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Il nuovo rapporto del Worldwatch Institute sull’agricoltura biologica

Si intitola “Organic Agriculture Contributes to Sustainable Food Security” l’ultimo rapporto del Worldwatch Institute dedicato all’agricoltura biologica nel mondo e all’impatto di queste pratiche sull’ambiente e la sicurezza alimentare.

Secondo le due autrici, Catherine Ward e Laura Reynolds, nel 2010 l’agricoltura biologica ha riguardato poco meno dell’1% dei terreni agricoli del Pianeta: una percentuale ancora modesta, ma in forte crescita, se si pensa che dal 1999 al 2010 la superficie coltivata a bio è più che triplicata.

Lo studio pone l’accento sull’importanza dell’agricoltura biologica rispetto a due temi fondamentali quali la tutela dell’ambiente e la sicurezza alimentare. Secondo quanto riporta il lavoro delle due ricercatrici, infatti, “l’agricoltura biologica ha il potenziale per contribuire alla sicurezza alimentare sostenibile, migliorando l’assunzione di nutrienti e sostenendo le condizioni di vita nelle zone rurali, riducendo la vulnerabilità al cambiamento climatico e migliorando la biodiversità”.

Molto significativo anche l’impatto del bio per quanto riguarda i consumi energetici: “l’agricoltura biologica – continua infatti lo studio – utilizza fino al 50% in meno di energia da combustibili fossili rispetto all’agricoltura convenzionale e le pratiche comuni, tra le quali la rotazione, l’applicazione di concime ai campi vuoti, e il mantenimento di arbusti perenni ed alberi nelle aziende agricole, stabilizzano anche i suoli e migliorano  la ritenzione idrica. In media, le aziende biologiche hanno il 30% in più di biodiversità, compresi gli uccelli, insetti e piante, di quel che hanno le aziende agricole convenzionali”.

Molto positivi anche i trand internazionali in termini normativi: nel 2010 infatti erano ben 84 i Paesidel mondo che si erano dotati di precisi regolamenti per il settore, ben 10 in più rispetto al 2009. Un dato ancora più rilevante se si considera che la stragrande maggioranza degli agricoltori bio certificati vive nei paesi in via di sviluppo. In cima a questa speciale classifica l’India, con oltre 400.000 agricoltori, seguita dall’Uganda (con oltre 188.000) e dal messico (con oltre 128.000 agricoltori bio). A questi dati poi sono da aggiungere tutti quegli agricoltori non certificati che praticano quotidianamente un’agricoltura sostanzialmente bio (benché non ancora certificata), rappresentati da indigeni, contadini e piccole o piccolissime aziende agricole a conduzione familiare, impegnati sia nell’agricoltura di sussistenza che nelle produzioni legate ai mercati locali.

A livello globale, in realtà, tra il 2009 e il 2010 si è assistito ad una piccola flessione del bio mondiale, calato di circa lo 0,1% complessivo, particolarmente in India e Cina, solo in parte compensate da un ulteriore aumento dei terreni biologici in Europa. Su scala planetaria, l’Australia con 12,1 milioni di ettari resta il continente con la maggiore estensione di terre coltivate secondo il metodo biologico, seguita dall’Europa con 10 milioni di ettari e dall’America Latina con 8,4 milioni. I paesi con il maggior numero di produttori bio certificati nel 2010 sono stati l’India (400.551 agricoltori), l’Uganda (188.625), e il Messico (128.826). Ma l’agricoltura biologica non certificata nei Paesi in via di sviluppo è sistematicamente praticata ogni giorno da milioni di indigeni, contadini e piccole aziende agricole familiari, sia per la sussistenza che per il commercio locale. L’Africa da sola detiene circa il 3% di tutti i terreni certificati bio del mondo, con circa 1 milione di ettari certificati, mentre l’Asia, con 2,8 milioni di ettari, copre il 7% del bio mondiale. Più indietro gli Usa, che ancora segnano il passo rispetto ad una produzione agricola biologica, ma considerando invece le vendite, quella Made in USA risulta una delle più floride in assoluto, con 31,5 miliardi di dollari di fatturato ed una crescita del 9,5% nel corso del 2011, che fa del bio uno dei settori in maggiore crescita anche oltre oceano, a conferma del fatto che in America, come in Europa, i settore del biologico non risente affatto della diffusa crisi economica.

Spiega Laura Reynolds, una delle due autrici nonché ricercatrice presso il Food and agriculture program del Worldwatc: “Anche se l’agricoltura biologica produce spesso un calo dei rendimenti del terreno coltivato di recente in modo convenzionale, è possibile superare le  pratiche tradizionali, specialmente nei periodi di siccità, quando la terra viene coltivata più a lungo in modo biologico. Le pratiche agricole convenzionali spesso degradano l’ambiente sia a lungo termine che a breve, attraverso l’erosione del suolo, l’ eccessiva estrazione di acqua e la perdita di biodiversità”.

Fonte: Sinab, Greenreport

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