIENTALI E ALIMENTARI

Entro il 2050, l’agricoltura a metodo bio potrebbe soddisfare il bisogno alimentare dell’intera popolazione europea.

È questa la conclusione raggiunta nello studio dal titolo: “Rimodellare il sistema agroalimentare europeo e chiuderne il ciclo dell’azoto: le potenzialità per coniugare cambiamento alimentare, agroecologia e circolarità.”

Il documento sottolinea infatti, come, dall’applicazione di questo tipo di regime alimentare diffuso, non solamente verrebbero sfamate seicento milioni di persone, ma le emissioni di gas serra diminuirebbero, così come l’inquinamento idrico e le emissioni di azoto sarebbero pressoché dimezzate.

Queste le conclusioni raggiunte da un’equipe di ricercatori, provenienti da diversi istituti specializzati.

Hanno preso parte alla ricerca infatti, gli scienziati del CNRS – National Center for Scientific Research, assieme ai ricercatori del JRC – Joint Research Centre della Commissione Europea e l’ISPRA – Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca Ambientale. In collaborazione con l’Universidad Politecnica de Madrid, la Chalmers , University of Technology di Gothenburg e la University of Natural Resources and Life Sciences di Vienna.

Rimodellare il sistema agroalimentare europeo dunque, ma come?

Gli studiosi ritengono la soluzione risieda nella modifica di alcune abitudini e metodologie praticate negli Stati membri, su cui occorre lavorare in contemporanea per il perseguimento di questo ambizioso obiettivo.

La prima consuetudine da modificare consiste nella dieta alimentare: il 55% dell’alimentazione europea è difatti costituito da proteine di origine animale.
La percentuale di consumo suggerita da Fao e Oms, da un punto di vista sanitario e ambientale, è del 30%.

La seconda variazione che la ricerca suggerisce di apportare, è l’applicazione della tecnica agronomica della rotazione delle colture. Su uno stesso appezzamento, dovranno essere variate, in successione, le specie agrarie coltivate; al fine di garantire la fertilità del terreno e favorire la resa della produzione.

Un esempio è la coltivazione dell’erba medica, un legume che per due anni fissa l’azoto all’interno del suolo. Se in seguito all’erba medica verrà seminata sullo stesso terreno un’altra specie, quest’ultima si nutrirà dell’azoto rilasciato dalla coltura precedente.

Sfruttare la complementarietà tra agricoltura e allevamento è la terza azione strategica da realizzare. Come per la rotazione delle colture, vi è una certa circolarità anche in questa sinergia suggerita: il bestiame infatti, che si nutre di erba, su praterie coltivate, emette escrementi perfetti per fertilizzare i seminativi.

Questo scenario, naturale agli inizi del secolo, è oggi una rarità; poiché le regioni si sono specializzate per tipologia tra agricoltura e allevamento, ma difficilmente praticano entrambi, insieme. Ciò comporta la perdita del fertilizzante naturale prodotto dagli animali per il terreno e l’impoverimento di questo, in carbonio e materia organica.

Grandi potenzialità sono dunque individuate nel metodo biologico, che se valutato concretamente, nell’investimento che può rappresentare, rischia di diventare da metodo agricolo con una produzione destinata a pochi, un metodo vantaggioso necessario a tutti.

Fonte: Cambia la terra

LA SFIDA DEL SUOLO: L’URGENZA DI UNA RIVOLUZIONE DAL BASSO

LA SFIDA DEL SUOLO: L’URGENZA DI UNA RIVOLUZIONE DAL BASSO

Una crisi che appare sottovalutata, quella dei suoli europei, in cui circa il 60-70% dello strato superficiale risulta compromesso.

Alla base delle cause vi è una parolina fondamentale: Sfruttamento, la stessa che negli ultimi tempi abbiamo sentito così di frequente utilizzare per altri settori della nostra società.

Sfruttiamo il suolo fino all’eccesso e il risultato è l’esaurimento delle sostanze nutritive al suo interno. Ma poiché l’interesse è farlo “funzionare”, lo riempiamo di fertilizzanti, che provocano fenomeni di eutrofizzazione nell’acqua e un aumento della biomassa solo temporaneo, che una volta esaurita elimina l’ossigeno presente nel terreno, lasciandolo svilito dal punto di vista nutritivo.

Se a questo processo aggiungiamo la cementificazione e l’uso di macchinari, il risultato è l’alterazione della struttura dei suoli, che genera il dissesto idrogeologico.

Senza acqua, nutrienti e bioma, il suolo va lentamente morendo, si erode, fino alla desertificazione.

Lo Stockholm Resilience Center, ha definito quella del suolo, una delle questioni più urgenti da dover affrontare all’interno della crisi ambientale che stiamo attraversando; perché quando in buono stato, i suoli sono alleati diretti nella lotta al cambiamento climatico grazie all’assorbimento di CO2.

Il dato di insalubrità è allarmante: poiché oggi i terreni europei coltivati, perdono anidride carbonica ad un tasso dello 0,5% all’anno. Il risultato economico è importante, circa 50 miliardi di euro l’anno di danni associati al degrado della terra e migliaia di malati.

Giuseppe Corti, Presidente della Società italiana di Pedologia, racconta che in Italia, perdiamo ogni giorno una superficie pari a quindici campi da calcio.

È una novità di inizio 2021 la presa in carico, da parte della Commissione Europea, della sfida per la rigenerazione dei suoli tra le cinque missioni strategiche del processo di ripresa e resilienza in corso.

La Mission fa parte del Progetto Horizon Europe e ha il nome di Soil Health and Food, prevede il raggiungimento entro il 2030 del 75% di suoli europei in stato di salubrità che significa la possibilità da parte di questi di fornire servizi naturali ed essenziali come la fornitura di cibo, il sostegno alla biodiversità, l’immagazzinamento e la regolamentazione del flusso d’acqua.

Per quanto riguarda la Mission sul fronte italiano, vi sarà in prima linea Catia Bastioli, AD di Novamont, da sempre militante attiva nella difesa dei suoli e a favore della bioeconomia circolare per l’Europa, a favore della rigenerazione dei nutrienti come della biodiversità all’interno dei terreni.

Le classi di azioni ipotizzate dal gruppo di lavoro saranno dunque due: Conservazione e appunto, Rigenerazione. Si lavorerà per preservare gli stock di carbonio organico del suolo, fermare l’impermeabilizzazione, aumentare il riutilizzo di suoli urbani, arrestare l’erosione, creare in sintesi una gestione sana e intelligente delle aree naturali.

Al fine di realizzare la Rigenerazione, sarà necessario aumentare la qualità del biota del suolo, i microrganismi che una volta inseriti, aggrediscono i minerali, liberando le sostanze nutrienti per le piante. Ma anche introdurre una sostanza organica che il biota non aggredisca troppo rapidamente. Il processo è minuzioso e complesso.

In sintesi, con lo scopo di rinnovare di vita il suolo, occorre unire le innovazioni tecnologiche, organizzative e sociali che coinvolgano ricercatori, agricoltori, imprese alimentari, istituzioni in un percorso rigenerativo che inizi letteralmente dal basso. Occorre inoltre raddoppiare il tasso di ripristino dei siti inquinati, sottolinea Catia Bastioli e recuperare tra il 35 e 50 % di ritenzione idrica all’interno dei suoli, un dato alterato da oltre 70 anni.

 

Fonte: Repubblica

IMPORTAZIONE DEI PRODOTTI BIOLOGICI DAL REGNO UNITO DOPO LA BREXIT

IMPORTAZIONE DEI PRODOTTI BIOLOGICI DAL REGNO UNITO DOPO LA BREXIT

Come è noto, dal 31 gennaio 2020 il Regno Unito non è più Stato membro dell’UE e non partecipa al processo decisionale dell’Unione. Considerata la conclusione del periodo di transizione tra l’UE e il Regno Unito, le aziende agroalimentari che importano prodotti biologici oltre Manica dovranno presentare notifica di variazione che includa l’attività di importazione e nel contempo iscriversi al TRACES (Trade Control and Expert System).

Nelle more delle tempistiche previste per l’iscrizione all’elenco degli importatori biologici italiani, verrà richiesto al MIPAAF l’inserimento in un elenco temporaneo di “importatori biologici per il Regno Unito”, istituito presso l’Ufficio Agricoltura Biologica (PQAI 1), ai fini della successiva abilitazione ad operare nel sistema TRACES (previa iscrizione al sistema TRACES) e della trasmissione dell’elenco all’Agenzia delle Dogane, in attesa del completamento dell’iter che porterà all’inserimento definitivo dell’azienda nell’ “Elenco Importatori da Paesi terzi” (notifica “PUBBLICATA”- Iscrizione al SIB – Comunicazione arrivo merci ecc..).

I fornitori che operano nel Regno Unito dovranno essere certificati da Organismi di controllo riconosciuti equivalenti dall’Unione Europea, con l’approvazione del Reg. di Esecuzione (UE) 2020/2196, che modifica il Reg. (UE) n.1235/2008.

Successivamente i prodotti biologici certificati da quest’ultimi potranno pertanto, se accompagnati da regolare Certificato di ispezione (COI), essere importati nell’Unione ai sensi della vigente normativa.

Il regime di deroga descritto sopra terminerà il 31 luglio 2021.

Per informazioni: Suolo e Salute – Direzione Generale – Ufficio Estero (Bologna) e-mail estero@suoloesalute.itr.trifiletti@suoloesalute.it

Fonte: Suolo e Salute

EUROPA “BIO”: CRESCONO DEL 46% LE AREE COLTIVATE AD AGRICOLTURA BIOLOGICA DAL 2012

EUROPA “BIO”: CRESCONO DEL 46% LE AREE COLTIVATE AD AGRICOLTURA BIOLOGICA DAL 2012

Il bio europeo registra una crescita importante: aumentano le superfici dedicate all’agricoltura biologica, aumentate del 46% dal 2012 al 2019 secondo i recenti dati Eurostat, con una superficie agricola utilizzata (SAU) di 13,8 milioni di ettari, pari all’8,5% del totale. Se questa rappresenta dunque la media tra i Paesi dell’UE, non mancano tuttavia punte di diamante e comportamenti virtuosi tra gli Stati del nostro continente: oltre un ettaro su quattro (25,3%) è riservato a prodotti biologici in Austria, oltre uno su cinque (22,3%) in Estonia; seguono la Svezia, con il 20,4%, e l’Italia, “bio” per il 15,8% delle proprie aree coltivabili. Il buon esempio arriva anche da Repubblica Ceca (15,2%), Lettonia (14,8%) e Finlandia (13,5%).

Ampi spazi di miglioramento, invece, per le altre nazioni europee, che non vanno oltre l’asticella dell’11%. Tra gli ultimi della classe si segnalano Paesi Bassi (3,7%), Polonia (3,5%), Romania (2,9%), Bulgaria (2,3%), Irlanda (1,6%) e Malta (0,5%). Aumentano velocemente le superfici in Francia e Spagna.

Assai variegata la situazione nel Belpaese, dove l’emergenza Covid ha fatto registrare un vero boom del biologico nel nostro carrello della spesa. Oltre alle roccaforti dell’agricoltura bio (Sicilia, Calabria e Puglia), nuove regioni si affacciano al comparto con incrementi interessanti: è il caso di Marche, Veneto, Lazio e Umbria, che completano un trend positivo nazionale di lungo corso e riflettono preferenze di acquisto e di consumo bio ormai consolidate, per i prodotti freschi in primis.

Fonte: Suolo Salute

IL BIOLOGICO AL CENTRO DELL’EUROPA

IL BIOLOGICO AL CENTRO DELL’EUROPA

L’Europa mette il biologico al centro dei suoi piani per uno sviluppo agricolo sempre più sostenibile.

Il piano di Bruxelles punta su tre pilastri:

  • Incentivare la domanda dei prodotti bio;
  • Aumentare le superfici destinate all’agricoltura biologica;
  • Rafforzare il ruolo del settore nella lotta ai cambiamenti climatici.

Avere sempre di più un consumatore informato e fiducioso di poter avere accesso ad un prodotto sano, privo di residui chimici nocivi e anche sostenibile per l’ambiente è già di per se un obiettivo lungimirante.

Come è noto, la comunità Europea, con il Green Deal, punta nei prossimi 10 anni a raggiungere il 25% delle superfici agricole destinate al biologico, in questo momento sono il 7,5% in media. L’Italia è un capofila del settore con oltre il 15% delle superficie agricola bio.

Per dare corpo all’ambizioso progetto sono già stati stanziati 40 milioni di euro per dei programmi che hanno la finalità di promuovere il modello biologico, oltre a quelli già stanziati per gli incentivi nei piani reginali atti a mantenere e convertire sempre più superfici.

Le associazioni di settore italiane stanno cercando di sensibilizzare sempre di più la governance dello stivale per cercare di portare più attenzione sul biologico, per mantenere una leadership italiana che vanta più di 79mila aziende nel comparto, con un mercato che ormai si attesta sui 4 miliardi di euro annui.

La presidente di FederBio Mammuccini aggiunge: “È paradossale che in Italia la legge sul bio sia ferma da oltre due anni al Senato, dopo essere stata approvata quasi all’unanimità alla Camera. Si tratta di un’occasione storica considerando che l’Italia è particolarmente vocata al biologico. Con condizioni normative e una politica agricola comune adeguate potrebbe raggiungere agevolmente il 40% di superficie bio entro il 2030 e fare del sistema agroecologico un vero driver di sviluppo per rilanciare la nostra economia”.

Fonte: italiafruit.net

Foto di Ralf Kunze da Pixabay