Suolo e Salute

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IL SUOLO “È UNA RISORSA NON RINNOVABILE” E PER QUESTO DOBBIAMO PRESERVARLO

IL SUOLO “È UNA RISORSA NON RINNOVABILE” E PER QUESTO DOBBIAMO PRESERVARLO

“Il suolo è una risorsa non rinnovabile che va tutelata in tutti i modi possibili. La concimazione organica con digestato è la strada giusta per avere un suolo fertile e resiliente; da un lato, si incrementa la sua dotazione di sostanza organica, dall’altro si combatte la crisi climatica grazie alla CO2 sottratta all’atmosfera e fissata in modo stabile nel suolo. Tutela e rispristino della qualità dei nostri terreni, contrasto ai cambiamenti climatici e produzioni agricole di qualità trovano nella fertilizzazione organica una soluzione dagli effetti positivi rilevanti e di facile applicazione”.

 

Questa dichiarazione di Piero Gattoni, Presidente del CIB, Consorzio Italiano Biogas, racchiude l’appena trascorsa Giornata Mondiale del Suolo. Proprio il fatto che il suolo “è una risorsa non rinnovabile” porta il ragionamento verso una prospettiva di valorizzazione e salvaguardia dei nostri terreni.

 

L’utilizzo del digestato, che ricordiamo è prodotto dalla digestione anaerobica di sottoprodotti effluenti zootecnici e colture di secondo raccolto, è uno strumento assolutamente utile per ridare respiro al suolo. Oltre all’apporto di fosforo, potassio e azoto cede al terreno anche importanti quote di carbonio organico. Questo concime permette al terreno di aumentare la sua fertilità, contrastando così il fenomeno della desertificazione che sta toccando in gran parte il nostro Sud Italia, che porta molti terreni coltivati ad avere una dotazione di sostanza organica inferiore all’1%.

 

Il digestato si sposa bene con l’agricoltura biologica, che da sempre tutela la biodiversità e preserva i terreni e la loro naturale fertilità.

A proposito di questo tema si è espressa Maria Grazia Mammuccini di Federbio:

“Il suolo è una risorsa preziosa. Qui si concentra il 90% della biodiversità del pianeta. Un terreno degradato riduce la sua capacità di mantenere e immagazzinare carbonio, contribuendo a innescare o potenziare minacce globali quali il cambiamento climatico. Uno dei valori fondamentali dell’agricoltura biologica è costituito proprio dalla protezione e dall’incremento della fertilità dei suoli che dipende anzitutto dal contenuto di sostanza organica e dalla sua qualità. Adottare le giuste pratiche agronomiche e garantire il costante reintegro di sostanza organica al terreno, in particolare nelle aziende e nei territori dove è venuto meno l’allevamento degli animali, rende molto interessante l’impiego del digestato “fatto bene”, mantenendo saldi i principi e le regole del biologico. Per questo il Protocollo d’intesa siglato con CIB nel 2018 è importante e ha già consentito di realizzare linee guida per la produzione di digestato conformi ai principi del bio. Adesso occorre che la collaborazione continui per mettere a punto anche ulteriori indicazioni pratiche per la corretta gestione agronomica nell’impiego del digestato attivando anche supporti di formazione e consulenza utili per gli agricoltori bio italiani”.

“Nel celebrare la Giornata Mondiale del Suolo vorrei ribadire che adottare un nuovo paradigma, per produrre di più con meno risorse, non è solo doveroso ma è possibile, come dimostrano le azioni concrete già intraprese dalle aziende del Biogasfattobene®- aggiunge Piero Gattoni – Per questo auspichiamo che anche il quadro normativo favorisca sempre più l’uso agronomico del digestato come fertilizzante organico completo, capace di sostituire quantità sempre crescenti di concimi di sintesi”.
Vi invitiamo a visitare il sito farmingforfuture.it nella sezione dedicata.

Fonte: energiaoltre.it

Foto di truthseeker08 da Pixabay 

IL PROGETTO DIFFER A SOSTEGNO DELLA DIVERSITÀ E FERTILITÀ NEL BIOLOGICO E NEL BIODINAMICO

IL PROGETTO DIFFER A SOSTEGNO DELLA DIVERSITÀ E FERTILITÀ NEL BIOLOGICO E NEL BIODINAMICO

Il progetto Differ ha l’obiettivo di studiare e definire pratiche agro-ecologiche a sostegno della sostenibilità dei sistemi biologici e biodinamici.

L’università di Firenze, ideatrice e sostenitrice del progetto, ha utilizzato l’ultimo bando del Mipaaf per finanziare il progetto. Le tre unità attive nella realizzazione sono:

  • Università degli Studi di Firenze;
  • Apab-Istituto di formazione;
  • Associazione per l’agricoltura biodinamica.

Il progetto coinvolge inoltre 8 aziende biologiche e biodinamiche, dislocate nel centro e nel sud Italia, e sono suddivise in quattro linee di ricerca:

  • Sperimentazione di pratiche agro-ecologiche;
  • Diversificazione dei processi aziendali;
  • Impatti delle pratiche sulla fertilità del suolo;
  • Valutazione socio-economica, co-ricerca e co-innovazione.

I sistemi produttivi sostenibili si riconoscono in quanto hanno un alto grado di biodiversità e sono sostenibili su tutti i loro processi.

Se volete approfondire l’argomento vi invitiamo a leggere l’articolo scritto dalla redazione di Terra e Vita: terraevita.edagricole.it

La proposta per il dopo-Expo: un nuovo polo dell’agricoltura biologica

Pubblichiamo l’intervento dei rappresentanti della filiera italiana del biologico sul Corriere della Sera del giorno 22/10/2015, in merito all’utilizzo delle strutture realizzate per EXPO per il futuro. E’ firmato da:

Duccio Campagnoli (presidente Bologna Fiere)

Ignazio Garau (Direttore Città del Bio)

Paolo Carnemolla (presidente FederBio)

Paolo Parisini (Presidente Fnp Agricoltura

biologica di Confagricoltura)

Carlo Triarico (presidente Associazione agricoltura biodinamica)

Vincenzo Vizioli (Presidente Aiab)

Federico Marchini (presidente Anabio eia)

Maria Grazia Mammuccini (VicepresidenteNavdanya International)

logo Dopo Expo

Caro Direttore, rappresentiamo 50 mila aziende biologiche e biodinamiche italiane,

con un fatturato di oltre 3 miliardi di euro, estese ormai sull’11,2% della superficie agricola

nazionale. Seguiamo e raccogliamo l‘importanza del dibattito avviato dal Corriere sulla destinazione dei luoghi

di Expo 2015. Condividiamo l’urgenza di una scelta che capitalizzi i grandi sforzi compiuti dal Paese

su Expo, perché oltre Expo resta l’impegno a nutrire il Pianeta di cibo, idee e pratiche nuove.

Il nostro Paese è goggi leader della bioagricoltura, nonostante il grave ritardo istituzionale

e accademico. Valorizzando la sussidiarietà, l’Italia avrebbe tutte le caratteristiche per proporsi

al mondo come la piattaforma di una grande innovazione agraria e industriale in senso ecologico.

Per questo il settore del biologico e biodinamico ha messo il massimo impegno nel fare la

sua parte in Expo, animando l’Area della biodiversità con Bologna Fiere, proponendo contenuti,

urgenze e soluzioni. Il settore è oggi determinato a far sorgere un’istituzione di ricerca e alta

formazione e vuol metterla a disposizione del Paese, con l’auspicio che diventi parte qualificante

di un grande hub per !’innovazione, dove oggi sorge Expo 2015. Vogliamo raccogliere e

coltivare ciò che può rispondere ai principali problemi del pianeta e portare l’Italia a diventare

il polo più avanzato per le nuove tecnologie dell’ambiente. Al Forum internazionale del bio, che è stato

fondato in Expo, sono giunti contributi scientifici dal mondo più avanzato, ma è apparso a tutti

chiaro che non ci sono istituzioni vocate alla  a sud delle Alpi. Occorre quindi

un‘istituzione partecipata per rispondere, con azioni concrete, alla richiesta pressante di sfamare

il mondo, salvare il patrimonio rurale, risanare l’ambiente, procurare energie rinnovabili,

sviluppare tecnologia sostenibile. Abbiamo creato nostre strutture, ma vogliamo fondare

unistituzione che dia vita a istituti di ricerca partecipati dagli agricoltori, a una formazione professionale

seria, a scuole, a corsi di laurea in biologico e biodinamico, così come oggi auspica il

ministro dell’Agricoltura Martina. Per questo noi ci candidiamo al tavolo di lavoro per il dopo

Expo. Facciamo dunque sorgere nei luoghi di Expo, in una cittadella dell’innovazione, i servizi,

gli studi e la formazione per l’agricoltura biologica e biodinamica. Lo stesso parco divenga il

luogo per il miglioramento della bioagricoltura e si diffonda il modello in altre regioni del Paese.

Abbiamo bisogno di sementi pensate per il nostro metodo agricolo, con una grande adattabilità

all’ambiente, con una forte agrobiodiversità, invece di essere costretti a usare mezzi più

adatti all’agricoltura convenzionale. Utilizziamo ancora troppo le fonti energetiche fossili e invece

servono macchine a risparmio energeticocon una forte presenza delle fonti rinnovabili.

Dobbiamo prepararci ai cambiamenti climatici, con tecniche che rispondano alla desertificazione

e alle alluvioni. Occorre una ricerca per aumentare il valore nutrizionale degli alimenti, la

loro durata, la vitalità e, dove necessario, le rese. Servono studi e competenze per eliminare

l’uso agricolo di sostanze tossiche, di cui non ci sarebbe bisogno se ci fosse conoscenza.

Dobbiamo ricercare modelli alimentari che incidano positivamente sulla salute. Bisogna

studiare nuovi criteri e analisi della qualità e della vitalità degli alimenti. Bisogna

diffondere una cultura d’impresa a impatto sociale, per garantire la sostenibilità delle aziende

agricole in connessione col mondo economico.

Dobbiamo recuperare la cultura alimentare fin dall’infanzia, progettare le vie della sostenibilità

per le sane pratiche agricole, artigianali e industriali.

Da subito occorre lavorare a nuovi modellidi svluppo, che siano esemplari ed esportabili

su scala internazionale. Per tutto questo occorronoun piano sistemico e partecipativo, risorse e strutture.

Pur senza un’azione di sistema, l‘agricoltura biologica e biodinamica italiana sta innovando

profondamente la ruralità e questo ha portato a fatturati che, in tempi di crisi, aumentano annualmente

con percentuali a due cifre. È una ricetta che va resa forte nel Paese. Ma occorre far

presto, lo stato dell’ambiente, la dispersione delle competenze professionali, la progressiva

chiusura delle aziende storiche impongono investimenti in bioagricoltura, per l’urgente messa

in campo della sapienza e la sua applicazione nelle politiche di sviluppo.