Suolo e Salute

Mese: Aprile 2021

SUOLI A CONFRONTO, UNO STUDIO ESAMINA I RESIDUI DI AGROFARMACI NELLE DIVERSE AZIENDE AGRICOLE

SUOLI A CONFRONTO, UNO STUDIO ESAMINA I RESIDUI DI AGROFARMACI NELLE DIVERSE AZIENDE AGRICOLE

Interviste agli agricoltori e analisi di campioni di terreno, è questo l’approccio combinato, adottato dai ricercatori di uno studio pubblicato su Environmental Pollution; che indaga all’interno dell’Unione Europea sui residui di agrofarmaci presenti nel suolo di aziende agricole convenzionali e convertite al biologico (dovuti a una persistenza pregressa).

Il risultato individua circa il 90% in meno di tracce legate a pesticidi all’interno dei terreni a coltivazione biologica. Ma essendo per legge vietato l’uso di questi, nell’ambito di tale tipo di coltivazione, i ricercatori associano i residui rilevati, alle applicazioni storiche precedenti all’ultima coltivazione con il a metodo bio. Alcuni agrofarmaci, infatti, hanno vita lunghissima, persistendo nel suolo terreno anche alcuni decenni, come ad esempio il DDT.

All’interno delle interviste proposte dai ricercatori, gli agricoltori convenzionali hanno riportato l’utilizzo di un’ampia gamma di applicazioni con prodotti chimici; uno di questi ha riferito di 69 prodotti chimici usati, nel caso di altri due colleghi, il numero è pervenuto a 19 prodotti, in altri tre siti invece, l’ammontare è arrivato a 9.

Tra le sostanze più utilizzate, l’insetticida Chlorantraniliprol, mentre tra quelle identificate più alte per concentrazione nel terreno, l’erbicida glifosato.

Dal punto di vista quantitativo, l’analisi delle tracce residue all’interno dei suoli, ha rivelato tra il 70 e il 90% in più della concentrazione di pesticidi rispetto alle aziende biologiche.

Il rilevamento massimo misurato corrisponde a 16 residui differenti per campione per le aziende ad agricoltura convenzionale, contro un massimo di soli 5 residui per campione analizzato, inerente le aziende a coltivazione biologica.

La differenza è quindi sostanziale, ma poiché l’utilizzo di pesticidi all’interno dei terreni trattati a metodo biologico, dovrebbe essere pari a zero, gli studiosi attribuiscono il fenomeno all’inevitabile deriva dei pesticidi dalle vicine aziende agricole convenzionali. Fenomeno di contaminazione che per quanto può essere combattuto a livello di prevenzione dagli agricoltori, è molto probabile nel suo verificarsi.

Fonte: Sinab

IL RUOLO DELLA FILIERA PER LO SVILUPPO E IL MANTENIMENTO DELLA REDDITIVITA’ DEL BIOLOGICO

IL RUOLO DELLA FILIERA PER LO SVILUPPO E IL MANTENIMENTO DELLA REDDITIVITA’ DEL BIOLOGICO

Tra le principali sfide dell’Europa, poste negli obiettivi del Piano d’Azione 2021-2027 presentato dalla Commissione Europea, vi è l’incremento delle superfici a metodo biologico unito a quello della crescita del consumo di prodotti di questo tipo.
Ma come sviluppare questi obiettivi, senza cadere nell’inevitabile conseguenza del calo dei prezzi, a svantaggio di chi produce?

La questione è emersa nell’ambito di un seminario dedicato al tema del biologico, a cui hanno preso parte diverse personalità del settore, tra cui il coordinatore dell’Alleanza Cooperative italiane, Francesco Torriani.

Torriani sottolinea come il calo dei prezzi sarà poco evitabile a causa della prima legge di mercato, che regola domanda e offerta, ma la chiave di volta nel riequilibrio dell’assetto che si andrà a modificare sta, oltre che nell’incremento della domanda della materia prima, nel sostegno di filiere sempre più solide e via via più strutturate; che valorizzeranno in termini di profitto tutte le fasi del processo, con una cura particolare alla più delicata delle fasi, quella della produzione.

La posizione di Torriani sembra è condivisa da Frascarelli, professore associato del dipartimento di scienze agrarie, alimentari ed ambientali dell’Università di Perugia, che aggiunge come il valore aggiunto all’interno del metodo biologico, non risieda nella materia prima, ma nel prodotto finito.

Il cuore del “fare filiera”, aggiunge Frascarelli, sta proprio nel cercare di riportare il valore verso l’anello più debole, che anche a suo avviso è la fase della produzione.

Il ruolo veramente fondamentale per la crescita del comporta, sarà svolto, in termini di ricerca e innovazione, dalla preparazione dell’imprenditore, che se adeguatamente formato riuscirà ad applicare una visione innovativa alla propria azienda. Questo il punto di vista di Stefano Vaccari, direttore generale del Crea, il quale evidenzia la necessità di un potenziamento di questo tipo, nelle possibilità degli imprenditori. Resta della stessa opinione per quanto riguarda l’implementazione delle competenze degli agricoltori.

La costruzione di filiere strutturate dal punto di vista produttivo quindi, che proceda di pari passo alla crescita delle competenze e all’accesso di queste, per chi della filiera è parte.

Fonte: Italiafruit

PROTEZIONE E BENESSERE ANIMALE: UNA SFIDA ANCORA APERTA

PROTEZIONE E BENESSERE ANIMALE: UNA SFIDA ANCORA APERTA

Risale a circa cinquant’anni fa la prima legislazione dell’UE sul tema del benessere degli animali. Con il trascorrere degli anni l’argomento alla base della legislazione è cresciuto per importanza, diventando oggi assai di rilievo per i cittadini dell’Unione europea.

L’ultima strategia realizzata in materia, risale al 2012 (per il triennio 2012-2015) e aveva per obiettivo il miglioramento della condizione animale e una responsabilizzazione dei cittadini dell’UE, finalizzata a scelte inerenti al consumo alimentare più consapevole.

Con la diffusione della pandemia da Covid-19, il punto di vista sull’argomento sembra essersi nuovamente trasformato, ponendo in risalto le forti connessioni tra il tema della protezione e benessere animale e quello della salute ambientale e dei cittadini.

L’argomento è suscettibile di complessità, difatti ad oggi, l’obiettivo della salute animale non è ancora stato completato con efficacia. Per questa ragione, la Commissione Europea ha intrapreso una valutazione della Strategia dell’UE finora adottata per la Protezione e il Benessere degli animali, valutazione inerente gli anni 2012- 2018.

Uno studio esterno ha fornito la base principale di prove per la valutazione, incorporando le opinioni di un’ampia gamma di parti interessate, tra cui consumatori; organizzazioni animaliste; industrie del settore; organizzazioni non governative e talune altre parti. Qualcuno si interroga sulla percentuale della rappresentanza scientifica presente all’interno dei dati relativi l’indagine, rilevando come sia scarsamente rappresentata.

I risultati, oltre ad essere vagliati per la valutazione della Strategia, da parte della CE, saranno passati in rassegna per le possibili future iniziative nell’area del benessere degli animali, anche in linea con il progetto Farm to Fork e con il capitolo compreso in quest’ultimo relativo all’etichettatura dei prodotti di origine animale e alle condizioni di benessere con il quale quegli stessi prodotti sono stati ottenuti.

Ma se entriamo nel vivo di quanto emerso dalla valutazione, ne risultano numerose lacune, che comportano la necessità di misure quali: il miglioramento della conformità tra gli Stati membri rispetto al trasporto animale e l’urgenza di eliminare alcune pratiche cruente ancora in uso, quali il taglio della coda nei suini e lo stordimento applicato ad alcuni animali.

L’urgenza di un quadro legislativo dell’UE semplificato sul benessere degli animali e da creare ex novo per alcune specie non ancora tutelate, come per esempio i conigli e il fronte ancora aperto relativo all’allevamento dei pesci.

L’importanza di rafforzare la cooperazione internazionale al fine di superare la riluttanza di alcuni paesi a conformarsi agli standard dell’Unione sul tema e l’implementazione dell’informazione dei consumatori sulla cura e benessere degli animali.

In termini più generali, risulta fondamentale ottimizzare la sinergia e allineare la strategia a quella della PAC 2021-2027, al fine di sfruttare al meglio gli strumenti in questa compresi per migliorare gli standard di benessere degli animali ed acuire la consapevolezza dei beneficiari della PAC in quest’ottica.

Un’ulteriore punto di rilievo riguarda i costi della suddetta strategia, che, dalla percezione delle parti interessate, risulterebbero distribuiti in modo non uniforme; da qui la richiesta e la necessità di un riequilibrio.

A livello internazionale, la strategia ha contribuito a promuovere gli standard di benessere degli animali nelle sedi internazionali, a stabilire sinergie con le attività in materia di benessere degli animali dell’OIE – Organizzazione mondiale per la salute animale e della FAO – Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) e per costruire la cooperazione con i partner commerciali.

Il lavoro futuro dovrà essere quello di sviluppare e consolidare queste sinergie al fine di confermare il ruolo guida dell’UE nella transizione globale verso sistemi sostenibili e rispettosi del benessere degli animali.

Il lavoro è quindi già iniziato, sebbene nessuno degli obiettivi della strategia sia ancora stato pienamente raggiunto. Tuttavia non resta che procedere lungo questa via, tenendo fede a una visione che tuteli il benessere degli animali nei grandi numeri dell’Unione Europea, che consiste ad oggi di: 88 milioni di bovini; 148 milioni di suini; 100 milioni di pecore e capre; più di 4,5 miliardi di polli, galline, ovaiole e tacchini.

Uno dei principi cardine della politica agroalimentare nell’Unione europea è quello della tracciabilità “from fork to farm” e, cioè, della possibilità di verificare le caratteristiche complessive di un prodotto non limitandosi alla sua qualità finale, ma considerando la qualità dell’intero processo produttivo, che comprende, a monte della filiera, anche la “qualità di vita” degli animali allevati. A dimostrazione di tale impegno, le aziende zootecniche biologiche adottano standard di benessere animale superiori a quelli previsti dalla legislazione vigente per la zootecnia convenzionale.

 

Fonte: Ruminantia

TRANSIZIONE ECOLOGICA DELL’AGRICOLTURA: SEMPRE PIÙ NECESSARIA UN’INVERSIONE DI ROTTA

TRANSIZIONE ECOLOGICA DELL’AGRICOLTURA: SEMPRE PIÙ NECESSARIA UN’INVERSIONE DI ROTTA

Nonostante la direzione dell’Europa sia orientata allo sviluppo dell’agricoltura biologico, fino ad oggi le sovvenzioni sono state assegnate per lo più all’agricoltura cosiddetta “convenzionale”.

Tale contraddizione è emersa dalle parole del commissario Ue all’agricoltura, Janusz Wojciechowsk, nell’ambito della presentazione del Piano D’azione 2021-27. Soltanto l’1,8 % dei fondi relativi alla PAC, sottolinea il commissario, è stata finalizzata alla produzione biologica. Tale quota, afferma, necessita di essere aumentata, poiché nel caso dell’Italia, dove i terreni gestiti con il metodo bio privi di pesticidi raggiungono il 15,8% (quasi il doppio della media europea), in realtà, solo il 2,3% dei fondi della PAC è destinata all’agricoltura biologica.

Al fine di mettere l’accento sulla necessità di un’azione più coerente con l’intenzione dichiarata e di incoraggiare una svolta verso l’agroecologia, che proceda di pari passo alla transizione ecologica, la Coalizione italiana Cambia la Terra, ha realizzato: Il Quaderno – Per una transizione biologica, un’iniziativa elaborata grazie al contributo di professionisti del settore.

Quello che viene richiesto simbolicamente attraverso Il Quaderno, è di sfruttare strumenti quali il Recovery Fund e la nuova PAC, per realizzare il salto verso un’agricoltura che tenga veramente conto del benessere animale, del pianeta e dei cittadini. Per una vera e propria inversione di rotta, ancora più urgente dopo la Pandemia da Covid-19.

Il rapporto Bioreport del Crea ha evidenziato il ruolo strategico dell’Italia per numero di imprese (più di 80.000) attive nel comparto e per reddito complessivo di quelle orientate a metodo biologico, superiore del circa 15% rispetto al reddito delle aziende che si occupano di agricoltura convenzionale.

L’Italia a parere di alcuni, potrebbe quindi giocare un ruolo significativo nello sviluppo dell’agroecologia al fine di fornire un nuovo modello agricolo, un approccio ecologico differente, da valorizzare anche in vista del G20 – 2021 che vedrà la sua presidenza.

Se guardiamo nel dettaglio alle richieste rivolte ai decisori politici, queste si appellano a misure quali: l’approvazione della legge sul biologico, che comprende la definizione di un marchio del bio italiano; un Piano Strategico Nazionale della PAC 2023-27 che individui interventi concreti per raggiungere gli obiettivi legati alla crescita del metodo biologico; un piano strategico dedicato alla Ricerca e all’Innovazione; un rinnovo del Piano nazionale per l’uso dei prodotti fitosanitari; la riduzione dell’Iva per i produttori biologici; una consistente innovazione digitale per garantire una maggiore trasparenza del settore, da realizzare anche attraverso il sistema blockchain.

Un’inversione di rotta dunque al fine di non dover sacrificare la leadership italiana acquisita nel settore, che possa integrare il mantenimento a lungo termine delle risorse naturali con le produzioni agricole e zootecniche, per una reale transizione ecologica dell’agricoltura.

 

Fonte: Greenreport

COPA E COGECA: APERTURA E COLLABORAZIONE A SOSTEGNO DELL’AGRICOLTORE BIOLOGICO

COPA E COGECA: APERTURA E COLLABORAZIONE A SOSTEGNO DELL’AGRICOLTORE BIOLOGICO

Apertura alla collaborazione e fiducia, sono queste le reazioni espresse da COPA – European Farmers e COGECA – European agri cooperatives, in merito alla strategia orientata al mercato agricolo biologico descritta nel nuovo Piano D’Azione europeo 2021/2027, presentato il 25 marzo 2021.
Le organizzazioni agricole infatti, si sono espresse da sempre nel reclamare una maggiore garanzia di reddittività del mercato per il settore bio, con adeguati investimenti e retribuzioni eque per l’agricoltore. Retribuzioni proporzionate alla spesa che il consumatore effettua per prodotti di tipo biologico.
L’obiettivo stabilito nel Piano e legato all’espansione delle superfici bio al 25% entro il 2030 è certamente ambizioso – dichiara Lone Andersen, presidentessa canadese del gruppo di lavoro sull’agricoltura biologica –, ma le organizzazioni agricole dell’Unione Europea sono disponibili a lavorare con impegno a fianco delle istituzioni e di tutte le parti interessate in questo articolato processo.

In generale, la linea da perseguire, su cui Copa e Cogeca pongono l’accento, menzionata nel nuovo piano d’azione: riguarda il rafforzamento degli strumenti offerti agli agricoltori biologici, rafforzamento necessario per migliorare il rapporto esistente tra loro e l’ambiente circostante.
Se entriamo più nello specifico, una delle necessità consiste nell’ aumentare gli input di nutrizione animale prodotti in modo biologico. Ad esempio da numerosi anni si sta affrontando la carenza di vitamina B di difficile reperibilità per gli allevatori bio.
Sono necessari una serie di mangimi nuovi quindi, vantaggiosi per rapporto qualità prezzo e facilmente accessibili agli allevatori biologici, sono tra le priorità richieste.
Un altro aspetto di rilievo, riguarda la difesa degli agricoltori dalle conseguenze del cambiamento climatico e dai parassiti. La richiesta di Copa e Cogeca, va nella direzione di strumenti adeguati e una cassetta degli attrezzi completa per gli agricoltori biologici, al fine di far fronte al meglio a questi fenomeni. La quota di produzione a metodo biologico è infatti destinata a crescere ancora e per tale ragione risulta ancora più necessario l’essere preparati a questo incremento, nell’ottica di un monitoraggio efficiente.
La finalità comune è quindi la raccolta di prodotti sani e di qualità, a tutela dell’ambiente e delle persone. Copa e Cogeca, rinnovano la loro disponibilità alla collaborazione, nell’ottica dei punti appena illustrati.

 

Fonte: Sinab

 

DECRETO SULLE IMPORTAZIONI DI PRODOTTI BIO DA PAESI TERZI, CONTROLLI RIGIDI PER L’ITALIA

DECRETO SULLE IMPORTAZIONI DI PRODOTTI BIO DA PAESI TERZI, CONTROLLI RIGIDI PER L’ITALIA

Sono molte le preoccupazioni rispetto ad alcune disposizioni inserite nell’ultimo decreto, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 18 febbraio 2021, e relativo al regime di importazione di prodotti biologici dai Paesi Terzi.

Già in vigore dal 4 aprile, il decreto descrive nuove norme per le importazioni, con passaggi di controllo per chi importa, più serrati.

Ad essere segnalata è l’inadeguatezza dell’allegato II del decreto, che identifica, ad esempio, come obbligatoria l’analisi di tutte le partite dai  di succhi e puree di frutta, di prodotti come girasole, lino e soia, ma anche di tutte le partite di frumento tenero e duro, della quinoa e del caffè di provenienza diversa; inoltre, qualsiasi prodotto esportato da paesi quali Argentina, Equador, Brasile, Egitto, India, Perù, Serbia, Tunisia, Turchia e di tutti i prodotti esportati da un paese terzo diverso da quello di coltivazione.

L’allegato non agevola inoltre alcune relazioni tra gli stati: un esempio è la rischiosità data per scontata e attribuita ad importazioni provenienti da Svizzera e Gran Bretagna, anche se non produttrici dirette; un altro la situazione di stati extraeuropei quali l’Argentina, la Tunisia e l’India, che illustra come sempre rischiose e pone sullo stesso piano, le importazioni da questi tre differenti paesi.

Il risultato di alcune scelte del decreto, comporterà quindi un significativo aumento dei costi delle aziende italiane a discapito dello stesso stato, il solo, con questo genere di restrizioni. Lo svantaggio potrebbe generare una competitività difficile da mantenere per numero di partite importate da analizzare, che potrebbe favorire acquisti interni, più che esterni al paese, perché più convenienti.

L’appartenenza dell’Italia a un mercato unico, è l’aspetto che secondo l’esperto, Roberto Pinton, è stato sottovalutato: un mercato dell’Unione Europea, legato attraverso accordi internazionali, all’interno del quale, sarebbe stato opportuno, coinvolgere gli altri paesi nello stabilire insieme regole uniformi, valide per tutti.

Regole che sarebbe stato opportuno definire attraverso un’analisi del rischio, che commisura la frequenza dei controlli, in questo caso delle partite presenti nelle importazioni, al rischio di queste e al possibile livello di non conformità.

Per un approccio condiviso e basato su dati il più realistici possibile, che non penalizzi qualcuno ma coinvolga molti.

Fonte: Greenplanet