Suolo e Salute

Tag Archives: cambiamenti climatici

L’EARTH DAY CONTRO LA CRISI CLIMATICA

L’EARTH DAY CONTRO LA CRISI CLIMATICA

Giornata mondiale della Terra 2022 “Investiamo nel pianeta”. Cresce la consapevolezza del ruolo dell’alimentazione sostenibile come risorsa per mitigare gli effetti del climate change

Si è tenuta il 22 aprile l’appuntamento con la Giornata mondiale della Terra, anniversario dello storico evento del 1970 che diede il via al moderno movimento ambientalista. L’edizione del 2022 era intitolata “Investi nel nostro pianeta” è stata concepita come occasione per un confront globale per trovare risposte alla crisi climatica. L’ultimo rapporto Ipcc dell’Onu indica infatti che  bisogna agire ora o mai più per contenere la febbre della Terra a +1,5 gradi rispetto al periodo preindustriale.

In difesa del pianeta

«Eppure – sostiene Kathleen Rogers, presidente della Ong Earth Day –  continuiamo a sostenere tecnologie che sono dannose per la crescita futura».

I sussidi al settore dei carburanti fossili sono infatti stimati in 11 milioni di dollari ogni minuto, nel mondo, per un totale di 5.900 miliardi di dollari in un anno.  «Dobbiamo informare – continua la presidente – i cittadini globali sul concetto di cambiamento climatico per agire in difesa del pianeta».

Un film sul legame fra alimentazione e clima

Un obiettivo a cui vuole contribuire il documentario “One Earth-Tutto è connesso” concepito dal regista Francesco De Augustinis per mostrare il legame fra il nostro sistema alimentare e la crisi climatica. Ambientato fra Cina, Europa e Sud America, il film racconta fenomeni come l’aumento esponenziale del consumo di carne in Asia, l’iperintensificazione degli allevamenti (oltre 160 miliardi di animali vengono allevati ogni anno) e la deforestazione tropicale, che secondo i dati della Fao è legata per il 90% all’avanzata dell’agricoltura, soprattutto per pascoli e monocolture. Dal 1 maggio il film sarà distribuito in alcune sale italiane e disponibile on demand sul sito www.unasolaterra.com.

Il termometro di google

Anche in Italia il tema della difesa della Terra è molto sentito come dimostrano le parole cercate su Google in relazione all’Earth Day. Il motore di ricerca ha messo assieme le tendenze di ricerca degli italiani sul tema sostenibilità da gennaio ad aprile di quest’anno, con la lista dei luoghi ‘green’ più visitati su Google Maps. Tra gli argomenti di maggiore interesse: quelli legati all’energia, all’inquinamento, ai consumi in mobilità, al modo in cui ci alimentiamo nel rispetto dell’ambiente.

IL PAESAGGIO DI BALI RINASCE GRAZIE ALL’AGRICOLTURA BIOLOGICA

IL PAESAGGIO DI BALI RINASCE GRAZIE ALL’AGRICOLTURA BIOLOGICA

In trent’anni il Progetto di piccoli prestiti e sovvenzioni delle Nazioni Unite in favore dei piccoli agricoltori ha portato allo sviluppo di un’economia resiliente, in grado mitigare l’effetto del climate change, con un forte radicamento nelle comunità locali. L’esempio dei centri di istruzione agraria e delle reti di piccolo agricoltori biologici sviluppata a Bali e a Nusa Penida in Indonesia

L’isola di Bali è una delle mete più ambite dal turismo internazionale. Anzi è proprio in questa piccolo isola indonesiana che è nato a fine ‘800 il primo esempio di turismo di massa.

Un fenomeno che ha portato benessere ad una fascia ristretta della popolazione ma che ha alterato profondamente la sua economia basata sull’agricoltura e sulla pesca e su un equilibrio millenario tra uomo e ambiente ora decisamente spezzato. L’isola presenta infatti molte zone in cui le barriere coralline sono state distrutte e I terrazzamenti a risaie abbandonati, lasciando spazio al rischio di erosione e spopolamento delle aree interne. Un fenomeno che si sta ripetendo nelle isole vicine come Lombok, nuove mete del turismo.

Stop al degrade ambientale

Un degrado a cui si vuole mettere la parola fine attraverso progetti come quello di piccoli prestiti e sovvenzioni agli agricoltori (Sgp) attuato da Gef (Global Environment Facility) e sostenuto dalle Nazioni Unite.

Carlos Manuel Rodriguez, amministratore delegato e presidente del Gef, ha verificato personalmente in una recente visita lo stato di avanzamento di questi progetti. Nell’isola di Nusa Penida, a metà strada tra Bali e Lombok, Rodriguez ha potuto apprezzare come le iniziative di cooperazione abbiano potuto dare vita a iniziative come quelle del Centro di istruzione di Rumah Belajar Batu Keker e la fattoria biologica SukaDanta Organic Farm.

Qui le comunità locali stanno lavorando con Gef per ripristinare i paesaggi, creare orti biologici e promuovere il compostaggio e la gestione dei rifiuti attraverso il riciclaggio e lo sviluppo di impianti di biogas. Il Centro d’istruzione è alimentato dall’energia solare ed è uno spazio per aumentare la consapevolezza sulle questioni ambientali, sviluppare capacità locali nelle pratiche agro-ecologiche e sostenere la conoscenza e la cultura tradizionali.

L’esempio della SukaDanta Organic Farm

SukaDanta Organic Farm è una piccola azienda con una superficie di poco inferiore a un ettaro ed è un esempio delle piccole realtà rurali interamente biologiche sostenute dal fondo multilaterale gestito da Gef.

«Un esempio – ha commentato Rodriguez – di un cambio radicale nella geastione delle risorse in chiave anti climate change che può essere replicato in tutte le isole dell’arcipelago indonesiano e oltre rafforzando il radicamento delle comunità rurali locali».

Catharina Dwihastarini, coordinatrice nazionale del fondo per le piccolo realtà in Indonesia, ha aggiunto che queste attività a sostegno della produzione sostenibile e del miglioramento dei mezzi di sussistenza non potrebbero essere raggiunte senza la collaborazione delle autorità e dei partner a livello locale.

502 progetti attivati in Indonesia

Il fondo per le piccole realtà aziendali Sgp è atttivo in Indonesia dal 1992, fornendo supporto finanziario e tecnico alla società civile e alle iniziative guidate dalla comunità che affrontano le questioni ambientali globali migliorando al contempo i mezzi di sussistenza locali in Indonesia. Negli ultimi tre decenni, SGP Indonesia ha sostenuto 502 progetti e ha collaborato con 200 organizzazioni della società civile e gruppi di comunità locali. La sesta fase operativa del PSC in Indonesia (2017-2022) ha applicato l’approccio paesaggistico basato sulla comunità per migliorare e mantenere la resilienza socio-ecologica dei paesaggi e dei paesaggi marini prioritari in Indonesia.

Azione locale = impatto globale

Questo lavoro si basa sulle strategie approntate da GEF e sull’offerta di servizi di azione locale delle Nazioni Unite che supportano gli attori locali su tre percorsi basati su: responsabilizzazione, resilienza e investimento. Ad oggi, in questa fase sono stati completati 95 progetti pari a 130.698 ettari in produzione sostenibile e 71.827 ettari di paesaggi marini costieri gestiti come aree di conservazione secondo la logica azione locale = impatto globale.

Quest’anno ricorre il 30° anniversario di SGP, un programma aziendale del Global Environment Facility, implementato dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo dal 1992, alla vigilia del vertice per la Terra di Rio de Janeiro. Attualmente attivo in 128 paesi, SGP ha sostenuto oltre 26.000 progetti guidati dalla società civile locale e da organizzazioni comunitarie , comprese le donne, i popoli indigeni, i giovani e le persone con disabilità, per progettare e condurre azioni che affrontino le questioni ambientali globali.

NEUTRALITÀ CLIMATICA, CREDITI DI CARBONIO PER I PRODUTTORI VIRTUOSI?

NEUTRALITÀ CLIMATICA, CREDITI DI CARBONIO PER I PRODUTTORI VIRTUOSI?

La Commissione Ue pubblica la Comunicazione sui cicli del carbonio sostenibili, primo step per l’attivazione di un sistema di scambi di crediti e di impegni certificati che possa remunerare gli sforzi degli agricoltori che si impegnano in pratiche sostenibili di carbon farming

L’agricoltura può giocare un ruolo decisivo nella sfida contro i cambiamenti climatici. Il green deal ha fissato l’obiettivo della neutralità climatica (equilibrio tra emissioni e assorbimenti di gas serra) entro il 2050. Una grossa incognita era finora rappresentata dall’effettiva disponibilità di strumenti per remunerare lo sforzo degli agricoltori nell’adottare pratiche di carbon farming. Aumentare la sostanza organica dei suoli è da sempre la missione dell’agricoltura biologica. Un impegno che ora finalmente riconosce anche Bruxelles perché consente parallelamente di ridurre l’emissione di CO2 in atmosfera.

Verso una disciplina europea nel 2022

Il 15 dicembre la Commissione Ue, dopo alcuni mesi dedicati alle consultazioni con gli stakeholder, ha pubblicato la Comunicazione sui cicli del carbonio sostenibili. (clicca qui per accedere al documento). Si tratta del primo passo propedeutico per arrivare ad una proposta legislativa entro il 2022. Grazie a questo documento il tema dei crediti di carbonio entra così nell’agenda politica europea.

Mitigazione del climate change

Nel documento si prospettano le opportunità di un nuovo modello di business green che premia le best practice di agricoltori e silvicoltori che si impegnano nell’immobilizzazione della CO2 nei carbon sink del suolo e delle biomasse vegetali. Ogni pianta arborea può, attraverso il processo di fotosintesi, sottrarre circa 30kg di CO2 all’anno dalla atmosfera rilasciando al contempo circa 25 kg di ossigeno. Ciò rappresenta un vantaggio per la fertilità dei terreni e la resistenza delle colture. E grazie al meccanismo dei crediti di carbonio questo impegno può tradursi anche in fonte di reddito aggiuntivo per gli agricoltori.

Le proposte per un mercato nazionale dei crediti di carbonio

La rete rurale nazionale ha già formulato alcune proposte per stimolare lo sviluppo di mercati volontari dei crediti agricoli e forestali nel quadro dello sviluppo rurale (leggi qui per approfondire). La decisione della Commissione può consentire di mettere a fuoco le azioni chiave da compiere, a partire dalla definizione di standard di certificazione che porteranno a riconoscere il valore del mercato dei crediti di carbonio generato da queste pratiche virtuose.

CONTRASTO AL CLIMATE CHANGE, GLI USA TRASCURANO IL RUOLO DEL BIO

CONTRASTO AL CLIMATE CHANGE, GLI USA TRASCURANO IL RUOLO DEL BIO

Il più grande mercato mondiale per i prodotti biologici non ha un piano per farne crescere le produzioni e punta tutto su un modello di intensificazione sostenibile che si basa su chimica e biotecnologie e che ha mostrato già tutti i suoi limiti.

Il climate change provoca gli stessi gravi effetti in tutto il mondo, ma le strategie per affrontarlo variano decisamente da Paese a Paese. Basta vedere quanto siano diversi i piani per la neutralità climatica tra le due sponde dell’Atlantico. Il sito australiano The Conversation ha messo a confronto, nella sua edizione inglese (https://theconversation.com/unlike-the-us-europe-is-setting-ambitious-targets-for-producing-more-organic-food-169078%20) la Farm to Fork europea che punta sul bio e la strategia per l’intensificazione sostenibile lanciata dagli Stati Uniti, che invece punta tutto su tecnologie e biotecnologie. Le differenze balzano agli occhi.

Biden e il fronte contro il cambiamento climatico

Il presidente Joe Biden, reduce dalla Cop26 di Glasgow, ha chiesto infatti al suo Paese una forte risposta al cambiamento climatico che cerchi soluzioni e opportunità in ogni settore dell’economia statunitense. Ciò include l’agricoltura, che emette oltre 600 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente ogni anno, più delle emissioni nazionali totali di Regno Unito, Australia, Francia o Italia .

Recenti sondaggi mostrano che la maggioranza degli americani è preoccupata per il cambiamento climatico e disposta a cambiare lo stile di vita per affrontarlo. Altri sondaggi mostrano che molti consumatori statunitensi sono preoccupati per i possibili rischi per la salute derivanti dal consumo di alimenti prodotti con agrofarmaci, antibiotici e ormoni.

Preoccupazioni che stanno generando, come risposta, una forte espansione dell’agricoltura biologica. Secondo uno studio del Rodale Institute (un centro di ricerca focalizzato sul bio con base a Emmaus, in Pennsylvania) la produzione biologica genera meno emissioni di gas serra rispetto all’agricoltura convenzionale , soprattutto perché non utilizza fertilizzanti azotati sintetici, mezzi di difesa sintetici e nemmeno la somministrazione di ormoni o antibiotici al bestiame (autorizzati negli States).

Nonostante ciò gli Stati Uniti non hanno alzato l’asticella per far crescere il loro settore biologico. Dall’altra parte dell’Atlantico l’Europa ha invece lanciato, attraverso la Farm to Fork una strategia molto più mirata e aggressiva.

Nuove idee nel vecchio continente

Come abbiamo più volte scritto su questo sito la strategia Farm to Fork, che costituisce il cuore del Green Deal europeo, fissa obiettivi ambiziosi per il 2030: un taglio del 50% delle emissioni di gas serra dall’agricoltura, un 50% riduzione dell’uso di pesticidi e del 20% dell’uso di fertilizzanti.

Riconoscendo che la produzione biologica può dare importanti contributi a questi obiettivi, la politica chiede di aumentare i terreni agricoli bio dall’attuale quota media continentale dell’8,1% al 25% entro il 2030. Il Parlamento europeo ha adottato un piano biologico dettagliato per raggiungere questo obiettivo.

Vecchie idee nel nuovo Continente

Tutto il contrario di quello che fanno gli Stati Uniti, il più grande mercato biologico del mondo (51 miliardi di dollari di vendite nel 2019 contro i 46 dell’Ue non ha un piano nazionale per espandere la produzione biologica (e nemmeno un piano per fare un piano).

Meno dell’1% dei terreni agricoli statunitensi – circa 2,3 milioni di ettari -sono coltivati ​​secondo gli standard biologici nazionali, rispetto ai 14,6 milioni di ettari dell’UE. Questo piccolo settore non produce abbastanza per soddisfare la domanda interna, quindi gran parte del cibo biologico consumato negli Stati Uniti viene importato. Gli Stati Uniti tengono traccia delle importazioni di soli 100 prodotti alimentari biologici – una piccola scheggia di ciò che arriva – e per questi prodotti la spesa nel 2020 ha superato i 2,5 miliardi di dollari .

Così, nonostante Biden abbia chiesto una strategia “Buy American” per sostenere l’economia degli Stati Uniti, oggi i consumatori spendeno per le importazioni biologiche senza raccoglierne i benefici ambientali o economici.

I pregiudizi di Vilsack sul bio

Molto diversa anche la visione del ruolo del bio nel contrasto e mitigazione del climate change. In un vertice sui sistemi alimentari delle Nazioni Unite il 23 settembre 2021, il segretario Usa all’agricoltura Tom Vilsack ha infatti lanciato una nuova coalizione internazionale sull’intensificazione sostenibile, puntando all’aumento dei raccolti per nutrire una popolazione mondiale in crescita. Un approccio che punta su incentivi per agevolare la diffusione del genome editing, dell’agricoltura di precisione e dell’intelligenza artificiale.

Vilsack ritiene che l’enfasi dell’Unione europea sulla produzione biologica ridurrà la produzione e farà aumentare i prezzi degli alimenti.  .

Un punto di vista che non tiene contro del fatto che gli agricoltori del mondo producono già abbastanza cibo per sfamare il mondo. Al recente vertice delle Nazioni Unite sui sistemi alimentari è emerso con chiarezza, invece, che molte persone soffrono ancora la fame mentre la produzione aumenta di anno in anno soprattutto a causa dello squilibrio della distribuzione dei redditi, con una fetta ancora troppo elevata della popolazione mondiale sotto il livello di sussistenza.

L’analisi di The Conversation  conclude quindi affermando che l’agricoltura può avere un ruolo nel contrasto al cambiamento climatico solo se cambia il modo in cui le nazioni producono, lavorano, trasportano, consumano e sprecano cibo. «Quando i leader richiedono soluzioni all’avanguardia e basate sulla scienza – si afferma – , devono abbracciare e supportare un ampio spettro di scienze, inclusa l’ agroecologia , un’agricoltura sostenibile che lavora con la natura e riduce la dipendenza da input esterni come fertilizzanti e agrofarmaci».

Differenza Usa-Ue sul bio

Ue USa
Obiettivi sull’agricoltura bio 25% of superficie entro il 2030 nessuno
Superficie bio oggi  14.6 milioni di ha 2.3 million ha
I primi tre Paesi bio Spagna, Francia, Italia California, Alaska, Montana
Numero di produttori 344mila 16mila
Mercato cibo bio, 2019 $46 mld $56 mld
Spesa pro capite $94,08 $152,32
Top 3 colture Olivo, vite, frutta secca Carote, lattuga, mele

dati 2019tasso di cambio 1.12 Euro/dollar. *The U.S. does not count organic farmers – 16,585 represents the number of organic farms, some of which have more than one farmer.

Table: The Conversation, CC BY-ND  Source: Research Institute of Organic Agriculture, European Commission and USDA  Get the data

SI CHIUDE LA COP26 CON ACCORDI AL RIBASSO SULLE AZIONI DI CONTRASTO AL CLIMATE CHANGE

SI CHIUDE LA COP26 CON ACCORDI AL RIBASSO SULLE AZIONI DI CONTRASTO AL CLIMATE CHANGE

Nella conferenza di Glasgow il ruolo dell’agricoltura rimane in secondo piano. «Ci auguriamo – commenta Alessandro D’Elia, direttore generale di Suolo e Salute – che le preoccupazioni unanimi sui cambiamenti climatici spingano ad azioni concrete almeno nell’attuazione della Pac, favorendo modelli produttivi resilienti come quelli biologici»

Va in archivio anche la 26a edizione della Conferenza globale sul clima delle Nazioni Unite. Mentre per le strade di Glasgow il movimento di Greta Thunberg e dei Friday4Climate gridava la sua sfiducia per la cattiva gestione della crisi climatica, dentro lo Scottish Event Center, dove si è tenuta la Cop26, i leader del mondo hanno chiuso un accordo decisamente al ribasso sulla limitazione del ricorso ai combustibili fossili.

Agricoltura comprimaria

Timide anche le decisioni che riguardano l’agricoltura, alla quale la Cop26 non ha nemmeno riservato una giornata dedicata (come è successo per le foreste, le finanze e i trasporti), relegandola a comprimaria della “Giornata della natura e del suolo” di sabato 6 novembre.

In questa occasione i 45 governi rappresentati a Glasgow, guidati dal Regno Unito, si sono impegnati ad investire complessivamente 4 miliardi di dollari in azioni per proteggere la natura e passare a sistemi agricoli più sostenibili. «Circa il 25% delle emissioni mondiali di gas serra – si legge nel comunicato finale della giornata – viene dall’agricoltura e dall’allevamento e questo comporta la necessità di un cambiamento nel modo in cui si coltiva e si consuma il cibo, per fronteggiare il cambiamento climatico».

Deforestazione ed emissione di gas serra

Le questioni più impattanti riguardo alla deforestazione e all’emissione dei gas serra come il metano sono state quindi affrontate nei giorni precedenti (anche qui con impegni molto labili) mentre nella giornata della natura e del suolo è stato in parte rivisto l’accordo KJWA. A partire dal 2017 (Cop23), le questioni relative all’agricoltura, nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc), sono infatti discusse nel Koronivia Joint Work on Agriculture (KJWA).

La gestione del suolo e dei nutrienti

L’aggiornamento di questo piano (clicca per accedere al testo in inglese) ha portato a riconoscere  la necessità di una transizione verso sistemi alimentari sostenibili e resilienti, tenendo in considerazione la vulnerabilità dell’agricoltura agli impatti dei cambiamenti climatici. Per realizzare questa transizione, viene riconosciuto il ruolo chiave di:

  • pratiche sostenibili di gestione del suolo e dell’uso ottimale dei nutrienti, compresi i fertilizzanti organici e il letame;
  • gestione sostenibile degli allevamenti per tutelare il benessere animale;
  • l’aumento delle risorse per ottenere sistemi agricoli inclusivi, sostenibili e resilienti al clima.

Sementi resistenti

I 4 miliardi di dollari investimenti pubblici che gli Stati si impegnano a mobilitare nell’innovazione agricola saranno spesi anche nello sviluppo di sementi resistenti al cambiamento climatico e in soluzioni per migliorare la salute del suolo, rendendo disponibili queste innovazioni agli agricoltori di tutto il mondo. Sedici Paesi hanno lanciato una “Policy Action Agenda” che coinvolge anche l’agricoltura e più di 160 soggetti fra Stati e Organizzazioni pubbliche hanno aderito alla “Global Agenda for Innovation in Agriculture” in favore  di un settore agroalimentare più resistente e sostenibile. Al termine della giornata della natura e del suolo il presidente della Cop26, il britannico Alok Sharma, ha annunciato che sono saliti a 134 i Paesi che hanno aderito al piano contro la deforestazione da quasi 20 miliardi di dollari, annunciato nei giorni precedenti a Glasgow.

Energie rinnovabili

Sul tema della riduzione del ricorso alle fonti energetiche fossili che ha chiuso la Conferenza di Glasgow, la resistenza di India e Cina ha ridotto la portata degli impegni contro il ricorso al carbone, mentre è stata ribadita la funzione fondamentale delle energie rinnovabili, sena però espliciti riferimenti al ruolo delle aziende agricole nella produzione di biogas, biometano e agrisolare.

Per Suolo e Salute la portata della Cop26 è stata quindi decisamente sotto le attese. «A voler vedere per forza il bicchiere mezzo pieno – commenta Alessandro D’Elia, direttore generale di Suolo e Salute – si può mettere in evidenza l’accordo unanime dei Paesi che hanno partecipato alla Conferenza riguardo ai problemi da affrontare e la circostanza che nessuno abbia avanzato le ipotesi di rivedere al ribasso, come accaduto nelle precedenti riunioni, gli accordi per il contrasto al climate change raggiunti a Parigi nel 2015». «I mezzi proposti per contrastare questi problemi sono però decisamente insufficienti, la nostra attenzione si sposta quindi ora verso le importanti decisioni che l’Unione europea dovrà prendere mesi sulla politica agricola comunitaria. Ci aspettiamo che siano coerenti con le preoccupazioni della Cop26, dando seguito all’impegno a favorire un modello di agricoltura resiliente al clima come quella biologica».

 

Siccità 2017: mai così poca pioggia in 200 anni

Siccità 2017: mai così poca pioggia in 200 anni

Riscaldamento climatico, innalzamento dei mari, climate change, gas serra, inquinamento. 

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. E non è necessario andare nei ghiacciai dell’artico o su un atollo del Pacifico per rendersene conto. Basti pensare che nel 2017, la siccità in Italia ha toccato un record spaventoso: sulla penisola non ha mai piovuto così poco dal 1800 a oggi.

Lo spiega in una nota sull’anno meteorologico 2017 l’istituto Isac (Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima), parte del Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche).

2017: anno peggiore per la siccità in Italia

Innanzitutto facciamo una precisazione. I dati snocciolati dall’Istituto si riferiscono al cosiddetto anno meteorologico: convenzionalmente, questo particolare anno comincia con dicembre e finisce a novembre. E quindi l’anno meteorologico 2017 va dal primo dicembre 2016 al 30 novembre 2017.

Considerando quindi l’anno meteorologico, i ricercatori hanno concluso che il 2017 è stato l’anno peggiore per la siccità in Italia. È dal 1800 che vengono registrati i dati sulle precipitazioni nella penisola. Una Banca dati enorme che ci consente di comprendere l’andamento del clima.

Secondo i ricercatori di Isac-Cnr, non è mai stato registrato un anno peggiore, dal punto di vista delle piogge. Da più di due secoli, 217 anni, in Italia non ha mai piovuto così poco.

Nella nota vengono elencate, mese per mese e stagione per stagione, le anomalie registrate dal punto di vista delle precipitazioni:

  • Dicembre -58% – 15esimo
  • Gennaio +23% – 144esimo
  • Febbraio -15% – 90esimo
  • Marzo -56% – 20esimo
  • Aprile -37% – 40esimo
  • Maggio -50% – 15esimo
  • Giugno -53% – 12esimo
  • Luglio -43% – 39esimo
  • Agosto -82% – quarto
  • Settembre +27% – 164esimo
  • Ottobre -79% – secondo
  • Novembre +10% – 109esimo

 

  • Inverno -21% – 41esimo
  • Primavera -48% – terza
  • Estate -61% – quarta
  • Autunno -20% – 39-esimo

Come risulta evidente, le piogge sono state scarse in tutte le stagioni dell’anno. E in particolare in primavera, quando sono calate del 48% rispetto al periodo di riferimento, e in estate, con una punta del -61%.

E le temperature?

Se le precipitazioni sono in forte calo, lo stesso non si può dire delle temperature, risultate ancora una volta in crescita rispetto al periodo di riferimento convenzionale (1971-2000). Il termometro ha fatto segnare +1,3°C, rendendo il 2017 il quarto anno più caldo dal 1800.

Come per le precipitazioni, anche sulle temperature i ricercatori Isac hanno stilato la lista delle variazioni mensili e stagionali:

  • Dicembre +1.00°C – 23esimo
  • Gennaio -1.69 – 135esimo
  • Febbraio +2.12 – sesto
  • Marzo +2.51 – quarto
  • Aprile+1.64 – 17esimo
  • Maggio+1.55 – 14esimo
  • Giugno +3.22 – secondo
  • Luglio +1.69 – decimo
  • Agosto +2.53 – terzo
  • Settembre -0.45 – 101esimo
  • Ottobre+0.96 – 28esimo
  • Novembre +0.40 – 43esimo

 

  • Inverno +0.48 – 21esimo
  • Primavera +1.90 – seconda
  • Estate +2.48 – seconda
  • Autunno +0.30 – 50esimo

Se escludiamo gennaio e settembre, le temperature sono incrementate durante tutto l’anno meteorologico. Con picchi significativi a marzo, agosto e giugno. L’estate è risultata estremamente più calda, mentre gli aumenti minori si sono registrati in autunno.

Siccità in Italia, Isac-Cnr: “2017 anomalo”

Insomma, il climate change si fa sentire. Lo confermano le anomalie registrate sia nelle temperature che nelle precipitazioni. Un fatto confermato dalle dichiarazioni dei ricercatori di Isac-Cnr che così commentano i dati pubblicati:

«Dal punto di vista termometrico il 2017 ha fatto registrare, per l’Italia, un’anomalia di +1.3°C al di sopra della media del periodo di riferimento convenzionale 1971-2000, chiudendo come il quarto più caldo dal 1800 ad oggi, a pari merito agli anni 2001, 2007 e 2016. Più caldi del 2017 sono stati solo il 2003 (con un’anomalia di +1.36°C), il 2014 (+1.38°C rispetto alla media) e il 2015 che resta l’anno più caldo di sempre con i suoi +1.43°C al di sopra della media del periodo di riferimento».

Ancora peggiore risulta lo scenario sul fronte delle precipitazioni, che delinea il quadro della forte siccità in Italia:

«Più significativa è risultata l’anomalia pluviometrica del 2017, che verrà sicuramente ricordato per la pesante siccità che lo ha caratterizzato. A partire dal mese di dicembre del 2016 si sono susseguiti mesi quasi sempre in perdita: fatta eccezione per i mesi di gennaio, settembre e novembre, tutti gli altri hanno fatto registrare un segno negativo, quasi sempre con deficit di oltre il 30% e, in ben sei mesi, di oltre il 50%. A conti fatti, gli accumuli annuali a fine 2017 sono risultati essere di oltre il 30% inferiori alla media del periodo di riferimento 1971-2000, etichettando quest’anno come il più secco dal 1800 ad oggi. Per trovare un anno simile bisogna andare indietro al 1945, anche in quell’anno ci furono 9 mesi su 12 pesantemente sotto media, il deficit fu -29%, quindi leggermente inferiore”, conclude l’Isac-Cnr».