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BIOLOGICO VUOL DIRE FIDUCIA

BIOLOGICO VUOL DIRE FIDUCIA

In un momento di crisi inflattiva come l’attuale occorre evitare incidenti mettendo al riparo il settore da tentativi di diffamazione, tentazioni di frode e cattive interpretazioni di vincoli normativi come quelli inerenti all’applicazione delle misure previste dal Reg. 848/2017 per evitare la presenza di sostanze non autorizzate. A Bruxelles l’Organic integrity network ha organizzato un convegno su questo tema nell’ambito dell’iniziativa comune anti-frode

Biologico vuol dire fiducia. La reputazione del settore è un capitale da difendere, mettendolo al riparo da tentativi di diffamazione e tentazioni di frode. Gli addetti ai lavori sanno che il biologico si caratterizza in Europa, grazie all’impegno degli organismi di certificazione terzi e alla collaborazione tra pubblico e privato, per il miglior sistema di gestione della qualità dell’intero comparto agroalimentare.

La difesa della reputazione

Tuttavia, per evitare di incrinare l’immagine del bio, le aziende del settore, come dimostrano alcuni recenti fatti di cronaca, non possono derogare dall’esigenza della massima correttezza nel rispetto non solo degli impegni di sostenibilità, ma anche di qualsiasi altro vincolo dichiarato in etichetta, come ad esempio quello della provenienza nazionale o locale delle materie prime utilizzate. Qualsiasi incidente che sottenda una pratica commerciale scorretta in questo campo inquinerebbe infatti non solo l’azienda interessata, ma tutta la filiera del biologico, obbligando il settore a reagire con prontezza.

Norme che introducono elementi di incertezza

Il legislatore dovrebbe aiutare il comparto in questo sforzo, agevolando il compito degli organismi di certificazione e controllo, vero baluardo di difesa del bio. Capita invece che alcune recenti riforme normative introducano elementi di incertezza che rischiano di aggiungere confusione in un momento di estrema difficoltà commerciale.

È il caso della complessità con cui il settore sta affrontando l’attuazione degli articoli 28 e 29 del Reg. 848/2018, da poco entrato in vigore, che riguardano le misure precauzionali da adottare per evitare la presenza di prodotti e sostanze non autorizzate.

L’iniziativa anti-frode

Al riguardo l’Iniziativa anti-frode dell’Organic integrity network assieme al Büro Lebensmittelkunde und Qualität (BLQ) hanno organizzato a Bruxelles il 25 e 26 gennaio la conferenza ” Chiavi, maniglie e leve da utilizzare nelle indagini sui casi di residui nella produzione biologica”. In particolare si è discusso sull’efficacia delle analisi sui residui per determinare l’uso di sostanze non autorizzate e la valutazione dell’efficacia delle misure precauzionali degli operatori. Nell’occasione è stato anche presentato un nuovo manuale di buone pratiche per corrispondere agli obblighi prescritti dai discussi articoli della legge di riferimento del bio in Europa.

CRESCE LA FIDUCIA DEI CONSUMATORI NEI PRODOTTI BIO

CRESCE LA FIDUCIA DEI CONSUMATORI NEI PRODOTTI BIO

Otto italiani su 10 hanno fiducia nell’acquisto di prodotti bio. Giuseppe Romano (presidente Aiab): «Merito dell’efficacia del sistema dei controlli»

L’alta qualità del sistema di controllo e certificazione per i prodotti biologici, l’unico in grado di garantire il 130% di verifiche annuali alle oltre 86mila aziende certificate, come testimoniano i dati dell’Icqrf, si traduce in una grande fiducia da parte dei consumatori rispetto ai prodotti biologici.

Un campione di 15mila consumatori

Secondo un sondaggio di AIAB condotto su un campione di 15.000 persone in Italia, con una varietà di background demografici, infatti, 8 italiani su 10 si dicono sicuri e garantiti nell’acquisto di un prodotto bio, e circa 1 su 2 ha l’abitudine ad acquistare sempre oppure molto spesso questo tipo di prodotti. La valutazione generale che viene data alla certificazione biologica su larga scala è di 8 su 10.

«Dobbiamo ripartire  – afferma Giuseppe Romano, presidente di Aiab (Associazione Italiana Agricoltura Biologica) – da questi dati promettenti e dalla fiducia dei consumatori, per affermare senza esitazione che il sistema biologico in Italia è estremamente sicuro e affidabile».

Gli anticorpi del bio

«È importante tenere a mente questo concetto fondamentale, specialmente quando si verificano notizie di frodi che emergono occasionalmente». «In realtà, tali episodi rappresentano un ulteriore segno di un sistema che dimostra un’efficacia straordinaria nel rilevare coloro che tentano di eludere le norme e le certificazioni vigenti».

Margini di miglioramento

«Margini di miglioramento del sistema – aggiunge Romano – possono essere legati al sostegno per i piccoli agricoltori biologici, a campagne di sensibilizzazione pubblica sui benefici dell’agricoltura biologica e all’assistenza tecnica per gli agricoltori, per passare alla produzione biologica, tra le priorità di AIAB inserite nel Piano d’Azione del bio».

«Siamo contenti – conclude Romano – di constatare come i cittadini avvertano comunque sicurezza e acquistino con fiducia i prodotti biologici, che stanno infatti acquisendo sempre più spazio sugli scaffali dei negozi e sulle tavole dei consumatori».

 

LA CERTIFICAZIONE È UN VALORE, NON UN COSTO

LA CERTIFICAZIONE È UN VALORE, NON UN COSTO

È uno dei caratteri distintivi del biologico, ne sostiene la reputazione, aumenta il grado di fiducia dei consumatori e il suo costo pesa sul sistema solo per l’1%. Lo mette in evidenza Fabrizio Piva sulle pagine di Greenplanet.net. Allora perché accanirsi a utilizzarla come capro espiatorio, proponendo l’iniqua trasformazione delle tariffe in un credito di imposta che peserebbe sulla fiscalità generale?

Il sistema di certificazione è un asset importante per il nostro biologico, una risorsa che vanta numerosi tentativi di imitazione.

Mette al riparo il settore da tentativi di frode e speculazione, sostiene il livello di reputazione e la fiducia dei consumatori, soprattutto nei momenti di crisi di mercato, e crea occupazione qualificata e valore per le imprese.

Costi contenuti

Il tutto a costi che, a conti fatti, come vedremo, sono decisamente contenuti. Alcune recenti “proposte di rilancio del settore” hanno voluto invece assimilare la certificazione, fornita da organismi terzi, al peso di una burocrazia che in Italia, spesso, può essere eccessiva ed asfissiante per gli imprenditori (non solo) agricoli. Un’assimilazione che non regge. Lo mette in evidenza Fabrizio Piva in un recente intervento su Greenplanet.net.

«C’è chi ha avanzato la proposta – ricorda Piva – di trasformare in credito di imposta i costi di controllo e certificazione sostenuti dagli operatori del settore biologico».

«Si tratta tuttavia di un errore strategico, oltre che tattico: parte da presupposti sbagliati e giunge a conclusioni che rischiano di nuocere all’intero settore».

L’aritmetica non è un’opinione

Una proposta che parte da alcuni abbagli, anche aritmetici.

Non è infatti l’onere della certificazione a penalizzare la competitività del bio, basta fare due conti. Il fatturato complessivo del biologico nazionale è arrivato infatti nel 2022 (fonte Nomisma) a 8,4 miliardi di euro (sommando mercato interno ed export). Il costo di certificazione, stimandolo sugli ultimi fatturati disponibili e depositati dagli organismi di certificazione, incide su tale fatturato per una quota intorno all’1%. Una quota che negli ultimi 20 anni si è via via ridotta e razionalizzata e che non può essere presentata come l’elemento che penalizza la competitività del settore.

Da onore ad onere

L’errore è anche concettuale: «La certificazione – scrive Piva – non è un “costo necessario” per il quale coloro che ne sono obbligati chiedono che lo Stato intervenga a ripianare/riconoscere tale costo». Questo infatti collide, come evidenzia Piva, con quello che rappresenta la certificazione del biologico dal punto di vista commerciale, ovvero uno dei pilastri su cui si reggono le garanzie per i consumatori accrescendo l’affidabilità e la credibilità dell’intero sistema.

La proposta vuole invece che la certificazione passi da valore a semplice costo, pretendendo che sia la collettività a coprirlo a livello fiscale, spalmandone così l’onere su tutti i cittadini e non solo sui consumatori.

Il rischio di concorrenza sleale

«I prodotti – evidenzia Piva – che nel mercato hanno più successo e spuntano maggiori vantaggi competitivi sono quelli spesso caratterizzati da schemi di certificazione ad essi collegati».

Oltre al biologico questo vale infatti per i prodotti tipici (Dop, Igp, Stg), i vini a denominazione, fra breve verranno sviluppati alcuni schemi collegati all’assorbimento del carbonio (carbon farming) ed altri percorsi nell’ambito della sostenibilità dei processi. «In questo modo l’argomento si complica, e non poco, perché anche per questi settori dovrebbe essere riconosciuto il credito di imposta e magari in tutti i Paesi membri per evitare distorsioni di mercato, considerato che si tratta di organizzazioni comuni di mercato (Ocm) in ambito Ue».

Un credito di imposta che, oltre a tutto, altererebbe la correttezza della competizione fra imprese all’interno dello stesso settore biologico. «La stragrande maggioranza delle aziende agricole non potrebbe infatti vederlo riconosciuto in quanto paga le imposte sui redditi catastali e non su quelli effettivi in base alla redazione di un bilancio.

Un ultimo mito da sfatare

«Da ultimo – conclude Piva – non corrisponde al vero che il costo di certificazione viene applicato più volte sullo stesso prodotto lungo la filiera del valore, in quanto la tariffa viene applicata sull’operatore certificato in base alle operazioni che lo stesso esegue sul prodotto e sulla fase di filiera su cui ha competenza».