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DECRETO SULLE IMPORTAZIONI DI PRODOTTI BIO DA PAESI TERZI, CONTROLLI RIGIDI PER L’ITALIA

DECRETO SULLE IMPORTAZIONI DI PRODOTTI BIO DA PAESI TERZI, CONTROLLI RIGIDI PER L’ITALIA

Sono molte le preoccupazioni rispetto ad alcune disposizioni inserite nell’ultimo decreto, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 18 febbraio 2021, e relativo al regime di importazione di prodotti biologici dai Paesi Terzi.

Già in vigore dal 4 aprile, il decreto descrive nuove norme per le importazioni, con passaggi di controllo per chi importa, più serrati.

Ad essere segnalata è l’inadeguatezza dell’allegato II del decreto, che identifica, ad esempio, come obbligatoria l’analisi di tutte le partite dai  di succhi e puree di frutta, di prodotti come girasole, lino e soia, ma anche di tutte le partite di frumento tenero e duro, della quinoa e del caffè di provenienza diversa; inoltre, qualsiasi prodotto esportato da paesi quali Argentina, Equador, Brasile, Egitto, India, Perù, Serbia, Tunisia, Turchia e di tutti i prodotti esportati da un paese terzo diverso da quello di coltivazione.

L’allegato non agevola inoltre alcune relazioni tra gli stati: un esempio è la rischiosità data per scontata e attribuita ad importazioni provenienti da Svizzera e Gran Bretagna, anche se non produttrici dirette; un altro la situazione di stati extraeuropei quali l’Argentina, la Tunisia e l’India, che illustra come sempre rischiose e pone sullo stesso piano, le importazioni da questi tre differenti paesi.

Il risultato di alcune scelte del decreto, comporterà quindi un significativo aumento dei costi delle aziende italiane a discapito dello stesso stato, il solo, con questo genere di restrizioni. Lo svantaggio potrebbe generare una competitività difficile da mantenere per numero di partite importate da analizzare, che potrebbe favorire acquisti interni, più che esterni al paese, perché più convenienti.

L’appartenenza dell’Italia a un mercato unico, è l’aspetto che secondo l’esperto, Roberto Pinton, è stato sottovalutato: un mercato dell’Unione Europea, legato attraverso accordi internazionali, all’interno del quale, sarebbe stato opportuno, coinvolgere gli altri paesi nello stabilire insieme regole uniformi, valide per tutti.

Regole che sarebbe stato opportuno definire attraverso un’analisi del rischio, che commisura la frequenza dei controlli, in questo caso delle partite presenti nelle importazioni, al rischio di queste e al possibile livello di non conformità.

Per un approccio condiviso e basato su dati il più realistici possibile, che non penalizzi qualcuno ma coinvolga molti.

Fonte: Greenplanet

Life Cycle Analysis: come gestire produzione e consumo di prodotti bio in maniera sostenibile?

Apprendere gli strumenti per una gestione sostenibile dei processi di realizzazione e consumo dei prodotti bio. Sia food che non food. È questo lo scopo di un seminario organizzato da ENFAP Emilia Romagna, presso Ecomondo a Rimini. Il tema? LCA, la Life Cycle Analysis, utile per ottimizzare il processo produttivo dal punto di vista dell’impatto ambientale.

L’evento è aperto alle realtà produttive della zona, in tutti i settori. Ma anche a enti, istituzioni e associazioni coinvolte nella promozione del bio.

Scopriamo tutti i dettagli.

Life Cycle Analysis: il bio e l’ecosostenibilità ambientale

Il titolo completo del seminario è “LCA (Life Cycle Analysis) Gestione sostenibile dei processi di produzione e consumo dei prodotti biologici – food e non food”.

L’idea è quella di approfondire gli strumenti della LCA per raggiungere, sia dal punto di vista dei produttori che dei consumatori, la piena consapevolezza del proprio impatto ambientale. I modelli della Life Cycle Analysis andranno quindi applicati alla gestione dei prodotti bio, sia food che non food.

«L’incontro – spiegano gli organizzatori –èrivolto ad imprenditori e figure chiave di imprese manifatturiere e della commercializzazione di prodotti biofood e non food, anche di start-up al bio, con sede legale o unità produttive in Emilia-Romagna, e a rappresentanti di enti, istituzioni e associazioni di riferimento per la filiera».

Gli obiettivi della manifestazione sono principalmente 3.

Innanzitutto, l’approfondimento dell’importanza della LCA per ottimizzare il processo produttivo. In questa fase, gli obiettivi sono: ridurre l’impatto ambientale, limitare il consumo di risorse, diminuire la produzione di scarti. Allo stesso tempo, l’Analisi è utile per migliorare la comunicazione aziendale per promuovere prodotti e servizi.

Il secondo obiettivo del seminario riguarda invece il lato della domanda. Adozione di stili di consumo sostenibili e più consapevoli dal punto di vista ambientale: questo il focus.

Terzo: l’Enfap illustrerà una serie di percorsi formativi gratuiti. L’idea è di favorire nuove misure di sviluppo sostenibile per la produzione biologica, food e non food, in regione.

Life CycleAnalysys: il programma del seminario

L’appuntamento, come accennato, è a Rimini, e si terrà durante Ecomondo, la fiera della green e circular economy. Nello specifico, si terrà l’8 novembre, a partire dalle 14:30 nella Sala Rovere, al primo piano del padiglione C6.

Durante il seminario interverranno:

  • Giovanni Dinelli, professore ordinario del Dipartimento di Scienze Agrarie dell’Università di Bologna e Direttore del Corso di Formazione in Agricoltura Biologico. Il suo intervento sarà intitolato: “LCA dei principali processi produttivi nell’ambito della manifattura bio: criticità e rimedi”;
  • Stefano Spillare, ricercatore presso il Ces.Co.Com (Centro Studi Avanzati sul Consumo e la Comunicazione) dell’Università di Bologna. Spillare relazionerà su “La gestione sostenibile dei processi produttivi di filiera e di prodotto come elemento di promozione dell’immagine aziendale”;
  • Beppe Croce, responsabile nazionale Agricoltura di Legambiente, con un intervento dal titolo “LCA e promozione di stili di consumo food e non food più sostenibili e ambientalmente responsabili”.

A moderare gli interventi, Silvia Zamboni, giornalista e saggista, esperta del settore per l’Enfap.

Per maggiori informazioni e per iscriversi è possibile contattare ENFAP Emilia Romagna ai seguenti recapiti:

  • Telefonicamente: 051 352932 – 353002
  • Via posta elettronica: segreteria@enfap.emr.it
  • In sede: ENFAP Emilia Romagna Via Zamboni, 8 40126 Bologna

FONTI:

http://www.feder.bio/agenda.php?nid=1228

http://www.feder.bio/files/2038.pdf

http://www.ecomondo.com/

SEE: tornano sul mercato i prodotti biologici da Norvegia e Islanda

SEE
Via libera all’importazione nell’Unione Europea dei prodotti biologici provenienti dalla Norvegia e dall’Islanda. La decisione adottata dal comitato misto SEE rimuove un divieto durato 8 anni.

Lo scorso 17 marzo, il comitato misto SEE ha posto fine al divieto di importazione nell’Unione Europea di prodotti biologici provenienti da Norvegia e Islanda. Via libera che comprende anche il salmone biologico norvegese.

I prodotti potranno essere debitamente commercializzati come conformi alle norme dell’UE sulla produzione biologica, a seguito dell’integrazione dei pertinenti regolamenti previsti nell’accordo sullo Spazio economico europeo (SEE).

La decisione pone fine a un blocco durato ben 8 anni e dovuto al fatto che i produttori biologici di Norvegia e Islanda si conformavano a norme obsolete, non più applicate all’interno del mercato europeo.

L’accordo SEE

La prima adozione da parte dell’Ue delle norme relative alla produzione e all’etichettatura dei prodotti biologici risale al 1991. I testi sono stati aggiornati successivamente nel 2007, diventando in molti casi più rigorosi.

Nel corso degli anni sono state effettuate ulteriori modifiche, introducendo norme di produzione supplementari, come quella relativa alla produzione dell’acquacoltura biologica, nel 2009.

Nel gennaio 2015, è scattato l’obbligo per i produttori dell’UE di seguire le indicazioni presenti nei testi. Purtroppo, il ritardo nell’inserimento dei nuovi regolamenti nell’accordo SEE ha creato una situazione di disparità di trattamento dei produttori e degli operatori. Come il caso del salmone biologico, per cui il ritardo ha fatto sì che i prodotti provenienti dai Paesi citati non potessero essere importati e venduti come prodotti biologici nell’UE.

Il ritardo delle autorità SEE sarebbe stato causato dalle numerose deroghe riguardanti determinati particolari aspetti tecnici. Richieste adesso ritirate.

Pari condizioni tra tutti gli attori del biologico

Phil Hogan, commissario per l’Agricoltura e lo sviluppo rurale, ha accolto con favore la decisione: «Sono lieto di constatare che i nostri partner See hanno compreso l’importanza degli standard comuni, oltre che i benefici per i produttori e i consumatori di entrambe le parti. Le norme garantiscono parità di condizioni tra i produttori biologici dell’Ue e del See, a loro reciproco vantaggio. La Commissione non accetterà mai che i nostri elevati standard di produzione, importazione e commercializzazione dei prodotti biologici vengano abbassati. È nostro compito assicurare la fiducia dei consumatori e garantire la credibilità del logo di produzione biologica dell’UE».

Fonti:

http://italiafruit.net/DettaglioNews/38695/mercati-e-imprese/lue-riapre-le-porte-al-bio-di-norvegia-e-islanda

http://europa.eu/rapid/press-release_IP-17-627_it.htm

Biologico italiano alla conquista dell’Est?

agricultureSecondo i dati inerenti al 2014 e diffusi da Federbio, il biologico è un settore che vale 2,6 miliardi e che dà lavoro a circa 220mila persone. Rispetto all’anno precedente ha registrato una crescita dell’8%,  dimostrandosi un mercato in netta controtendenza rispetto agli altri comparti dell’economia italiana.

Eppure, secondo qualcuno, è un settore che potrebbe dare ancora di più e che rimane imbrigliato nella difficoltà di trovare terreni sui quali espandersi, in una burocrazia complessa e nella dipendenza da contributi provenienti da fondi italiani o europei.

Di questo avviso è Rosario Altieri, presidente di Agci, l’Associazione generale cooperative italiane, la terza componente del movimento cooperativo italiano, con Confcooperative e Legacoop.

Altieri è stato in Kosovo a gennaio e poi a novembre. “Ci era stato segnalato che là c’erano delle opportunità molto interessanti e, soprattutto, la disponibilità degli operatori e delle autorità locali a individuare forme di sviluppo comuni“, spiega il presidente di Agci.

E dopo aver visitato i Comuni di Prizren, Djakovica e Orahovac aggiunge: “Pensiamo che avremo opportunità di investimento qui, per avere poi la possibilità di produrre agricoltura agli standard bio europei“.

I terreni, secondo Altieri hanno delle grosse potenzialità nell’agroalimentare, nell’allevamento, nel caseario. Per adesso le coltivazioni locali più pregiate sono i pomodori, le vigne e alcune qualità di vino. 

Ma non si tratta di delocalizzazione, ci tiene a spiegare Altieri, è “esattamente il contrario. Noi porteremo in Kosovo nuove possibilità di sviluppo per quei territori, portando conoscenze e know-how. Dobbiamo aiutare a crescere le economie dei Paesi che premono alle porte dell’Unione Europea“.

Secondo il Secolo XIX, la decisione ha suscitato qualche perplessità all’interno dell’Associazione, da parte di chi sospetta un tentativo di delocalizzazione tout court, grazie al favorevolissimo costo della mano d’opera e a controlli sulla qualità un po’ meno severi.

A questi, Altieri risponde duramente: “Non possiamo rinchiuderci in un fortino, immaginando che le nostre ricchezze debbano e possano rimanere solo all’interno dei nostri confini“.

Il Kosovo ha dal canto suo una storia, seppur a piccoli numeri, di agricoltura biologica. Non esiste però un reale mercato di prodotti bio. Che finirebbero quindi, in gran parte, sulle nostre tavole.

Secondo il presidente di Agci, deve essere effettuata una sorta di importazione controllata e governata: “La prima necessità – afferma – è ridurre il gap dei prezzi tra bio e tradizionale, perché tutti, e non solo chi se lo può permettere, possano mangiare buon cibo“.

Fonti:

http://www.feder.bio/comunicati-stampa.php?nid=900

http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2015/12/05/ASUwjJf-operazione_arrivera_italiano.shtml

Biologico: è boom di vendite. Raggiunti gli 80 miliardi di dollari di fatturato

Biologico: è boom nel mercato mondiale. Negli ultimi 15 anni, il mercato mondiale dei prodotti biologici è più che quintuplicato, raggiungendo un valore di 80 miliardi di dollari.

Di questo, e di tanto altro, si parlerà durante il Biofach, il Salone degli Alimenti Biologici, che si terrà a Norimberga dal 10 al 13 febbraio 2016.

Ritornando ai dati di settore, Amarjit Sahota, dell’agenzia londinese Organic Monitor, spiega bene l’incredibile crescita che il bio ha avuto negli ultimi anni:  “Dal 1999 gli alimenti e le bevande biologici hanno visto un incremento enorme. Allora il volume di mercato raggiungeva appena i 15 miliardi di dollari. Nel 2013 si contavano già 72 miliardi. Attualmente i dati del 2014 sono ancora in fase di elaborazione, tuttavia pare che ci si avvicini alla soglia degli 80 miliardi di dollari“.

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Di conseguenza, anche la superficie mondiale coltivata ad agricoltura biologica ha subito un incremento, raggiungendo nel 2013 i 43,1 milioni di ettari.

Ad aggiudicarsi il primato all’interno del mercato europeo è la Germania, il cui fatturato, nel 2014, è cresciuto del 4,8%. In cifre assolute si parla di un fatturato, realizzato con cibi e bevande venduti nei negozi al dettaglio, passato da 7,55 a 7, 91 miliardi di euro. Dati elaborati dall’Arbeitskreis Biomarkt, in base alle ricerche di mercato effettuate dagli istituti tedeschi Gesellschaft für Konsumforschung GfK, Nielsen, BioVista e la Klaus Braun Kommunikationsberatung.

Bene anche la Francia, che pur rimanendo ancora indietro alla Germania, continua a recuperare terreno: il 2014 ha fatto registrare un più 10% nelle vendite, per un fatturato di circa 5 miliardi di euro. Nove consumatori su dieci scelgono come minimo di tanto in tanto prodotti bio, sei su dieci almeno una volta al mese. Di conseguenza, le superfici coltivate convertite al biologico sono aumentate del 4%, arrivando a superare, complessivamente, quota 1,1 milioni di ettari.

Anche il Nord Europa ha visto negli ultimi anni una crescita, pur registrando notevoli differenze tra Paese e Paese: mentre la Danimarca ha ottenuto un più 8% di fatturato, la Norvegia ha fatto registrare solo l’1,4%.

La Danimarca, inoltre, è il Paese che esporta il maggior quantitativo di prodotti biologici, cosa che gli ha permesso di realizzare, nel 2014, introiti pari a 204 milioni di euro.

Boom anche nel mercato svedese: il fatturato proveniente dalla vendita dei prodotti biologici è aumentato di ben il 38% raggiungendo una quota di mercato del 5,6%. Stando ai dati forniti da Ekoweb, alla fine del 2014 le vendite si aggiravano su 1,6 miliardi di euro.

Fa fatica invece la Gran Bretagna: con una crescita del 4%, il settore degli alimenti biologici ha realizzato nel Regno Unito un fatturato di 1,86 miliardi di sterline (2,53 miliardi di euro).

Molto bene la situazione Oltreoceano, dove gli Usa hanno registrato una crescita dell’11%, raggiungendo un valore pari a 35,9 miliardi di dollari (31,6 miliardi di euro).

E il mercato italiano?

Nel nostro Paese, il mercato biologico è cresciuto nel 2014 dell’8%. Un giro d’affari che vale circa 2,6 miliardi. Anche la prima metà del 2015 ha registrato una crescita straordinaria del mercato dei prodotti biologici.

Fonti:

http://www.adnkronos.com/sostenibilita/risorse/2015/10/16/cresce-mercato-globale-del-bio-quota-miliardi-dollari_C1TuFJ939fwBzgqucaT0WL.html?refresh_ce

http://www.adnkronos.com/sostenibilita/tendenze/2015/01/08/cresce-mercato-bio-italia-nel-vale-oltre-miliardi_hJOiHCDDD1AxOkNn4R7usI.html?refresh_ce

http://www.feder.bio/comunicati-stampa.php?nid=955