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BIO IN AMERICA, UNA PRIORITÀ: L’AMMINISTRAZIONE BIDEN PRESENTA UN PROGRAMMA DI LUNGO PERIODO PER IL SETTORE

BIO IN AMERICA, UNA PRIORITÀ: L’AMMINISTRAZIONE BIDEN PRESENTA UN PROGRAMMA DI LUNGO PERIODO PER IL SETTORE

Numerose, sono le azioni necessarie per il comparto del commercio biologico, dettate dall’amministrazione Biden e messe in evidenza dal ministro dell’Agricoltura statunitense Vilsack, durante l’ultima assemblea annuale dell’Associazione di categoria.

La prima tra le priorità illustrate, prevede la costruzione e il consolidamento di una base di fiducia che funga da rete solida, tra il Ministero dell’Agricoltura statunitense – USDA, gli agricoltori che operano con metodo biologico e gli altri soggetti e istituzioni coinvolte all’interno del Paese.

Tra le azioni indispensabili, annuncia Vilsack, vi è poi la valorizzazione dell’agricoltura biologica e delle pratiche rigenerative in linea con il rispetto e la tutela del pianeta; al fine di contribuire significativamente alla lotta per il cambiamento climatico, in vista del Green Deal europeo, che vede l’America ancora in cammino, verso gli obiettivi da perseguire.

L’amministrazione Biden, prevede inoltre un importante aumento dei fondi, resi disponibili attraverso il programma di condivisione dei costi di certificazione biologica; l’aumento, ha lo scopo di favorire gli agricoltori, rendendo più agile il passaggio al metodo biologico, nella prospettiva di un ampliamento del settore.

Il ripristino della posizione di USDA Organic Policy Advisor, è un’altra delle azioni elencate; assieme all’espansione e trasformazione della fornitura per i programmi di alimentazione di emergenza del ministero americano, a “sistemi di distribuzione di piccole e medie dimensioni”. L’intento in questo caso, è quello di offrire ai produttori socialmente svantaggiati, un maggiore potere d’acquisto di tipo alimentare, su scala federale.

Un programma articolato che denota uno slancio reattivo, di accelerazione, da parte degli Stati Uniti d’America, verso una decisiva svolta green.

Fonte: Green Planet

PRODUTTIVITÀ AGRICOLA A RISCHIO: L’INQUINAMENTO RIDUCE LE POTENZIALITA’ DEI SUOLI DEL 25%

PRODUTTIVITÀ AGRICOLA A RISCHIO: L’INQUINAMENTO RIDUCE LE POTENZIALITA’ DEI SUOLI DEL 25%

Il successo dei sistemi agroalimentari futuri, dipende dall’attenzione che riserviamo alla protezione dei suoli nel mondo.

Ad affermarlo è il direttore della FAO, Qu Dongyu, che sottolinea l’urgenza di una risposta coordinata per affrontare l’inquinamento del terreno, attraverso il miglioramento della salute del suolo e il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite.

L’intervento di Dongyu è avvenuto in occasione della presentazione da parte della FAO, del Global Assessment of Soil Pollution, il rapporto sull’inquinamento dei terreni presenti nel mondo.

Secondo i risultati forniti dal rapporto, la contaminazione dei suoli operata da agenti inquinanti, può diminuirne il tasso di produttività dal 15 al 25%.

Le conseguenze penalizzano diversi fronti: prime fra tutte, le popolazioni più fragili del pianeta; queste, vivono prevalentemente le aree rurali e da tali territori, traggono sussistenza alimentare diretta, dal terreno.

Inoltre ben 15 dei 17 obiettivi fissati dall’Agenda 2030 per lo sviluppo Sostenibile, sono penalizzati nella realizzazione dalla ridotta capacità di esercizio, da parte dei suoli inquinati, di offrire servizi ecosistemici fondamentali.

Infine, i terreni danneggiati, contribuiscono all’inquinamento delle acque dolci e marine fino all’80%, limitando l’accesso a beni primari per buona parte della popolazione e riducendo così, la capacità di ritenzione di CO2; capacità imprescindibile per il contributo alla lotta del cambiamento climatico.

Pesticidi, fertilizzanti e alcuni contaminanti (tra questi ultimi: arsenico, rame, cromo, mercurio, nichel, piombo, zinco e cadmio) sono gli altri fattori co-responsabili nella minaccia alla salubrità del suolo.

Nei diciassette anni successivi al 2000, l’uso dei pesticidi ha riscontrato un aumento del 75%. Glifosato, fungicidi, ddt e altre sostanze hanno lasciato tracce nell’80% dei suoli coltivati in tutta Europa.

Per quanto riguarda i fertilizzanti, solo nell’anno 2018 sono stati registrati circa 109 milioni di tonnellate di sostanze di tipo sintetico utilizzate, a base di azoto.

Una delle conseguenze di questo impiego in Europa, consiste nei valori critici che la presenza di azoto raggiunge nel deflusso verso acque di superficie nel 65-75% dei terreni agricoli.

La produzione annua di prodotti chimici di tipo industriale, dall’inizio del XXI secolo, è raddoppiata in tutto il mondo; raggiungendo i 2,3 miliardi di tonnellate.
La previsione indica un aumento notevole: fino all’85% entro il 2030.

Inger Andersen, segretario esecutivo dell’Unep, ha identificato, tra le soluzioni ai risultati riportati nel rapporto, alcune direzioni di movimento, oltre all’ovvio taglio sull’utilizzo di prodotti chimici. Tra queste figurano: l’adozione di un’agroeconomia di tipo circolare; la rotazione delle colture e un consumo diffuso, in linea generale, più sostenibile.

 

Fonte: Cambia la Terra

BIOLOGICO E REGOLAMENTI: UNA STORIA LUNGA TRENT’ANNI

BIOLOGICO E REGOLAMENTI: UNA STORIA LUNGA TRENT’ANNI

Compie trent’anni, la prima normativa creata per disciplinare i prodotti agricoli biologici in Italia.

In data 24 giugno 1991 veniva adottato dal Consiglio delle Comunità europee il Regolamento n. 2092/91, “relativo al metodo di produzione biologico dei prodotti agricoli e all’indicazione di tale metodo sui prodotti agricoli e sulle derrate alimentari”.

L’unico settore ancora escluso da questa prima regolamentazione era quello zootecnico, lasciato fuori assieme al vino e all’olio e solo successivamente inserito e monitorato assieme agli altri prodotti rispetto ai criteri di procedura, etichettatura e controllo.

Al 2092/91 è seguito il Reg. CE n. 834/2007 e il Reg. CE n. 889/2008, fondamentali per la definizione e l’aggiornamento di norme generali, relative alla produzione biologica e alle nuove modalità di etichettatura dei prodotti; regolamenti ancora oggi di riferimento, che verranno integrati presto da rinnovate linee guida.

Il trentennale infatti, viene in questi giorni coronato dalla prospettiva di un nuovo disegno di legge per il settore, approvato in Parlamento e ora al vaglio della Camera per la conferma finale.

Quest’ultimo contiene la legittimazione di passaggi sostanziali per il comparto: come l’istituzione di un marchio biologico Made in Italy, che renda distintivo e immediatamente riconoscibile, il valore del biologico nazionale e l’importante messa a sistema dei bio-distretti, strumenti innovativi preziosi per lo sviluppo economico – e certo, agricolo – di territori rurali circoscritti.

L’affermazione di questo traguardo, porta con sé il sigillo di un settore cresciuto esponenzialmente negli ultimi anni; tanto da rappresentare un elemento di punta del sistema agroalimentare italiano.

Dopo trent’anni, il cerchio normativo che abbraccia il biologico in Italia, compie un giro completo, contribuendo così nel suo “piccolo”, alla transizione agroecologica di impronta europea.

 

Fonte: Italia Fruit News

IMPORTAZIONI DI PRODOTTI AGROALIMENTARI BIOLOGICI: LA COMUNITÀ EUROPEA REGISTRA UN CALO TRA 2019 E 2020

IMPORTAZIONI DI PRODOTTI AGROALIMENTARI BIOLOGICI: LA COMUNITÀ EUROPEA REGISTRA UN CALO TRA 2019 E 2020

Un documento della Commissione Europea dal titolo “Importazioni UE di prodotti agroalimentari biologici”, rivela la diminuzione, seppur leggera, di questo tipo di importazioni, tra l’anno 2019 e l’anno 2020. Sicuramente la situazione pandemica a livello globale ha avuto un ruolo importante negli scambi commerciali nel corso del 2020.

Lo studio è stato pubblicato nel mese di giugno 2021, sul numero 18 di “EU Agrimarket briefs” e mette in evidenza come, sebbene il mercato dell’UE per i prodotti biologici sia cresciuto, le importazioni siano invece scese lievemente.

Nell’anno 2020, l’Unione Europea ha importato circa l’1,9% in meno di prodotti agroalimentari biologici, rispetto all’anno precedente.

Se scendiamo nel dettaglio del tipo di prodotti interessati, vediamo che frutta tropicale, riso, noci e spezie sono saliti nel numero di importazioni a 0,84 milioni di tonnellate, circa il 9% in più; così anche le importazioni di agrumi – aumentate del 31% – assieme a quelle di frutta bio; mentre i quantitativi di verdura e preparati, sono rimasti stabili.

Cereali, farina, zucchero e succhi di frutta biologici hanno registrato invece una diminuzione (nell’anno 2020) e accanto a loro, materie prime come oli vegetali e oleaginose, latte in polvere, burro, caffè in chicchi e cacao, hanno rappresentato in termini di volume, il 48% delle importazioni, mentre in termini di valore il 29%: una decrescita significativa se paragonata alle quantità dell’anno precedente.

Altri prodotti primari come yogurt, miele e alimenti a base di carne, sono di contro, cresciuti nella domanda, arrivando al 42% delle importazioni in termini di volume e al 53% in termini di valore.

Se allarghiamo lo sguardo alle altre nazioni, Paesi Bassi, Germania e Belgio si collocano tra i principali stati che hanno importato il maggior volume di prodotti bio nell’Unione Europea.

Nell’anno 2020 i Paesi Bassi hanno contato il 31% delle importazioni, la Germania il 18%, mentre il Belgio l’11%; si è infine affacciata in coda a questi paesi, la Francia, con una percentuale di importazioni del 10%.

Tra i principali paesi fornitori di prodotti bio per l’UE, compaiono: Ecuador, Repubblica Dominicana, Cina e Ucraina; registrando rispettivamente un volume di prodotti del 12, 9 e 8% (per le ultime due nazioni).

A seguire troviamo Perù, Turchia, India e Colombia, Brasile e Messico, con percentuali di fornitura di prodotti nettamente inferiori, ma che sommate all’azione dei primi quattro paesi extraeuropei, hanno rappresentato nel 2020 il 64% di tutte le importazioni.

Frutti tropicali biologici, noci e spezie sono arrivati maggiormente dall’Ecuador (35%), dalla Repubblica Dominicana (26%) e dal Perù (15%).

Per quanto riguarda le oleaginose, la provenienza include paesi come Cina, India e Ucraina.

Lo zucchero bio invece, ha raggiunto l’Europa dalla Colombia, in altri casi dal Brasile, dall’India o dal Paraguay.

Ultimo non per importanza: il riso biologico, che nel 2020 è “approdato” nell’UE, partendo da territori quali Pakistan (+54%), India (+36%), Thailandia (+23%) e Argentina (+41%) registrando una significativa crescita nel numero di importazioni.  

Fonte: Sinab

ACQUISTI LOCALI, ETICI E BUONI, CON LA PIATTAFORMA MARCHIGIANA: LA SPESA GIUSTA.IT

ACQUISTI LOCALI, ETICI E BUONI, CON LA PIATTAFORMA MARCHIGIANA: LA SPESA GIUSTA.IT

Cosa succede se anteponiamo il valore dell’Ecologia a quello dell’Economia?
Se al verde, spesso attribuito al denaro, privilegiamo quello della natura?
Queste le domande poste all’interno del territorio della media vallata del Metauro.

La risposta è stata la creazione di una piattaforma on line, un contenitore di servizi dal nome: la Spesa giusta.it. Un incubatore di attività, che ha permesso la convergenza di percorsi e professionalità, per cui il rispetto della persona e dell’ambiente viene prima di tutto.

L’iniziativa nasce a supporto di una rete di imprese del territorio e dalla stratificazione di esperienze di alcuni soggetti che di questo fanno parte.

La realizzazione del progetto è stata agevolata dalla preesistenza di una rete di relazioni di fiducia, punto di partenza per la messa in piedi della piattaforma.

Tra i molteplici servizi forniti, vi è la possibilità di acquisto online presso aziende biologiche che operano in modo etico e in possesso di una certificazione a garanzia del cliente. Quest’ultimo può ricevere la spesa a casa oppure decidere di entrare in contatto diretto con il produttore, andarlo a trovare e osservarne il lavoro; ciò permette di costruire un rapporto basata sul rispetto, oltre che sulla conoscenza diretta attraverso l’esperienza del cliente.

All’interno della fitta rete che sostiene la Spesagiusta.it, vi è la presenza di cooperative sociali, che investono l’azione dei servizi disponibili con risvolti in ambito socio sanitario. Articolo 32 Onlus, è una di queste, in qualità di capofila della rete di imprese all’interno del gruppo.

Con Art. 32 sono nate iniziative spontanee come la vendita del Cesto solidale, un dono natalizio acquistabile in un lasso di tempo definito. Parte del ricavato è infatti stato devoluto presso la Onlus, a vantaggio di famiglie con bambini colpiti da malattie irreversibili.

Una spesa che rispetta canoni sociali e ambientali, dunque, come la stagionalità dei prodotti, la rotazione delle coltivazioni e la collaborazione con cooperative sociali la cui esistenza non va trascurata ma sostenuta.

L’impresa agricola vicina, prima concorrente, diventa ora collaboratrice, realtà con cui fare squadra nella condivisione di una programmazione. Viene così tenuta viva l’economia, rispettando però la biodiversità.

Il progetto prevede inoltre percorsi di formazione in campo alimentare, ambientale e legate al benessere individuale: come le merende raccontate, rivolte alle scuole e altre iniziative pensate per informare e formare anche aziende e privati. Percorsi enogastronomici ed escursionistici immaginati per turisti e appassionati del territorio.

La Spesa giusta.it è anche una sorta di eco-sportello, al quale rivolgersi per scovare e proporre servizi e progetti che intendono coinvolgere privati cittadini, studenti, enti, associazioni, imprese, tutti gli strati di una comunità interessata a una maggiore consapevolezza su questi temi.

Un’agri-CULTURA per stimolare ad acquisti locali, etici e genuini e ripristinare l’equilibrio con tutto ciò che ci circonda e che inevitabilmente immagazziniamo.

Fonte: La spesa giusta

ALLEVAMENTI INTENSIVI: SOTTOSTIMATE LE EFFETTIVE EMISSIONI DI GAS METANO

ALLEVAMENTI INTENSIVI: SOTTOSTIMATE LE EFFETTIVE EMISSIONI DI GAS METANO

Un’analisi proveniente dai ricercatori della New York University, in collaborazione con il rinomato centro di ricerca della Jhon Hopkins University del Maryland, rivela che le emissioni di gas metano causate dalla produzione di carne e latte negli Stati Uniti, sono maggiori di quanto è stato regolarmente dichiarato.

La sottostima, evidenzia la ricerca, oscillerebbe dal 39 al 90% in più di quanto calcolato fino ad ora; lo studio è stato pubblicato sulla rivista di settore: Environmental Research Letters.

L’analisi preleva i dati dell’EPA – Environmental Protection Agency, ente che riporta annualmente all’interno di un inventario, le emissioni di gas serra rilevate.

Nell’ultimo decennio sono stati messi in verifica molti degli studi effettuati e il livello di metano emesso, è stato monitorato proprio nell’aria sopra gli allevamenti: il risultato della quantità di metano esalata dal bestiame è stato maggiore di quello stimato in precedenza; un dato che mette in forte discussione i riscontri registrati nel passato.

A causare questa percentuale di gas metano è la digestione e conseguente defecazione di mucche e pecore e di tutti gli animali da allevamento.

In America e in Canada il bestiame è ammassato in capannoni più che affollati e le mucche in sale di mungitura dove risiedono stipate, all’interno di stabilimenti intensivi non salubri per il loro mantenimento e alimentazione. Il risultato è la produzione di quantitativi di letame piuttosto significativi.

La cifra di emissioni raggiunta nel 2017 è di 596 milioni di tonnellate, un record senza precedenti. Nel 2020 invece, la concentrazione di metano nell’atmosfera ha raggiunto i 1.875 ppb.

Metthew Hayek, scienziato ambientale della New York University, racconta come le emissioni di metano provenienti dallo stile di vita dei bovini, sia cresciuto drasticamente negli ultimi 15 anni. Hayek si occupa infatti di approfondire l’impatto che i sistemi alimentari hanno sull’ambiente.

A partire dal 2009 è stato stimato che circa due terzi dell’aumento delle emissioni antropogeniche, proviene dall’agricoltura e dalla produzione di carne rossa e latticini. Il rimanente deriva dalle emissioni derivanti dalla produzione e consumo di combustibili fossili.

Il Programma delle Nazioni Unite, è dell’opinione che ridurre questo tipo di emissioni, sarebbe un modo efficace per contrastare in tempi brevi il riscaldamento globale.

Gli scienziati del Global Carbon Project, sottolineano la necessità di regolamenti rapidi per mitigarle, poiché l’effetto di riscaldamento del gas metano è molto forte, più di quello dell’anidride carbonica.

Le banche e le agenzie governative, conclude Hayek, stanno assumendo più rischi climatici di quanto immaginano, nel finanziare gli allevamenti intensivi e la loro crescita. Dovrebbero seriamente prendere in considerazione le conseguenze di queste iniziative, tra cui vi è inoltre, l’inquinamento delle acque, le epidemie di malattie infettive di origine animale e molto altro.

Lo scopo finale deve essere quello di un reindirizzamento delle politiche e dei valori alla base del sistema alimentare, che proseguendo invece sulla traiettoria ora in atto, potrebbe determinare non solo un aumento della temperatura media globale di 3-4 gradi in questo secolo, ma l’imbocco di una china seriamente pericolosa per l’intero pianeta.

Fonte: Cambia la terra