Suolo e Salute

Category: Biologico (Mercato, Statistiche, Ricerca, Normativa, Estero)

Docenti giapponesi presso la sede ligure di Suolo e Salute per studiare l’esperienza della Val di Vara

Un gruppo di docenti dell’università giapponese di Kagoshima (http://www.kagoshima-u.ac.jp/) ha fatto visita nei giorni scorsi alla sede di Suolo e Salute di Varese Ligure (SP), nell’ambito di uno studio che l’ateneo nipponico sta compiendo riguardo ad alcune realtà rurali dell’Unione Europea particolarmente interessanti quale modello di sviluppo compatibile con l’ambiente e la tutela del territorio. In particolare gli scienziati giapponesi erano interessati a comprendere meglio i meccanismi di gestione delle risorse, utilizzo degli aiuti economici comunitari e di promozione delle politiche legate all’agricoltura biologica. Pur non trattandosi di una missione con dichiarate finalità politiche, non di meno l’esperienza riportata dagli accademici potrà servire alle autorità giapponesi come spunto per indirizzare al meglio successive scelte politiche e di governance su scala regionale o nazionale. In particolare, la missione giapponese si riprometteva di raccogliere elementi utili allo sviluppo delle comunità rurali del Sol Levante grazie ad un confronto e ad uno scambio di esperienze e informazioni. La Val di Vara è diventata pertanto meta del viaggio di studi degli accademici di Kagoshima grazie al report elaborato recentemente da Jetro (http://www.jetro.go.jp/italy/), un ente semi-governativo giapponese per la promozione del commercio e degli investimenti che aveva concentrato la propria attenzione proprio sulla realtà di Varese Ligure. Nell’ambito della visita, oltre alla Val di Vara la delegazione ha visitato anche la vicina Garfagnana. Della specifica realtà di  Varese Ligure ha particolarmente colpito i visitatori il fatto che la scelta del biologico abbia riguardato un intero comparto territoriale, tant’è che nel comune di Varese Ligure la SAU coltivata a bio è superiore a quella destinata a colture convenzionali, unitamente al fatto che l’iniziativa fosse derivata dall’azione delle autorità locali (nella fattispecie, il compianto sindaco Caranza) e non dall’iniziativa privata. Proprio la lungimiranza di Mauro Caranza, ex Sindaco del comune ligure, ha colpito i docenti giapponesi, unitamente alla sua perseveranza nel perseguire il suo obiettivo, che ha dato frutti di cui ancor oggi  beneficia l’intero comprensorio. Oltre all’investimento sul biologico e alla rivalutazione e rivitalizzazione del centro storico, ottenute grazie ai contributi dei Piani Organici di Intervento, la delegazione è stata favorevolmente impressionata  dalla scelta delle energie rinnovabili, grazie alla quale attualmente nel territorio di Varese Ligure viene prodotta più energia di quanta ne venga consumata).

Per quanto riguarda la specifica esperienza di Suolo e Salute, che da molti anni certifica la stragrande maggioranza delle aziende biologiche della Valle, i sei docenti hanno avuto modo di parlare in particolare con Antonio Spinelli, direttore della sede Piemonte e Liguria della società, per meglio comprendere le modalità di controllo delle aziende agricole e della filiera e per approfondire alcuni dati statistici relativi alle aziende bio certificate da Suolo e Salute. La delegazione ha inoltre incontrato l’attuale sindaco di Varese Ligure Michela Marcone che ha raccontato la storia del progetto Valle del Biologico e le attuali prospettive per il territorio, e Sergio Traverso, direttore della Cooperativa Casearia Val di Vara e direttore di ARS Food, importante stabilimento di yogurt bio insediato nella valle e più volte premiato con diversi riconoscimenti nazionali ed europei per la qualità dei propri prodotti. Tra le personalità incontrate nel corso della visita, anche il Fulvio Gotelli, presidente della Coop. Carni S. Pietro Vara.

Un’esperienza, quella del distretto del biologico della Val di Vara,  che i sei delegati giapponesi sperano di poter replicare anche in madrepatria, dove al momento non esistono esperienze paragonabili. Il Giappone da questo punto di vista è sicuramente un territorio che si può prestare a replicare l’esperienza di Varese Ligure, anche se l’estrema frammentazione della proprietà agricola costituisce un indubbio ostacolo al sorgere di progetti analoghi.  Un frazionamento eccessivo che crea non poche difficoltà alle aziende di produzione zootecnica interessate ad avvicinarsi al bio. Sette anni fa, nel 2006, è stata introdotta dal Governo di Tokio una normativa nazionale concepita per incentivare il settore del biologico, ma si tratta a detta dei docenti di un provvedimento in cui alcune lacune particolarmente evidenti rendono ancora poco “attraente” questo tipo di coltivazione. Anche a livello di contributi, la realtà giapponese è assai diversa da quelle europee, dal momento che i contributi si limitano a supportare la sola fase di transizione dal convenzionale al biologico, terminata la quale non sono previsti ulteriori finanziamenti. Né esistono situazioni assimilabili al concetto di Distretto Rurale Bio come accade invece in realtà quale quella di Varese Ligure. Ferrei invece i controlli, con ben 60 Organismi di Controllo muniti, come in Italia, di un Comitato di Certificazione che valuta le pratiche delle singole aziende agricole.

Fonte: Suolo e Salute

Aperta la seconda fase della consulta sugli effetti dei pesticidi sulle api

L’EFSA, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, riguardo alla bozza di linee guida sulla valutazione d’impatto dei prodotti fitosanitari sulle apiha inaugurato una seconda fase della consultazione pubblica avviata l’anno scorso. L’obiettivo è quello di raccogliere il parere di scienziati, ricercatori e addetti ai lavori sulle linee guida proposte.

L’EFSA infatti è stata incaricata dalla Commissione europea di elaborare un documento di orientamento sulla valutazione dei rischi dei prodotti fitosanitari sulle api, con l’obiettivo di fornire una guida nell’ambito della revisione dei prodotti fitosanitari (i cosiddetti PPP, Plant Protection Products) e dei loro principi attivi ai sensi del regolamento (CE) 1107/2009. Il parere scientifico nel merito dei criteri da adottare per una corretta valutazione dei rischi dei prodotti fitosanitari sulle api (Apis mellifera, Bombus spp. E api solitarie) ha pertanto fornito la base scientifica necessaria per l’elaborazione delle linee guida sulle quali ora l’EFSA stessa chiede un confronto aperto. C’è tempo fino al 18 marzo p.v. per inviare il proprio contributo. Il testo della bozza delle linee guida è consultabile al seguente link (file pdf).

 

Fonte: AIOL

Il bio raggiunge quota 47 miliardi, ma l’Italia non sfrutta al meglio le potenzialità del mercato tedesco

47 miliardi di euro, a tanto ammontano le vendite di prodotti biologici registrate nel corso del 2011. A dichiararlo Gerald A. Herrmann, direttore dell’Organic Services di Monaco di Baviera, che ha presentato le statistiche più recenti nel corso dell’edizione appena conclusa del Biofach di Norimberga.

A guidare la classifica l’Europa, con  21 miliardi di euro di prodotti biologici venduti. Stessa cifra raggiunta complessivamente da Stati Uniti e Canada, mentre il mercato Asiatico si attesta a 2,5 miliardi di euro. A completare il quadro internazionale gli 800 milioni di euro dell’Australia e i 500 dei Paesi Arabi e dei paesi dell’America Latina.

Per quanto riguarda il vecchio continente, le analisi fornite da Herrmann rivelano che la costante crescita del biologico degli ultimi dieci anni è legata in particolare alla sempre maggiore presenza di prodotti biologici nella distribuzione convenzionale, anche se con differenze molto marcate da paese a paese.

In Svezia, per esempio, bel il 90% dei prodotti biologici è venduto attraverso canali convenzionali; dato simile anche per la Danimarca (80%), la Svizzera (77%), la Gran Bretagna (72%) e l’Austria (67,5%). La situazione cambia in maniera significativa in tre mercati molto significativi quali la Germania (che, ricordiamo, è il principale consumatore europeo di prodotti biologici), in cui “solo” il 49% del ventuo proviene dalla distribuzione convenzionale, la Francia (39%) e l’Italia (il 45%).

Dati che meglio si comprendono nella loro importanza analizzando anche i dati relativi al consumo pro-capite: riferendosi al 2010, i paesi al mondo in cui vengono consumati il maggior numero di prodotti bio sono nell’ordine Svizzera, Danimarca, Austria, Svezia, Germania, Stati Uniti, Canada e Francia.

In merito al mercato tedesco, il biologico nel 2012 ha rappresentato una quota di mercato pari a 7,04 miliardi di euro, con una crescita del 6% rispetto al 2011, che conferma un trend positivo già registrato tra il 2010 e il 2011 (+9%). Ogni anno, un cittadino tedesco ha speso in media 87 euro nel 2012, contro i 74 che spendeva nel 2010.

Come già ricordato in un altro articolo apparso sul nostro sito e sulla nostra newsletter (http://www.suoloesalute.it/?p=859) grazie ai dati elaborati dall’ICE, l’Istituto per il Commercio Estero, e relativi proprio alla Germania, il paese rappresenta un importantissimo mercato per i prodotti biologici nostrani che però non è sfruttato fino in fondo, malgrado le cifre lascino presupporre un potenziale di crescita di mercato pari al 120%. Riprendendo quanto affermava il rapporto ICE, “in Italia si dovrebbe organizzare un punto di raccolta con un coordinamento centrale in cui confluiscono gli articoli di diversi produttori. Si dovrebbe nominare un referente per i clienti in Germania per la raccolta e il coordinamento delle richieste”. Un punto di vista condiviso dallo stesso Hermann secondo il quale l’Italia ha un potenziale notevole e assolutamente inespresso per quanto riguarda in particolare proprio il mercato tedesco.

Fonte: GreenPlanet, ICE

Coltivare bio nella Rete Natura 2000, una grande opportunità di sviluppo e un’efficace risposta ai cambiamenti climatici tra le potenzialità del progetto Fa.Re.Na.It

Una strategia di comunicazione capillare che coinvolga pienamente tutti i settori, tutti i soggetti portatori di interesse, le comunità locali ed il settore privato, tale da enfatizzarne la partecipazione e circoscriverne le responsabilità, costituisce un fattore cruciale per l’effettiva attuazione del contesto post 2010 in materia di biodiversità.” In queste poche righe, contenute nella “Carta di Siracusa” sulla Biodiversità, adottata nell’ambito del G8 Ambiente di Siracusa dai Ministri dell’Ambiente dei Paesi del G8 nell’-Aprile 2009, è racchiuso il senso del progetto FARENAIT, ideato e realizzato da CTS in collaborazione con la Coldiretti, Comunità Ambiente, Ispra e la Regione Lombardia e sostenuto dalla Commissione Europea, attraverso lo strumento finanziario LIFE, dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, dal Ministero delle Politiche Agricole, dalle Regioni Abruzzo, Calabria e Marche e dalla Provincia di Agrigento.

Obiettivo primario del progetto è quello di aumentare conoscenza e consapevolezza riguardo l’importanza della Rete Natura2000 in Italia tra le amministrazioni pubbliche, gli agricoltori e più in generale tra le persone che vivono in aree agricole e rurali all’interno dei siti RN2000.

Un dato su tutti dà la misura di quali siano le potenzialità di una nuova sinergia agricoltura-ambiente a cominciare proprio dai siti della Rete Natura 2000: se si riconvertissero completamente ad un’agricoltura biologica tutte le aree agricole ricomprese all’interno delle aree protette della Rete, si potrebbero ridurre del 7% i 34 milioni di tonnellate i CO2 che il nostro paese si è impegnato a ridurre ogni anno.

Il progetto è stato presentato a Roma il 19 febbraio u.s. da Stefano Di Marco, vicepresidente Cts e responsabile del progetto, Bernardo De Bernardinis, Presidente Ispra, Laura Pettiti del ministero dell’Ambiente, Luigi Servadei del ministero delle Politiche Agricole e Toni De Amicis, Coldiretti.

Gestire in maniera più sostenibile le attività agricole nelle aree Sic e Zps, ossia secondo De Bernardinis, “porterebbe a fissare nei suoli dei campi delle aree Natura 2000 circa 2,2 milioni di tonnellate di anidride carbonica l’anno, pari al 50% delle emissioni annuali dell’industria cartaria italiana e a oltre il 90% di quelle della manifattura del vetro. Per dare un’idea della grandezza di questi numeri, è utile ricordare che nel solo anno 2011, il nostro Paese ha emesso 433 milioni di tonnellate di anidride carbonica. L’adozione di pratiche di agricoltura biologica comporta una serie di benefici ambientali, tra cui la mitigazione dei cambiamenti climatici, la protezione da eventi climatici estremi ma anche, come fortemente voluto dalla Ue, l’affermazione di un’economia sostenibile“.

Occorre accrescere la conoscenza e la fiducia di chi vive e lavora nelle aree Sic e Zps. Il progetto fa.re.na.it., finanziato dalla Commissione Europea con il programma Life+, ha messo al primo posto le esigenze degli abitanti e dei produttori; ha iniziato un percorso di ascolto delle necessità e dei problemi di chi opera in condizioni di maggior rispetto degli equilibri naturali; ha aperto una strada nella direzione di un riconoscimento del valore ambientale ed economico dell’agricoltura sostenibile nelle aree Rete Natura 2000“, ha commentato Di Marco.

Gli agricoltori e le aziende agricole che operano all’interno di un sito Natura 2000 sono determinanti per la tutela della biodiversità e il successo di questa rete europea. Ci auguriamo che con la nuova programmazione dei fondi comunitari 2014-2020, si tenga adeguatamente conto di questo aspetto e che conseguentemente gli agricoltori possano attingere a vari strumenti finanziari europei, in relazione al loro ruolo di gestori del territorio rurale e al loro indispensabile contributo alla conservazione della diversità delle specie vegetali ed animali”, ha aggiunto De Amicis, Direttore generale della Fondazione Campagna Amica di Coldiretti, secondo il quale in questo periodo finanziario (2007-2013) “sono già disponibili una serie d’opportunità per sostenere le misure di gestione all’interno dei siti”. Il problema, continua il rappresentante di Coldiretti, risiede nel fatto “ il livello di utilizzo da parte degli Stati membri è limitato e i fondi coprono solo il 20% circa delle esigenze annuali di finanziamento di Natura 2000. Nel prossimo periodo finanziario (2014-2020) occorrerà particolare attenzione per garantire un migliore utilizzo delle opportunità disponibili per la gestione dei siti Natura 2000 con altri fondi europei”. La Rete Natura 2000, ha ricordato Laura Pettiti del ministero dell’Ambiente, “è una realtà di protezione e di produzione di servizi ecosistemici di rilevanza europea ma ancora poco conosciuta in Italia. E particolarmente poco valore si è dato finora alla presenza nella rete di aree cambiate in modo positivo dall’attività umana: ad esempio i campi tradizionali delle montagne appenniniche o i grandi pascoli alpini, che possono e devono continuare a conservare equilibri naturali unici“.

L’importanza dell’agricoltura nei siti della Rete Natura 2000 è stata ribadita anche da Luigi Servadei, del Ministero dell’Agricoltura, che ha ricordato che “oltre un terzo del territorio è occupato da attività agricole o di pascolo (…) queste zone hanno contribuito e continuano a contribuire attivamente al mantenimento della biodiversità specifica e, se gestite in modo naturale, alla fissazione della CO2. Oggi lo sviluppo delle aree rurali passa anche attraverso il rafforzamento dell’integrazione tra politiche agricole e politiche ambientali a livello comunitario, nazionale e a livello locale. Si tratta di mettere a regime questa collaborazione e coinvolgere prioritariamente i protagonisti della produzione di risorse primarie e della conservazione sul territorio, a partire da agricoltori e allevatori“.

Una sfida che il progetto Fa.Re.Na.It intende raccogliere per arrivare finalmente ad una nuova sinergia tra ambiente e agricoltura proprio a partire da quelle aree che, per opportunità e vocazione, racchiudono le potenzialità più importanti, e che in Italia in Italia interessano oltre 6 milioni di ettari, pari ad oltre un quinto (il 21%, per l’esattezza) dell’intero territorio nazionale.

Ulteriori informazioni sul progetto sono disponibili all’indirizzo http://www.lamiaterravale.it/it

Fonte: Progetto Fa.re.na.it, Adnkronos, Coldiretti

FiBL e IFOAM presentano al BioFach le ultime statistiche in materia di agricoltura biologica nel mondo

L’Istituto di ricerca dell’agricoltura biologica (FiBL) e l’IFOAM hanno presentato al Biofach di Norimberga, conclusosi sabato scorso 16 febbraio,  le ultime statistiche in materia di agricoltura biologica nel mondo. Il 2012 è stato un anno molto importante per il biologico, come dimostrato dalla crescita costante del settore. Per la prima volta infatti è stata superata quota 60 miliardi di dollari totali per quanto riguarda le vendite di biologico a livello internazionale.

Secondo i dati FiBL-IFOAM, l’agricoltura biologica oggi coinvolge circa  1,8 milioni di agricoltori in 162 paesi interessando oltre 37 milioni di ettari di terreni agricoli in tutto il mondo (dato riferito al 2011). Il mercato globale degli alimenti biologici raggiunge oggi la ragguardevole cifra di 62,9 miliardi di dollari, equivalente a circa 45 miliardi di euro, con un incremento di 4 miliardi di dollari rispetto a quanto fatto registrare per il 2010.

Secondo le rilevazioni della società di ricerche di mercato Organic Monitor, il mercato principale è rappresentato dagli Stati Uniti, con 21 miliardi di euro. In Europa, dove sono stati spesi oltre 21,5 miliardi di euro in prodotti bio nel corso del 2012, la Germania detiene il primato di mercato più attento alle produzioni biologiche con vendite pari a 6.6 miliardi di euro, seguita dalla Francia (3,8 miliardi di euro). I paesi con la più alta spesa annuale pro capite sono stati la Svizzera e la Danimarca con più di 160 euro pro-capite.

Passando dai consumatori ai produttori, circa l’80 per cento degli 1,8 milioni di aziende agricole (salite in un anno  dai precedenti 1,6 milioni) sono situate in paesi in via di sviluppo. Come negli anni precedenti, i paesi con il maggior numero di produttori restano l’India (547.591), l’Uganda (188.625), il Messico (169.570) e la Tanzania (145.430), dati questi che rispecchiano quanto riportato in un altro autorevole studio pubblicato recentemente sul bio, il rapporto del Worldwatch Institute intitolato “Organic Agriculture Contributes to Sustainable Food Security” sul quale abbiamo scritto in un altro articolo nella nostra NL.

Dal punto di vista terreni agricoli, alla fine del 2011 erano coltivati secondo il metodo biologico un totale di 37,2 milioni di ettari. La crescita più significativa è avvenuta in Asia, con un aumento di quasi 1 milione di ettari, portando il totale delle coltivazioni biologiche in questa parte del mondo a 3,7 milioni di ettari (+34%  rispetto all’anno precedente). In Europa, campi agricoli bio sono cresciuti  di 0,6 milioni di ettari (+6 per cento): oggi ben 10,6 milioni di ettari sono ora biologici. Su scala globale, i  paesi con i più alti tassi di crescita sono stati la Cina (+510.000 ettari), l’India (+304.266 ettari) e la Spagna (+165.226 ettari).

Un terzo di tutti i terreni bio del mondo si trova è in Oceania (3%), seguita dall’Europa (2%), e dall’America Latina (1%). L’Australia è il paese con la più grande area agricola biologica (12 milioni di ettari, con il 97% di questa superficie utilizzata come pascolo), seguita da Argentina (3,8 milioni di ettari) e dagli Stati Uniti d’America (1,9 milioni di ettari). I paesi con la maggiore quota di terreni bio sul totale dei terreni agricoli sono le Isole Falkland (36%), seguite dal Liechtenstein (29%) e dall’Austria (20 per cento). In ben dieci paesi del mondo la quota di terreni bio è superiore al 10% del totale.

Queste cifre dimostrano che nei paesi in cui l’agricoltura biologica è istituzionalmente ben integrata, vi è una crescita costante del mercato e un’espansione continua delle superfici coltivate a biologico. Questo è particolarmente evidente nel caso dell’Europa, dove molti paesi forniscono una vasta gamma di misure di sostegno al biologico quali  pagamenti diretti, servizi di consulenza, ricerca e azioni mirate di marketing.

I dati qui brevemente riassunti sono stati presentati per il quattordicesimo anno consecutivo al BioFach. Il testo “Il mondo dell’agricoltura biologica in tutto il mondo”, realizzato in collaborazione tra FiBL e IFOAM, contiene relazioni e contributi a cura di  esperti nel settore biologico e riporta i trend emergenti nel settore. Il volume inoltre fornisce specifiche le informazioni sugli aspetti normativi e legislativi. Ulteriori informazioni sono disponibili sul sito www.organic-world.net.

Fonte: IFOAM, FiBL, Organic World

Il nuovo rapporto del Worldwatch Institute sull’agricoltura biologica

Si intitola “Organic Agriculture Contributes to Sustainable Food Security” l’ultimo rapporto del Worldwatch Institute dedicato all’agricoltura biologica nel mondo e all’impatto di queste pratiche sull’ambiente e la sicurezza alimentare.

Secondo le due autrici, Catherine Ward e Laura Reynolds, nel 2010 l’agricoltura biologica ha riguardato poco meno dell’1% dei terreni agricoli del Pianeta: una percentuale ancora modesta, ma in forte crescita, se si pensa che dal 1999 al 2010 la superficie coltivata a bio è più che triplicata.

Lo studio pone l’accento sull’importanza dell’agricoltura biologica rispetto a due temi fondamentali quali la tutela dell’ambiente e la sicurezza alimentare. Secondo quanto riporta il lavoro delle due ricercatrici, infatti, “l’agricoltura biologica ha il potenziale per contribuire alla sicurezza alimentare sostenibile, migliorando l’assunzione di nutrienti e sostenendo le condizioni di vita nelle zone rurali, riducendo la vulnerabilità al cambiamento climatico e migliorando la biodiversità”.

Molto significativo anche l’impatto del bio per quanto riguarda i consumi energetici: “l’agricoltura biologica – continua infatti lo studio – utilizza fino al 50% in meno di energia da combustibili fossili rispetto all’agricoltura convenzionale e le pratiche comuni, tra le quali la rotazione, l’applicazione di concime ai campi vuoti, e il mantenimento di arbusti perenni ed alberi nelle aziende agricole, stabilizzano anche i suoli e migliorano  la ritenzione idrica. In media, le aziende biologiche hanno il 30% in più di biodiversità, compresi gli uccelli, insetti e piante, di quel che hanno le aziende agricole convenzionali”.

Molto positivi anche i trand internazionali in termini normativi: nel 2010 infatti erano ben 84 i Paesidel mondo che si erano dotati di precisi regolamenti per il settore, ben 10 in più rispetto al 2009. Un dato ancora più rilevante se si considera che la stragrande maggioranza degli agricoltori bio certificati vive nei paesi in via di sviluppo. In cima a questa speciale classifica l’India, con oltre 400.000 agricoltori, seguita dall’Uganda (con oltre 188.000) e dal messico (con oltre 128.000 agricoltori bio). A questi dati poi sono da aggiungere tutti quegli agricoltori non certificati che praticano quotidianamente un’agricoltura sostanzialmente bio (benché non ancora certificata), rappresentati da indigeni, contadini e piccole o piccolissime aziende agricole a conduzione familiare, impegnati sia nell’agricoltura di sussistenza che nelle produzioni legate ai mercati locali.

A livello globale, in realtà, tra il 2009 e il 2010 si è assistito ad una piccola flessione del bio mondiale, calato di circa lo 0,1% complessivo, particolarmente in India e Cina, solo in parte compensate da un ulteriore aumento dei terreni biologici in Europa. Su scala planetaria, l’Australia con 12,1 milioni di ettari resta il continente con la maggiore estensione di terre coltivate secondo il metodo biologico, seguita dall’Europa con 10 milioni di ettari e dall’America Latina con 8,4 milioni. I paesi con il maggior numero di produttori bio certificati nel 2010 sono stati l’India (400.551 agricoltori), l’Uganda (188.625), e il Messico (128.826). Ma l’agricoltura biologica non certificata nei Paesi in via di sviluppo è sistematicamente praticata ogni giorno da milioni di indigeni, contadini e piccole aziende agricole familiari, sia per la sussistenza che per il commercio locale. L’Africa da sola detiene circa il 3% di tutti i terreni certificati bio del mondo, con circa 1 milione di ettari certificati, mentre l’Asia, con 2,8 milioni di ettari, copre il 7% del bio mondiale. Più indietro gli Usa, che ancora segnano il passo rispetto ad una produzione agricola biologica, ma considerando invece le vendite, quella Made in USA risulta una delle più floride in assoluto, con 31,5 miliardi di dollari di fatturato ed una crescita del 9,5% nel corso del 2011, che fa del bio uno dei settori in maggiore crescita anche oltre oceano, a conferma del fatto che in America, come in Europa, i settore del biologico non risente affatto della diffusa crisi economica.

Spiega Laura Reynolds, una delle due autrici nonché ricercatrice presso il Food and agriculture program del Worldwatc: “Anche se l’agricoltura biologica produce spesso un calo dei rendimenti del terreno coltivato di recente in modo convenzionale, è possibile superare le  pratiche tradizionali, specialmente nei periodi di siccità, quando la terra viene coltivata più a lungo in modo biologico. Le pratiche agricole convenzionali spesso degradano l’ambiente sia a lungo termine che a breve, attraverso l’erosione del suolo, l’ eccessiva estrazione di acqua e la perdita di biodiversità”.

Fonte: Sinab, Greenreport