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PERONOSPORA, LA CORRETTA DIFESA DEL VIGNETO BIO

PERONOSPORA, LA CORRETTA DIFESA DEL VIGNETO BIO

In Trentino le applicazioni di rame a basso dosaggio messe a punto dalla Fondazione Mach hanno consentito di limitare i danni anche in un’annata difficile come quella in corso. I riscontri sperimentali nel corso della giornata del bio organizzata dal Centro Trasferimento Tecnologico assieme al Centro di Sperimentazione Laimburg

Difendere il vigneto bio dalla peronospora si può.  Anche in un’annata ad alta pressione infettiva come quella che sta volgendo a termine le contromisure messe a punto dai tecnici della Fondazione Mach hanno infatti consentito di limitare al minimo i danni sugli impianti trentini gestiti con questo metodo di produzione. Sono 1371 gli ettari di vite coltivati con metodo biologico in Trentino, il 13,3% della superficie complessiva viticola.

L’incontro trentino

Difesa, gestione dei vigneti coltivati con metodo biologico in Trentino e sperimentazioni in corso sono stati al centro dell’incontro che si è tenuto lo scorso 3 agosto a San Michele all’Adige (Tn) presso la sede della Fondazione Mach. Organizzato dall’Unità Agricoltura Biologica del Centro Trasferimento Tecnologico, l’evento si è valso della consueta collaborazione con il Centro di sperimentazione Laimburg di Ora (BZ) che nel pomeriggio ha focalizzato l’attenzione del mondo produttivo sulle prove sperimentali in frutticoltura biologica.

Quest’anno a preoccupare i viticoltori è stata soprattutto la peronospora, ma rimane alta l’attenzione anche sui giallumi, in particolare sulla flavescenza dorata. Senza contare che le grandinate di luglio hanno provocato danni alla produzione in molte zone della provincia.

Infezioni e difesa fitosanitaria

A fare il punto sull’annata 2023 sono stati Maurizio Bottura, dirigente del Centro Trasferimento Tecnologico e Daniele Prodorutti, responsabile dell’Unità di agricoltura biologica. Le infezioni di peronospora sono state particolarmente intense tra la fine di maggio e la prima metà di giugno. La difesa fitosanitaria contro questo patogeno, basata sull’uso di prodotti rameici a basso dosaggio, ha permesso però di proteggere i grappoli dei vigneti biologici. Secondo l’analisi di Marco Chiusole i danni alla produzione sono generalmente lievi e limitati agli appezzamenti posti nelle zone più soggette agli attacchi di Plasmopara viticola. La difesa dall’oidio, altro patogeno importante per la vite, è stata impostata sull’uso di prodotti a base di zolfo che hanno permesso di ridurre la presenza di questo fungo in maniera molto significativa rispetto ai testimoni non trattati. Infatti, sui grappoli non trattati la diffusione di oidio si è manifestata precocemente e risultava già elevata a fine giugno.

Il mese di luglio ha visto il verificarsi di eventi meteorologici intensi, spesso a carattere grandinigeno, che hanno provocato danni alla produzione in molte zone della provincia.

Sempre alta anche l’attenzione verso il contenimento dei giallumi, in particolare di flavescenza dorata e del suo vettore Scaphoideus titanus.

Le sperimentazioni

Roberto Zanzotti ha illustrato i risultati delle attività sperimentali per controllare peronospora, oidio, gestione della chioma e flavescenza. Nel corso della stagione 2023, nei vigneti della Fondazione Mach, sono state infatti messe a confronto strategie di difesa da peronospora con rame a bassi dosaggi, da solo e in miscela con altre sostanze quali l’olio essenziale di arancio dolce e l’estratto di salice. L’esperienza è stata estesa con la valutazione dell’efficacia del chitosano e di un nuovo formulato rameico. Il contenimento di peronospora è stato soddisfacente in tutte le tesi in cui si è impiegato il rame, l’aggiunta di altre sostanze non ha contribuito a migliorare l’efficacia dello stesso in modo significativo. Il chitosano, impiegato da solo, non ha garantito una sufficiente protezione di foglie e grappoli.

Per la difesa dall’oidio, sono state impostate strategie a base di zolfo liquido in confronto al bicarbonato di potassio in miscela con una bassa dose di zolfo e al siero di latte, nell’ottica di diminuire l’apporto di zolfo in vigneto. I prodotti testati hanno permesso una riduzione delle infezioni in confronto al testimone non trattato.

La gestione della chioma

Gli approcci di gestione della chioma su Cabernet franc e varietà resistenti svolte in collaborazione con l’Università di Trento sono state illustrate da Michele Faralli.

Una sperimentazione di quattro anni in diversi vigneti e varietà ha avuto l’obiettivo di ottimizzare le operazioni di gestione a verde per migliorare i parametri qualitativi dei mosti e dei vini e valutare la funzionalità fogliare in relazione a potenziali stress ambientali. I risultati forniscono utili evidenze applicative per il viticoltore: la potatura verde si conferma un prezioso strumento per indirizzare la maturazione verso obiettivi enologico-qualitativi desiderati in un contesto di cambiamento climatico.

Flavescenza, i vettori e le piante ospiti sono ben più di quelli noti

Mauro Jermini, del Centro Ricerca Agroscope di Cadenazzo-Svizzera ha esposto i risultati degli studi svolti in Ticino volti allo sviluppo di una strategia di gestione della flavescenza dorata. In particolare, è stato valutato l’impatto del fitoplasma sullo sviluppo dei tessuti vegetali nei tralci e nel tronco e il ruolo del paesaggio (piante arboree e diverse specie di cicaline sono risultate positive a flavescenza dorata) nella diffusione della malattia. La strategia di gestione nel vigneto, alla quale si deve associare una gestione degli elementi chiave del paesaggio circostante, sono elementi importanti per ridurre i rischi epidemici.

CRESCE IL VIGNETO BIO E AUMENTA LA PRESENZA DI API TRA I FILARI

CRESCE IL VIGNETO BIO E AUMENTA LA PRESENZA DI API TRA I FILARI

Una buona notizia che arriva dal Vinitaly: la presenza degli impollinatori cresce di pari passo con la diffusione della gestione bio. È la conferma che i vigneti biologici sono una risorsa preziosa per la salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità

Cresce la quota di vigneti bio, arrivati al 19% della superficie vitata italiane e cresce la presenza di api e di impollinatori selvatici tra i filari. Una buona notizia, visto il valore dell’ape come bioindicatore della qualità dell’ambiente, diffusa nel corso dell’edizione numero 55 del Vinitaly.

La conferma che il vigneto biologico possa rivelarsi un ambiente idoneo per l’allevamento delle api e per la tutela della biodiversità è emersa a Verona nel corso dell’evento “Dove le api incontrano il vino”, promosso da Fedagripesca Confcooperative, con la partecipazione del sottosegretario al ministero dell’Agricoltura con delega al miele, Luigi D’Eramo.

In arrivo un Tavolo di filiera

«Consideriamo l’apicoltura – ha testimoniato D’Eramo – un settore di punta dell’agroalimentare italiano, che può offrire opportunità di crescita economica anche per i giovani».

«Abbiamo spinto per il raddoppio dei finanziamenti per le aziende apistiche ed è in via di definizione anche l’istituzione di un tavolo permanente sul miele».

La conferma del fatto che la gestione biologica rende il vigneto un ambiente favorevole all’apicoltura è stata in messa in luce nel corso dell’evento da Antonio De Cristofaro dell’Università del Molise e da Paolo Fontana, ricercatore della Fondazione Edmund Mach, entomologo e apicoltore.

«La loro presenza è in ascesa – hanno precisato – anche perchè il minimo comune denominatore di queste due attività è l’amore e il rispetto per il territorio».

Sottospecie italiane da preservare

Fontana è il promotore della Carta di San Michele all’Adige, l’appello scritto dai maggiori esponenti del mondo della ricerca e dell’apicoltura per la conservazione dell’Apis mellifera e delle sue 1758 sottospecie in Italia.

Le api e gli insetti impollinatori sono infatti investiti da gravi minacce ambientali per effetto del climate change, delle modificazioni del paesaggio, di un uso inappropriato di agrofarmaci in agricoltura, ma anche dalla diffusione di sottospecie ed incroci non autoctoni.

L’ininterrotta presenza dei vigneti da Nord a Sud e la sempre maggiore diffusione delle tecniche di gestione bio può così diventare una concreta risorsa per la salvaguardia della biodiversità apistica e in particolare per la sopravvivenza di due sottospecie endemiche a rischio come l’Apis mellifera ligustica, detta appunto ape italiana e considerata la migliore ape per fare apicoltura e l’Apis mellifera siciliana, detta ape nera sicula.

Generazione Honey

All’evento ha partecipato anche il direttore generale del Masaf Luigi Polizzi che ha sottolineato l’importanza di una campagna di comunicazione come quella di Generazione Honey che fa informazione sul settore apistico, per il quale il ministero ha istituito un fondo specifico.