Suolo e Salute

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DANIMARCA, UNO STOP AGLI ALLEVAMENTI CONVENZIONALI DI MAIALI

DANIMARCA, UNO STOP AGLI ALLEVAMENTI CONVENZIONALI DI MAIALI

La ministra della natura e del benessere degli animali (la nuova denominazione del ministero agricolo) è decisa: l’allevamento suinicolo va rifondato, non c’è più spazio per l’approccio convenzionale

 

A giugno il nuovo governo danese ha abolito il ministero dell’Agricoltura, spacchettandone le competenze tra ministero delle Imprese (cui competono gestione economica e sicurezza alimentare), e il nuovo ministero della natura e del benessere degli animali (sotto il cui controllo è passato tutto il resto).

Ministro è stata nominata Maria Reumert Gjerding, che era stata parlamentare per Enhedslisten – De Rød-Grønne (la lista “Unità”, l’alleanza rosso-verde) dal 2015 al 2018 e aveva lasciato la carica per assumere la presidenza della Danmarks Naturfredningsforening, la società danese per la conservazione della natura fino a giugno 2026, per essere poi chiamata a capo del dicastero.

 

Il cambio della denominazione e la storia personale della Reumert Gjerding già facevano presagire un significativo cambio di passo, ma il suo recentissimo post sugli allevamenti suinicoli (tenuto conto che la Danimarca è uno dei maggiori produttori di carne suina in Europa, con circa 2.900 allevamenti da cui escono circa 30 milioni di capi all’anno, chiaramente in massima parte venduti all’estero) ha fatto sobbalzare più di qualcuno sulla sedia:

 

“Non dobbiamo costruire nuovi allevamenti di suini per un modello di produzione che sappiamo dover cambiare.

È il motivo per cui è giusto e necessario imporre a partire da oggi una sospensione temporanea alla costruzione di nuovi allevamenti di suini convenzionali e all’ampliamento di quelli esistenti, mentre lavoriamo alla definizione del quadro strategico per il futuro del settore.

L’agricoltura danese sta affrontando una trasformazione profonda. Abbiamo bisogno di un sistema produttivo che abbia un minore impatto climatico e ambientale, lasci più spazio alla natura e generi maggior valore con un carico inferiore di capi e migliori standard di benessere animale.

L’agricoltura danese deve rimanere forte, ma la forza non può più essere misurata in base alla quantità di animali che riusciamo a produrre al minor costo possibile.

Ritengo fondamentale una reale trasformazione della produzione suinicola, non più continuando a fare come si è sempre fatto, ma imboccando una direzione nuova e sostenibile”.

 

Ci si attende quindi una riduzione del numero di suini, rafforzando gli obiettivi climatici, ambientali e di biodiversità dell’agricoltura, una riduzione delle superfici destinate alla produzione di mangimi, convertendole a colture alimentari, natura e foreste, riduzione della dipendenza dalla soia importata (in particolare da aree legate alla deforestazione), la promozione dell’allevamento biologico e di altre forme che riducano il numero di capi e aumentino il valore aggiunto, un forte miglioramento del benessere animale, con meno trasporti di animali vivi, contrasto alla selezione genetica estrema, stop alle mutilazioni della coda e più spazio negli allevamenti.

 

Riuscirà nell’intento?

Di sicuro dimostra la non sudditanza alle lobby agricole e l’ambizione di accompagnare l’agricoltura vero la necessaria trasformazione.

 

Leggi: https://fvm.dk/nyheder-og-pressemeddelelser/2026/jun/presseinvitation-ministeroverdragelse-i-ministeriet-for-foedevarer-landbrug-og-fiskeri-

https://www.instagram.com/p/DdngxqTOWJb/

OBIETTIVO CRESCITA PER IL BIOLOGICO DEI PAESI BASSI

OBIETTIVO CRESCITA PER IL BIOLOGICO DEI PAESI BASSI

Il governo assume impegni, il settore alza l’asticella con proposte concrete

Il governo dei Paesi bassi ha ribadito l’impegno a raggiungere una quota biologica del 15% della superficie agricola totale e ha stanziato 30,5 milioni di euro di nuovi fondi sia per la transizione agricola e il sostegno alla conversione che per lo sviluppo del mercato. Ma non solo: il biologico è stato individuato come soluzione preferenziale da adottare nelle zone ecologiche estensive nel quadro della strategia nazionale per la lotta all’inquinamento da azoto.

BioNederland, l’associazione delle aziende biologiche di trasformazione alimentare ha commentato positivamente la posizione espressa dall’esecutivo, che si è dimostrato consapevole del contributo dell’agricoltura biologica alla messa in sicurezza delle acque superficiali e profonde, all’adattamento climatico, alla rigenerazione del suolo e alla biodiversità e al fatto che per incentivare gli agricoltori alla conversione è necessario orientare anche lo sviluppo del mercato.

Prendendo spunto dalla Danimarca, BioNederland ha colto però l’occasione delle dichiarazioni proponendo una strategia in sei punti e un investimento di 140 milioni di euro in quattro anni.

100 milioni dovrebbero essere destinati alla creazione di un Fondo per lo Sviluppo del Biologico, con lo scopo di stimolare la domanda e lo sviluppo del mercato.

Altri dieci servono per sostenere l’attività di un Team per lo sviluppo del mercato biologico che avvii collaborazioni con gli operatori della vendita al dettaglio e della ristorazione, catalizzando azioni concrete.

Con 20 milioni si dovrebbero livellare le attuali situazioni di disparità, riducendo i costi di certificazione e semplificando il processo di conversione.

10 milioni dovrebbero essere destinati a una ricerca sull’impatto del biologico sulla salute e sul clima (10 milioni di euro).

Altre iniziative sono di più diretta competenza pubblica, come lo stabilire una quota del 50% di prodotti biologici negli appalti pubblici per la ristorazione e l’integrazione dell’agricoltura biologica come piattaforma preferenziale in politiche più ampie per l’ambiente, che comprendano anche la promozione di diete a maggior componente vegetale, l’agricoltura rigenerativa e la protezione delle risorse idriche, dotandosi di una tabella di marcia per estendere le attività rigenerative all’intera produzione biologica nazionale.

Secondo BioNederland, pensare che campagne di sensibilizzazione mirate siano in grado da sole di influenzare il mercato è un’illusione: è necessario un ecosistema di attori più solido, il che richiede investimenti diretti nelle capacità del settore biologico.

L’esperienza della Danimarca, che da anni registra il maggior consumo pro capite di prodotti biologici, dimostra che la chiave di volta è la collaborazione con le organizzazioni del settore biologico e i retailer. E’ il lavoro a stretto contatto di tutta la filiera che è in grado di rendere i prodotti biologici più disponibili, visibili, accessibili e interessanti per i consumatori, stimolando la crescita.

Si tratta di investire nelle capacità delle organizzazioni del settore biologico come motori di crescita del mercato: la crescita del biologico può passare in modo molto economico con piccoli investimenti pubblici che sfruttino il potenziale delle piattaforme di vendita al dettaglio.

La proposta è sostenuta dall’associazione degli agricoltori Biohuis, da quella degli operatori del commercio al dettaglio Biowinkelvereniging e dalla federazione ombrello Bionext.

Il documento (ahimè, solo in olandese) si può scaricare a pagina https://www.bionederland.nl/uploads/versnellingspakket_biologische_vraag_-_BioNederland.pdf_finaal.pdf

NUOVE TECNICHE GENOMICHE, LA SLOVACCHIA NON CI STA

NUOVE TECNICHE GENOMICHE, LA SLOVACCHIA NON CI STA

Una forte mobilitazione nazionale induce il governo slovacco a impugnare il regolamento europeo di giugno che dà via libera alle NGT

Com’è noto (anche ce ne siamo occupati più volte), il regolamento (UE) 2026/1388 stato pubblicato nella Gazzetta ufficiale il 26 giugno 2026 dà il primo via libera alle piante ottenute con determinate nuove tecniche genomiche e ai prodotti da esse derivati.

Il regolamento, che ha avuto forti critiche da parte delle organizzazioni ambientaliste, dei consumatori e dei produttori biologici, è stato invece salutato con soddisfazione da tutta l’agroindustria, dalle organizzazioni agricole convenzionali alle ditte sementiere, passando per i produttori di fitofarmaci e l’accademia che si occupa di genetica vegetale.

La genesi del nuovo regolamento sta in una sentenza della Corte di giustizia europea, che nel luglio 2018 aveva ritenuto che per la legislazione vigente gli organismi ottenuti mediante mutagenesi dovevano essere ricondotti all’interno della disciplina degli OGM (salvo l’esenzione per le tecniche d’incrocio e ibridazione tradizionalmente usate e con una lunga storia di sicurezza): da lì è partito l’iter che ha portato, stringi stringi, alla modifica non della sostanza, ma delle definizioni, escludendo esplicitamente le cosiddette Nuove Tecniche Genomiche dalla normativa sugli OGM.

Facendo riferimento alle forti incertezze sugli impatti che queste varietà modificate potrebbero avere sulla salute umana e sull’ambiente, a fine agosto il primo ministro slovacco Robert Fico ha annunciato la decisione di avviare un’azione legale davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea contro il regolamento sui nuovi organismi geneticamente modificati.

“Il regolamento ha suscitato forti proteste perché, in sostanza, sostiene che ‘va tutto bene’ e che non c’è motivo di preoccuparsi. Ma mancano prove a sostegno di questa affermazione; non sappiamo gli effetti che potrebbe avere sulle persone”, ha dichiarato Fico.

Il regolamento era stato contestato in un appello rivolto a luglio al ministro dell’Agricoltura, Richard Takáč, da 300 organizzazioni e varie personalità, tra cui l’Associazione slovacca degli apicoltori, Greenpeace Slovacchia, l’Associazione slovacca dei cacciatori, l’importante organizzazione ambientalista “My sme les”, l’Associazione slovacca dei panificatori e pastai, l’Associazione dei mangimisti, l’Associazione dei produttori di fertilizzanti organici, la piattaforma delle ONG impegnate nello sviluppo rurale e all’agricoltura sostenibile, l’associazione degli operatori biologici Ekotrend, il Parlamento rurale della Slovacchia, da membri dell’Accademia slovacca delle scienze ed ex ministri.

Secondo i firmatari dell’appello, il nuovo regolamento viola il principio di precauzione dell’UE e i diritti dei consumatori, nonché alcuni accordi internazionali.

Leggi di più: https://www.gmfreeze.org/2026/07/15/slovakia-considers-legal-challenge-to-european-deregulation-of-new-gmos/

IN OREGON LE API MUOIONO DI VECCHIAIA

IN OREGON LE API MUOIONO DI VECCHIAIA

Dopo una strage di api causata dai pesticidi, l’Università dell’Oregon ha avviato un programma di formazione sull’uso corretto dei pesticidi e iniziative per rendere i famosi vini dello Stato in più bee friendly del mondo

 

La minaccia dei pesticidi sulle api (in particolare quella portata dai neonicotinoidi) non è certamente una novità, con approccio differenziato tra autorità USA ed europee (e in genere quello delle prime è molto più morbido, ma con variabilità tra Stato e Stato).

Nel 2013 l’Oregon ha registrato una strage di api causata dai pesticidi che ha avuto una grande eco tra il pubblico, minacciava un impatto negativo sull’immagine della viticoltura dello Stato e ha sollecitato riflessioni sulla necessità di proteggere l’ambiente.

L’università statale ha avviato la creazione di materiale didattico destinato a aziende e professionisti del settore agricolo e nel 2018 si è data vita all’Oregon Bee Project per diffondere la conoscenza su come far convivere produzione primaria e api.

Sono stati coinvolti circa 12.000 agricoltori che hanno ricevuto formazione specifica sui rischi dei pesticidi per le api, coinvolgendo anche le scuole nelle attività di sensibilizzazione; è stato realizzato l’Oregon Bee Atlas, che raccoglie dati sulle 567 specie di api presenti nello Stato.

L’Atlante traduce i dati dei censimenti delle api in indicazioni pratiche per agricoltori e giardinieri, suggerendo le migliori essenze da piantare in ogni contea dell’Oregon e fornisce informazioni che possono orientare le migliori decisioni per la gestione degli habitat a livello territoriale.

Il risultato? Con la sensibilizzazione e l’informazione degli umani, da cinque anni in Oregon le api muoiono solo di vecchiaia…

Un ottimo esempio pratico che potrebbe ispirare anche i nostri comprensori produttivi…

 

Vedi cosa scrive l’EFSA su neonicotinoidi e api: https://www.efsa.europa.eu/sites/default/files/news/180228-QA-Neonics-it.pdf

Vedi il progetto dell’Oregon: https://www.oregonbeeproject.org/

FESTIVAL DEL LETAME. IL CIBO DELLA TERRA E DELLA SOLIDARIETA’

FESTIVAL DEL LETAME. IL CIBO DELLA TERRA E DELLA SOLIDARIETA’

L’evento che promuove le buone pratiche agricole e valorizza le tradizioni locali si svolgerà dal 23 al 26 luglio sull’Appennino modenese. Suolo e Salute tra gli sponsor

Obiettivo della festa è quello di promuovere sia la consapevolezza e l’importanza dell’Agricoltura Biologica e Biodinamica per l’ambiente, il benessere animale e l’UOMO, la gestione sostenibile delle risorse naturali (acqua e fertilità dei suoli), la solidarietà tra produttori, consumatori e professionisti del settore, la filiera del Parmigiano Reggiano Biologico, la Biodiversità per salvare la Vacca Bianca Modenese (Presidio Slow Food). Ma saranno trattati anche altri temi.

Organizzato come ogni anno da Santa Rita Caseificio Sociale 1964, Rete Humus e l’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica a Pompeano di Serramazzoni (MO).

Tra gli sponsor i due laboratori: Fitosoil (www.fitosoil.com/it), con sede in Spagna, e Neotron (www.neotron.it) uno dei principali laboratori europei con sede a Modena. Anche Suolo e Salute (www.suoloesalute.it), primo organismo di controllo e certificazione in Italia per il biologico, con oltre 24.000 aziende bio e 700.000 ettari al controllo, ha sostenuto l’evento. Tutte e tre le strutture appartengono al Gruppo Cotecna (www.cotecna.com).

Per maggiori informazioni: www.santaritabio.com/pages/festival-del-letame-2026

 

RISCHIOSA LA SEMPLIFICAZIONE UE SUOI PESTICIDI

RISCHIOSA LA SEMPLIFICAZIONE UE SUOI PESTICIDI

Una ricerca internazionale solleva pesanti dubbi sulla proposta Omnibus che rivoluziona le procedure di autorizzazione dei pesticidi

 

Uno studio che ha visto la partecipazione dell’Università di Torino pubblicato sulla rivista Science, analizza i possibili effetti della proposta europea Omnibus Simplification Package, che punta, tra l’altro, a semplificare le procedure di autorizzazione dei pesticidi.

Anzichè migliorare il sistema, secondo i ricercatori, alcune modifiche potrebbero ridurre il livello di tutela ambientale.

Tra le misure più criticate vi sono l’autorizzazione a tempo indeterminato di molte sostanze attive, l’estensione dei tempi di smaltimento dei prodotti per i quali non è stata rinnovata l’autorizzazione, ma anche la riduzione della documentazione richiesta per i prodotti di biocontrollo.

Gli autori evidenziano che già l’attuale sistema presenta importanti lacune, dato che non considera adeguatamente molte specie non bersaglio, come anfibi, rettili, pipistrelli e impollinatori selvatici, né l’effetto cocktail derivante dagli effetti combinati di più pesticidi.

Per rendere il sistema più efficace, propongono di aumentare la trasparenza degli studi, rendere pubblici i dati, introdurre un monitoraggio costante dopo l’autorizzazione dei prodotti e collegare i risultati del monitoraggio alle future valutazioni del rischio.

Secondo lo studio, per ridurre i ritardi nelle autorizzazioni senza compromettere la protezione della salute umana e della biodiversità sarebbero sufficienti investimenti relativamente contenuti.

Il professor Simone Tosi sottolinea che la semplificazione amministrativa non deve avvenire a scapito del rigore scientifico e che una regolamentazione solida favorisce un’agricoltura più sostenibile e una migliore tutela degli ecosistemi.

 

Leggi qui: Dimitry Wintermantel et al., EU Omnibus proposal increases pesticide risks. Science 392, 1348-1351 (2026).

https://www.science.org/doi/10.1126/science.aeg8744